All the Beauty and the Bloodshed

di Matteo Berardini
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È una vera e propria galassia multimediale quella che si sta innescando attorno alla famiglia Sackler, responsabile, tramite il suo colosso farmaceutico Purdue Pharma, di aver commercializzato il farmaco oppioide OxyContin negandone i forti effetti additivi, contribuendo così in forma determinante all’epidemia di tossicodipendenza che da anni, a ripetute ondate, sta colpendo il tessuto sociale degli Stati Uniti. Attorno a quest’accadimento – che non è solo cronaca ma disastro umanitario su scala nazionale, scandito da percentuali macabre e agente come un sasso nello stagno, che si riverbera a più livelli innescando processi di tossicità criminale, alienazione, disgregazione familiare, dentro tessuti sociali assolutamente impreparati ad affrontare determinate afflizioni; il farmaco, del resto, era venduto come blando antidolorifico, e la dipendenza per molti è evoluta nel terreno più economico e accessibile dell’eroina – attorno a questo dramma, dicevamo, si sono agglutinate narrazioni, ricostruzioni, rielaborazioni fortemente divergenti ma connesse nel formare un ipertesto mobile e collettivo agente su due livelli: l’elaborazione del dramma e la denuncia militante.
L’intersecarsi di questi piani, che sia in termini giornalistici (L’impero del dolore, libro inchiesta di Patrick Radden Keefe), documentaristici (Crime of the Century, doc HBO di Alex Gibney) o seriali (Dopesick, miniserie drammatica di Hulu), fa sì che attorno ai Sackler e la crisi degli oppioidi si stia generando una delle macro-narrazioni espanse più importanti di questi anni, un’infiorescenza le cui diverse dimensioni sono embricate tra di loro e di cui il Leone d’Oro di Venezia 79, assegnato a Laura Poitras per il suo All the Beauty and the Bloodshed, è solo la gemmazione e certificazione ultima.

Ripercorriamo brevemente la traiettoria.
Una delle prime voci a levarsi è stata quella di John Oliver, comico e presentatore inglese che dal 2014, grazie al lato show HBO Last Week Tonight with John Oliver, porta avanti un percorso televisivo di primo livello, capace di unire satira e informazione in forme particolarmente graffianti e non scontate. È del 2016 il primo dei tre speciali che Oliver dedica a Purdue Pharma, con l’obiettivo di accendere un dibattito collettivo agendo su piani multimediali, tra sketch, inchieste e siti internet creati ad hoc; curiosamente, uno degli attori chiamati a impersonare Richard Sackler – dato il suo rifiuto a farsi riprendere durante le inchieste giudiziarie – è stato, assieme a Bryan Cranston, Richard Kind e il compianto Michael K. Williams, quel Michael Keaton che ritroviamo protagonista di Dopesick, in cui si affronta la tragedia dell’OxyContin intrecciando lato umano e ricostruzione investigativa. Keaton in quel caso interpreta un medico divenuto dipendente dal farmaco, e la serie – basata su Dopesick: Dealers, Doctors, and the Drug Company that Addicted America, di Beth Macy – si chiude, eccoci arrivare al punto, con l’impiego di materiale d’archivio riguardante le prime azioni attiviste di Nan Goldin e del suo gruppo PAIN (Prescription Addiction Intervention Now), volte a spezzare il legame intessutosi negli anni tra le grandi istituzionali culturali del mondo occidentale e i Sackler, i quali da tempo si adoperano a infiltrare la loro immagine pubblica nei più famosi musei statunitensi ed europei, finanziando progetti e aree specifiche del Louvre, Guggenheim o Met. In questo passaggio di consegne dalle forme multimediali, Goldin diviene il centro del documentario realizzato da Laura Poitras, che con All the Beauty and the Bloodshed trae dalla ricostruzione di vita e d’arte della fotografa un’opera potente sul rapporto politico e culturale che lega privato e pubblico, corpo individuale e sociale, trauma del singolo e della collettività.

poitras saclker against

Pietra angolare e primigenia del racconto è il dramma riguardante la sorella maggiore di Goldin, paziente psichiatrica di diversi istituti e morta suicida nel ’68; tratteggiata nei rapporti medici come vittima di circostanze famigliari avverse, condannata a percepire il futuro in tutta la sua bellezza e i suoi spargimenti di sangue (di qui il titolo), Barbara Goldin si rivela capro espiatorio per le afflizioni psichiche genitoriali, ed è attorno a questo trauma che si muove circolarmente il film, tra memorie che esondano e altre che inquinano sepolte, fintamente dimenticate. Da questo centro gravitazionale Poitras costruisce due traiettorie in avvicinamento tra loro, una dedicata alla ricostruzione biografica e artistica di Goldin e l’altra alla sua causa attivistica contro i Sackler. Dove la prima linea – grazie alla compenetrazione che la stessa Goldin ha sempre fatto di vita personale e artistica – si nutre di fotografie d’arte e testimonianze e supporti di memoria; su tutte la straordinaria The Ballad of Sexual Dependency, le cui foto diventano parti stesse del film grazie a processi di incorporazione testuale e risemantizzazione mediale che fanno pensare a Chris Marker. Mentre la seconda, non cronologica ma strettamente contemporanea, si nutre invece di ogni forma possibilità di racconto audiovisivo contemporaneo, chiamando a raccolta riprese smartphone, dirette video, archivio televisivo e home movie, per restituire la complessità dell’azione militante; con una vetta cinematografica di potenza impressionante, la lunga sequenza pandemica dedicata alle fasi processuali svoltesi a distanza, infiltrazione di forme di realtà capaci di generare immagini altre, impossessandosi del flusso.

L’insieme dei due approcci è di per sé duale. Perché, primo, ciascuna linea porta con sé l’idea di ibridare linguaggi, e lo fa scontornando le linee di confine, valorizzando la mescolanza. E perché, secondo, in entrambi i movimenti sposano la militanza come necessità di esserci nel pubblico come corpo privato. La relazione tra individuo e collettività non è qualcosa che si possa arginare o interrompere, è un flusso di narrazione che si genera a prescindere. In questo campo di forze non agire significa subire l’inflessione eterodiretta del pubblico, quella del potere e dei suoi discorsi, sia istituzionali che microfisici. Servono allora altre forme di magnetismo, che ribaltino la direzione vettoriale d’influenza e rendano pubblico il privato, pubblici i corpi, pubblica la malattia e la sessualità e le identità psichiche. È questa necessità il terreno d’incontro tra l’attivismo di Goldin e il documentarismo di Poitras, l’urgenza autobiografica della prima e la crasi multimediale della seconda.
All the Beauty and the Bloodshed è in definitiva la storia di un trovarsi, un riconoscersi nell’idea che il trauma è cosa pubblica, è politica.

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Laura Poitras 117 minuti
USA 2022
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Godard, o la mano che cancella

di Leonardo Strano
Godard - Histoires

Spesso si dice che il vero pensatore è quello che pensa un unico pensiero. Forse però, a guardar bene, si dovrebbe dire che il vero pensatore è quello in grado di pentirsi. Jean-Luc Godard, per esempio, ha pensato sempre un unico pensiero (“giusto un’immagine”) proprio attraverso il rinforzo argomentativo di continui “pentimenti”.
Chiunque guardi in retrospettiva la sua eterogenea filmografia non fatica ad accorgersi della loro esistenza: come altro chiamare l’annuncio della “fine del cinema” su cui si chiude Weekend, o l’annullamento della propria grafia autoriale nei film fatti con il Gruppo Dziga Vertov nel maggio sessantottino, la modifica del proprio programma estetico annunciata con Numéro Deux (già dal titolo un programmatico nuovo film d’esordio) o ancora lo sperimentalismo dell’ultimo periodo digitale, se non come dei ripensamenti della forma (del proprio) cinema? Anche se è luogo critico diffuso assegnare all’ideologia il movente esclusivo di questi cambiamenti, con l’espressione “pentimento” non si intende un ripensamento di tipo politico (e men che meno morale) sul proprio operato, bensì un ripensamento estetico, legato (per definizione di gergo pittorico) al “cambiamento in corso d’opera di un elemento della figurazione”. Non sono molti i casi nella storia della cultura in cui un artista ha contato su un “pentimento” per espandere le proprie possibilità espressive. Vengono in mente due su tutti: l’effetto ottico visibile nel Salvator Mundi di Antonello da Messina - in cui una lieve correzione tra le velature di pittura accende la mano del Cristo benedicente (prima messa di traverso e poi ruotata in posizione frontale), producendo un movimento impossibile che sfonda lo spazio pittorico e tocca quello esterno al dipinto – e la visione dei quadri di Cézanne per Rilke (figure frequentemente citate nei film del regista).

Proprio in quest’ultimo episodio rilkiano è possibile riconoscere un prodromo del ripensamento godardiano.
Quando si apprestava a vedere per la prima volta i quadri del post-impressionista, Rilke era talmente in controllo nella gestione del linguaggio da pensare di riconoscere in qualsiasi oggetto una volontà di sottomissione alla sua lingua: “L’arte è il desiderio oscuro di tutte le cose”, scriveva nel 1898, “tutte vogliono essere immagini dei nostri segreti, vogliono essere ciò che riteniamo esse siano. Riconoscenti e sottomesse, vogliono portare i nuovi nomi di cui l’artista fa loro dono. Questo è il richiamo che l’artista percepisce: il desiderio delle cose di essere la sua lingua”. La visione di Cézanne spazza via questo punto di vista, sconvolge Rilke al punto da fargli accettare il rischio di smettere di scrivere per ricostruire da zero il proprio stile poetico. L’immagine di Cézanne lo zittisce: “Si nota anche ogni volta di più, quanto fosse necessario superare anche l’amore: è naturale amare ciascuna di queste cose…ma se lo si mostra si fa meno bene; la si giudica anziché dirla. Questo consumare l’amore in lavoro anonimo, da cui nascono le cose tanto pure, non è forse riuscito a nessuno con tanta perfezione come al Vecchio”; “come un cane Cezanne restava seduto là davanti e semplicemente guardava”. Antonello, Rilke e Godard hanno esperito in diversi momenti della cultura l’effetto paradossalmente produttivo di un dubbio in merito all’utilizzo della propria straordinaria potenza formale. 

Salvator Mundi - Antonello da Messina

È stato l’incontro con la verità, o meglio, con la possibilità di intercettare la verità, ad innescare questo dubbio. Se per il pittore si trattava del l’assoluta atemporalità del messaggio cristico – da rendere pittoricamente con uno scorcio in grado di fendere le distanze spaziali e compattare i tempi in un istante presente – e per il poeta dell’assoluta alterità delle cose - autonome al di fuori di ogni linguaggio e quindi da rappresentare in un poetare sempre meno legato all’appropriazione e sempre più vicino all’esperienza del ritegno -, per Godard la verità è sempre coincisa con l’esistenza di qualcosa nella struttura dell’immagine capace di sfuggire al destino di annullamento condiviso da tutta la realtà; qualcosa in grado di contraddire la legge di nientificazione responsabile della dissipazione continua dell’orizzonte sensoriale; qualcosa di simile, nella tensione sempre oscillante tra la presenza e l’assenza, tra la carica sorgiva dell’apparire e la inquietudine irrimediabile verso lo scomparire, a una salvezza fuori tempo massimo. Intorno a questa località salvifica promessa dall’immagine, o meglio, costituita dall’immagine - già da sempre (“il cinema non è una tecnica e nemmeno un’arte…è l’infanzia dell’arte”), in sé stessa, segno testimoniale della verità, “splendore del vero”- i tentativi di figurazione godardiani si sono sempre orientati fallacemente, in un continuo moto centripeto pienamente utopico e perennemente in crisi (e proprio non c’è forse niente di meglio del termine crisi per definire la totalità della figurazione godardiana). Godard non si è però mai fatto atterrire da questo stato di crisi, anzi: a differenza dell’audiovisivo contemporaneo – operatore intenzionato a disporre le proprie forze nella traduzione della totalità dell’esistente in un regime di piena esauriente visibilità –, ha compreso a fondo  l’impossibilità di risolvere l’impasse linguistica attraverso gli strumenti positivi convenzionali (“l’immagine del totale non è la totalità delle immagine”) e per questo ha capitalizzato la crisi, riconoscendo in essa, cioè nel negativo della propria espressione (quel negativo che “ci tocca ancora fare, perché il positivo ci è già stato dato”), l’unico luogo per incontrare quella verità incapace di arrendersi allo svanire di tutto.

La risignificazione del negativo è lampante nelle Histoire(s) du cinéma, la più grande dichiarazione di crisi della forma organizzata da Godard – opera vicina a una produzione di significato per pentimenti (non sembrano forse velature di pittura sempre ricontraddette quelle immagini in continua sovrimpressione, quei fantasmi in continuo lampeggio?), e per labirinti (era già forse quello uno spazio-tempo che demoralizzava gli ordinati percorsi museali del cinema che oggi sono diventati il programma di tutte le immagini dell’audiovisivo?). È proprio lì che ricorre una frase sibillina, rubata a Meister Eckhart: “Solo la mano che cancella può scrivere”. Che è come dire: solo riconoscendo il linguaggio come luogo di una crisi più che come occasione di un’espressione, si può pensare di dire qualcosa, o meglio, si può pensare di dire qualcosa di vero. Solo nel continuo ripensamento dell’espressione, solo nella cancellazione del discorso, solo nella crisi del linguaggio e mai in nessun altro luogo (in questo Godard sta tra Pascal e Wittgenstein, i due pensatori della crisi come occasione di rivelazione mistica) l’immagine appare vicino all’idealità salvifica a cui è associata: è attraverso l’azzeramento dei codici narrativi e referenziali, o meglio, il riconoscimento della loro inutilità, che l’immagine trova infatti una ragion d’essere fondata esclusivamente sulla propria presenza oggettuale, sulla propria esistenza fisica. Nelle Histoire(s) la carica di verità della rappresentazione non è però ottenuta solo grazie a questo azzeramento, ma anche attraverso un delicato processo argomentativo, in cui Godard mostra esplicitamente la possibilità culturale di un’immagine vera (e quindi la possibilità di dire potenzialmente la verità su tutto in immagine) attraverso la raffigurazione dell’evento irrappresentabile per antonomasia. 

Le mani di Godard

Se infatti nella prima fase dei suoi lavori, Godard mostrava in negativo la possibilità di produrre un’immagine vera associando l’esistenza di un indicibile a figure luttuose, a presenze mortifere, contro cui far scontrare, come in un pulviscolo gravitazionale, immagini-atomo strappate da codici cinematografici precedenti e risignificate in un crescendo sempre più vitale (affermando così sempre una vittoria dell’esistenza sul nulla), nella fase matura della sua carriera ha direttamente individuato il negativo su cui lavorare nel grande vuoto di visibilità del 900 e quindi nell’evento della Shoah. L’esistenza storica dello sterminio è occasione di crisi per la rappresentazione interessata allo splendore del vero non perché chiede di interrogarsi sulla legittimità etica della rappresentazione (sull’esistenza della possibilità poetica dopo Auschwitz Paul Celan ha detto quanto c’era da dire) ma perché interroga se quell’evento si possa raffigurare in un’immagine capace di reggere il cortocircuito esistenziale costitutivo di quel fatto: è l’immagine ontologicamente attrezzata per rendere conto della verità dell’assoluto destino di annullamento in cui versa la realtà tutta? Per rispondere a questa domanda Godard capitola sulla figura cristica non per scelta religiosa, ma per attestazione culturale: nella cultura cristiana, a differenza di quella ebraica o platonica, l’immagine è dotata di assoluta pienezza ontologica e quindi di straordinaria potenza di verità perché nella dottrina trinitaria il figlio è considerato vera e propria immagine generata dal padre secondo un atto di filiazione interna e non di riproduzione esterna – non a caso anche l’ente creaturale si dà propriamente “a sua immagine”). Le molteplici figure cristiche e mariane che puntellano come un’ossessione ritornante la filmografia del regista francese si istanziano quindi come punto di fuga concettuale del discorso sulla possibilità dell’immagine vera: è nel mistero del corpo incarnato di Cristo (“è Cristo uomo o immagine di uomo? è l’uomo in immagine reale o la finzione di un uomo?” borbotta il regista nei primi episodi delle Histoires) che si dà un a priori definitivo (“l’immagine verrà al tempo della resurrezione”) e quindi si garantisce l’esistenza di un programma di verità per l’immagine. 

Godard quindi non si chiede se sia etico poter vedere quanto accaduto nello sterminio, si chiede piuttosto come mai il cinema, unica traccia possibile per ragioni ontologiche, non abbia ottemperato al suo dovere di rappresentazione (“Non si sono filmati i campi di concentramento, non li si sono voluti mostrare, o non li si sono voluti vedere. […] E tutto è finito, il cinema si è fermato lì. Le intuizioni del cinema – che poteva averne perché filmava le cose, era uno sguardo – sono state ignorate o si è voluto capirle diversamente. Poi il cinema non ha più potuto farlo”): siccome la verità si può dire solo in immagine, proprio in immagine deve essere espresso l’indicibile. Solo le immagini possono mostrare quello che è accaduto, solo le immagini, in quanto “splendore del vero”, possono trasformare in luce memoriale (“il cinema permette ad Orfeo di voltarsi senza far morire Euridice”) anche il buio della notte più profonda, il “nero dei nostri tempi”. Non si tratta ovviamente dei prodotti dalla piena visibilità senza crisi dell’audiovisivo e neanche dei contenuti del cinema più inconsapevole: si tratta piuttosto di quelle immagini generate dal “pentimento” sopra descritto, che hanno interpretato la crisi generata dall’incontro con la verità possibile come un’occasione di trasformazione per la propria espressione – nello specifico trasformazione da segno, costretto a un significato simbolico, a oggetto, libero di essere evento; quelle immagini, in ultima analisi, proprie di un cinema che è uscito dal cinema dando addio al linguaggio e alle sue conformazioni positive per tentare di salvare qualcosa di vero nel tempo.
Ora che Godard non potrà più produrre immagini, ci sarà semplicemente meno verità.

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When the Waves Are Gone

di Matteo Berardini
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Due corpi immersi nel nero, in quell’oscurità così intensa che appartiene ai confini del territorio stellare, spazio profondo, zero assoluto, la luce un lontano ricordo. Il confronto finale di When The Waves Are Gone vede due personaggi opporsi sulla riva del mare, in piena notte, e le immagini riprese in pellicola offrono quel genere di presenza-in-assenza a cui il nostro sguardo digitale non è più abituato, quel buio che pulsa e sconfina e assale i bordi, quasi inspiegabile nel suo peso specifico. Solo esserci lì dentro, conservare le proprie linee di confine intatte, è un esercizio di resistenza. La disgregazione del corpo come tenuta dello spirito, del proprio rigore morale, mentre tutt’attorno il nero si agglutina grumoso e corrode, offusca, colma pori e orizzonte.
Il duello oppone maestro e allievo, carnefice e giustiziere, ma i ruoli sono in realtà mescolati, l’orrore del contesto politico, della crisi etica e giudiziaria suscitata dal Presidente Rodrigo Duterte non permette divisioni manichee. Solo compromissioni e patteggiamenti insanabili; altrimenti l’epifania, la comprensione cui segue il sacrificio, al termine della notte. Perché i due sono detective, i migliori delle Filippine, ed è dal 2016, anno di elezioni, che Duterte mutila il proprio paese con squadroni della morte, strumenti di una campagna giustizialista condotta attraverso poliziotti e militari contro il traffico di droga e l’intero sistema che lo abita. Abbondano i morti per le strade, gli avvisi lasciati dai commando, le esecuzioni sommarie.

Con When The Waves Are Gone Lav Diaz realizza uno dei suoi film migliori, tra i più potenti di questi anni; un noir duale che affonda nel teorema del doppio e disseziona l’animo nel momento in cui avviene il contatto col male, il principio di connivenza, la colpa. Le tappe della trama poliziesca si espandono in un percorso di tre ore che sfrutta l’immagine cinematografica, nella sua durata e intensità, per sondare le psicologie dei due antagonisti, con uno scavo che sfiora baratri di follia tra procedure battesimali e formaldeide, sfaldamento del corpo e delirio. Da una parte la vendetta, l’assenza apocalittica di senso che cerca una salvezza tra i frammenti del mondo, quel che resta tra le sue rovine di rituali religiosi e contatto umano; dall’altra la coscienza che sorge e comprende la sua complicità e vicinanza al nero, con il corpo che riflette l’epifania disgregandosi tumefatto da una violentissima psoriasi, correlativo oggettivo del male come contagio. Il confronto tra i due si risolve dentro un’oscurità così essenziale che anche l’alba al suo arrivo sembra non avere più forza, un simbolo svuotato di significato.

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La luce irrompe nel finale del film con uno stacco impossibile, dalla notte al giorno nel tempo di un campo-controcampo, e genera un effetto paradosso, abbacina corpi a terra e senza speranza. Ma la luce, ci ricorda Lav Diaz, è già dentro l’immagine, intrinseca alla sua natura. When The Waves Are Gone può attaccare con ferocia e denunciare senza remore la politica terroristica di Duterte, e comunque chiudersi nel nero assoluto, perché è nello sguardo in quanto tale che sussiste la forza politica del cinema, nel suo esserci davanti a noi, nel nostro esserci a guardare lui. Tutt’altro che cinico o arreso, Diaz crede ancora nel potere dell’immagine, nella palingenesi che nasce quando il cinema osserva e restituisce l’orrore, trovando nello sguardo gli anticorpi di un sistema immunitario altrimenti prossimo al collasso. Il film e il percorso di Hermer Pauparan infatti, il detective costretto a confrontarsi con il doppio per espiare le sue colpe, nascono dalla visione di una fotografia, uno scatto che ritrae alcune delle tante vittime della guerra di Durante restituito da una composizione formale che a Pauparan ricorda la Pietà michelangiolesca. Dopo aver visto la foto inizia un risveglio morale che scarica sul corpo le scorie dell’animo, apre ferite in suppurazione. Perché anche in mezzo all’orrore la bellezza dev’essere un punto di vista sul mondo, e l’immagine vive come dispositivo d’innesco, custode del Sacro.

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Lav Diaz John Lloyd Cruz Ronnie Lazaro Shamaine Centenera-Buencamino 187 minuti
Filippine, Danimarca, Portogallo, Francia 2022
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Moonage Daydream

di Brunella De Cola
Moonage Daydream - recensione film Morgen

Im an alligator Im a mama-papa coming for you
Im the space invader, Ill be a rock nrollinbitch for you
Keep your mouth shut

Psichedelico, immersivo e geniale nella rappresentazione: Moonage Daydream, il nuovo film di Brett Morgen su David Bowie arriva in sala e schiaffeggia in pieno volto tutti gli ultimi esperimenti da piattaforma di film sui rocker. Presentato a Cannes 2022, il film se ne frega della narrazione convenzionale della vita di quel grande artista che è stato Bowie, prediligendo una linea più frammentaria, composta da sequenze che si trasformano in istantanee di un performer eccezionale, restituendone un ritratto picassiano: non l’immagine di un semplice cantante ma la ricostruzione di un personaggio che ha cambiato costantemente pelle, evolvendosi, catturando e introiettando le trasmutazioni del mondo per poi riformularle nella propria arte.

Morgen, che già aveva sperimentato l’animazione in Kurt Cobain: Montage of Heck, ritorna a far dialogare l’archivio, composto da inediti di prim’ordine (una vera delizia per i fan più sfegatati di Bowie), con sequenze animate, facendo esplodere il sonoro nell'immagine e trasformando il film in un’esperienza visuale e sonora. Il regista si affida a una narrazione non convenzionale, non ci sono infatti le classiche interviste ai parenti del musicista, alle grandi star che ci ricordano quanto Bowie fosse unico: è la trama dell’immagine a riflettere l’unicità del personaggio, i suoi movimenti sul palco, il suo corpo che si staglia nello spazio di una performance, la sua voce, che accompagna i momenti cruciali della sua vita, i cambiamenti della sua anima, gli incontri rivelatori, come quello con Brian Eno.

Bowie è un corpo artistico che attraversa i decenni, cambiando forma e colore, restando fedele a una sua poetica, fottendosene in qualche modo della banalità delle etichette, della necessità del convenzionale, un invasore spaziale: immagini e suoni dell’universo restano attaccati al film e agli occhi dello spettatore, dall’ inizio alla fine. Il film entra con delicatezza anche nelle dinamiche private, nei problemi di Bowie con la figura materna, senza però indugiarvi troppo. C’è la tematica della diversità, dell’uomo che si sente un “mama-papa coming for you” che Morgen sapientemente mette in luce in un tocco mai invadente, attraverso l’immagine stessa del musicista, i suoi costumi definiti “da donna”, i colori, il suo taglio di capelli. I primi piani di Bowie sembrano inquadrati dal regista stesso, in dialogo con quei bellissimi volti di Jane Goodall in Jane. Ugualmente si può tracciare una linea che unisce Moonage Daydream e Montage of Heck, ove la difficile infanzia/adolescenza di Kurt Cobain arriva allo spettatore con una magnifica grazia, volta a compensare la violenza e la brutalità dei fatti reali.

Così Brett Morgen sembra voler dire: chissene frega del classico biopic sulla superstar internazionale, voglio raccontarti la vita di un’artista, di un performer, uno che qualsiasi cosa tocca la trasforma in arte attraverso il suo personalissimo filtro interno, un uomo che sa cantare, suonare, dipingere, scrivere, parlare, recitare, travestirsi, comporre, ma anche lottare e impegnarsi e sudare per ciò che ama: la vita. Love e Life sono le due parole che più sentiamo dalla stessa voice off di Bowie nel film: l’amore per la vita, l’impegno nel renderla unica perché è la sua vita. E questo amore per le pulsazioni vitali e per l’arte non è cosa per tutti, non è cosa per quei “vermi che non sanno amare”, e che spesso si ritrovano insieme. Per fortuna noi altri abbiamo avuto la possibilità di vivere nello stesso tempo di David Bowie che, come sottolineato nel primo verso di Moonage Daydream, non è certo un verme, ma un cazzo di alligatore!

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Brett Morgen David Bowie 135 minuti
Germania, USA 2022
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A River Runs, Turns, Erases, Replaces

di Andrea Giangaspero
A river runs turns erases replaces - recensione film Shengze Zhu

Tutte le immagini del film di Shengze Zhu si pongono in sostanziale equilibrio tra loro, per fissità, per immoto rigore e insieme semplicità della messa in quadro, per quello che mostrano al loro interno. Ma ce n’è una che forse sta più avanti delle altre, dice più delle altre. Come in altri momenti sparsi di A River Runs, Turns, Erases, Replaces, le parole di una testimonianza diaristica (o di una lettera) appaiono sovrimpresse al centro dell’inquadratura, rivolgendosi alle persone care scomparse a causa della pandemia. Soltanto che qui, ancor più semplicemente, un figlio sta ricordando al padre defunto della sua passione per le architetture e le strutture dei ponti. Siamo a Wuhan, nel 2019, e c’è un abisso tra la città che ha conosciuto il padre in gioventù e quella che ha visto la maturazione del figlio nel ventunesimo secolo.

“Quando tornerai ci sarà un nuovo ponte sul fiume Yangtze”, avrebbe detto il padre estatico al figlio in partenza per gli Stati Uniti. Ma, come tutti, i due non hanno tenuto conto della pandemia imminente. “Papà, ho visto il nuovo ponte. È giallo, bellissimo. Ma tu dove sei?” Dicevamo che il punto è proprio qui. Il film di Shengze Zhu non è il primo e non sarà di certo l’ultimo a raccontare per immagini il processo trasformativo accelerato della Cina di oggi. Naturalmente, c’è la Sesta Generazione di autori cinesi alle spalle, specie Jia Zhangke; mentre in forma simile ma meno documentaristica sta lavorando Gu Xiaogang, con la trilogia di Dwelling in the Fuchun Mountains. E se è vero che non si tratta di un risvolto nuovo, originale, perlomeno la prospettiva di Shengze di incrociare il biennio pandemico col tema topico del cinema cinese acuisce di molto lo scarto con le sue immagini del passato.

a river runs - recensione film shengze zhu

Wuhan non è soltanto la megalopoli iper-evoluta, dove i ponti si moltiplicano e le escavatrici fanno spazio a nuovi edifici monolitici in ferro e cemento. È anche un luogo svuotato della sua componente umana, o meglio della sua visibilità. Le telecamere di sorveglianza sulla pubblica piazza mostrano uno spazio che si ripopola di mese in mese, ma con una sorta di reticenza sospetta nella originaria ricomposizione di sé. Il trattamento dell’emergenza pandemica – lo sappiamo bene – è stato un po’ la chiave di una più ferrea politica di regime in Cina. E Shengze opera in questo senso tenendo il proprio dispositivo fisso su spazi detritici, su quelli oggetti di smottamento e rialzamento, dove la presenza in campo lungo di corpi in solitaria, protesi contro le acque del fiume Yangtze o nascosti sotto i colonnati giganteschi dei ponti, restituisce l’immagine di un paesaggio livido, lunare, ferito, per lunghi tratti fantasmatico, nell’ovatta grigia dello smog che ne nasconde quasi per intero le forme.

A chi appartiene questo spazio che si svuota e trascolora in una luce diafana, se non alla custodia memoriale dello Yangtze? Il movimento costante delle acque del fiume annulla lo sforzo atletico di un nuotatore di risalirlo, spingendolo placidamente nel senso del suo scorrimento; procede con la stessa cadenza di sempre all’osservazione imperturbata della trasformazione apocalittica che gli sta attorno. Come fa il tempo, di cui poi è manifestazione. Orizzontale, monocorde, senza occlusione, è la destinazione naturale verso cui volge lo sguardo affranto dei personaggi invisibili di Shengze. La loro memoria sta lì dentro, nell’evocazione atrabiliare di piccoli rituali di condivisione e amore (anche questi invisibili, solo raccontati). E per quanto il fiume proceda, cancelli e sostituisca (come recita il titolo internazionale) alla sua eradicazione sfugge almeno il nitore del ricordo. Mentre la luce artificiale dei neon che gli sta sopra, decorazione multicolore dell’ultimo ponte gigantesco altrimenti invisibile, mostra la via per un paesaggio disumanato, a suo modo transumano.

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Shengze Zhu 87 minuti
Cina 2021
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L'immensità

di Leonardo Strano
L'immensità recensione film crialese

È curioso che al centro del progetto della propria vita, il progetto inseguito per molti anni e aspettato per la ricerca di una giusta misura, di una giusta distanza con cui raccontare il proprio dramma, Emanuele Crialese abbia messo una figura rubata a piene mani ad altri immaginari espressivi. Senza i giusti paratestiL’immensità potrebbe infatti sembrare una sorta di elogio alla figura almodovariana di Penelope Cruz più che la storia sentitamente autobiografica di Adriana, bambina desiderosa di diventare altro (nello specifico di diventare Andrea), in una Roma anni ’70 spaccata tra la conservazione dello status – di genere e di classe, tra padri padroni e quartieri formati sulle bonifiche delle zone operaie – e l’affacciarsi di un mondo nuovo, segnalato, ad esempio, dal promettente avanguardismo di certa televisione fatta da Raffaela Carrà. Il film si dichiara fin da subito (dal materiale promozionale) come pensato e articolato sul volto dell’attrice, intorno alla sua figura, e non fa sforzi per nascondere l’indebitamento con il suo divismo, anzi, ci investe il proprio mondo, il proprio immaginario e le proprie soluzioni di senso. È il corpo fluido e multiforme di Cruz (e non il punto di vista di Adriana/Andrea, con cui entriamo nel film) a mettere in movimento gli scontri tra dimensioni su cui è costruito il film: quello tra la realtà controllata dal maschilismo tossico dei padri e dal bigottismo delle istituzioni conservatrici (casa patriarcale, chiesa, mondo del lavoro) e il mondo immaginifico e aperto della società televisiva, alternativa utopica di liberazione identitaria; ma anche quello tra il mondo degli adulti, chiusi nelle loro regole e nelle loro posture socialmente accettate, e l’universo dei bambini, abitato dall’immaginazione e dalla possibilità. 

Cruz funziona come una figura capace di viaggiare tra le dimensioni, un corpo adulto (l'attrice interpreta Clara, la madre di Adriana, picchiata dal marito violento) che abita i territori giocosi dell’infanzia, un’immagine che attraversa le cornici e si ritrova dall’altro lato dello schermo (assorbendo addirittura l’immagine in bianco e nero della Carrà); una figura quindi in grado di tematizzare il possibile rovesciamento dell’educazione costrittiva dei padri padroni in un mondo libero da costrizioni repressive e imposizioni generazionali. La scelta di imperniare sull’attrice l’idea di una contro storia dell’immaginario collettivo italiano anni 70 - in cui le immagini disinibite della televisione emergono come un contropotere al conservatorismo asfittico, responsabile della bonifica delle imperfezioni e delle eccentricità -  funziona però fino a un certo punto, genera squilibri narrativi (fatali, per questo cinema bisognoso di narrazione lucida) e non permette al film di raggiungere né lo stato di affresco sociale con cui dare immagine sintetica di un’epoca, né la sottigliezza psicologica necessaria per raccontare la complessità emotiva e sensoriale provata dal personaggio principale, Adri. Il suo dramma, dichiarato a priori come il punto di ingresso teorico nel film ma rappresentato quasi solo per accenni, rimane per tutto il film un’occasione non approfondita, una storia possibile tra le tante raccontate, quasi dimenticata in un angolo in attesa di ricevere priorità in sede drammaturgica. 

A nulla servono metafore approssimative (come quella della natura aliena del personaggio di Adri) o gli innesti narrativi (l’incontro con una bambina di un quartiere operaio): la complessità della storia della bambina non è mai resa attraverso un lavoro sull'interprete (non c'è lavoro sul volto e sul corpo ancora androgino di Luana Giuliani), sulle sfumature di senso, sulle distanze tra rappresentazione e personaggi (si pensi a un film come Tomboy, strutturato in maniera diversa ma simile nei punti di ingresso narrativi); piuttosto, viene evasa con l’accostamento continuo di monolitiche scene madri, che tutto riescono a fare – magari anche esaltare emotivamente con sottolineature concettuali in grana grossa - tranne che costruire il respiro orizzontale di un’unità-film, necessaria per sviluppare la profondità delle psicologie. Scene costruite ad hoc tagliano continuamente il piano narrativo cercando di produrre verticalità spettacolari (sono molte quelle che cercano “il momento”, su tutte la messa che si trasforma in concerto pop), ma mancano completamente di annodare le linee narrative che Crialese vorrebbe costruire in parallelo - le pulsioni individuali di Adri e le forme di repressione sociale collettiva – lasciando quindi sospese le questioni principali  in un descrittivismo di costume che spesso si accontenta di soluzioni approssimative. Tutta la passione che può certo provenire e proviene dall’urgenza autobiografica si appanna così sotto scelte di comodo, che fanno molto rumore e non trovano nessun accordo intonato. 

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Emanuele Crialese Penélope Cruz Luana Giuliani Vincenzo Amato Elena Arvigo 97 minuti
Italia 2022
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Watcher

di Gaia Fontanella
Watcher recensione film

La regista statunitense Chloe Okuno, che si era già fatta superficialmente conoscere con un episodio della raccolta horror V/H/S/94, si presenta al grande pubblico con il suo primo lungometraggio, presentato quest’anno al Sundance. Il titolo, Watcher, è una dichiarazione d’intenti: si tratta di un nuovo esponente di quel prolifico filone del genere thriller psicologico in cui l’atto del guardare è al centro della narrazione, e che vede ne La finestra sul cortile il suo rappresentante più celebre. Così come nella pellicola di Hitchcock, anche qui il confine tra l’atto (apparentemente) innocente del guardare e l’atto invasivo dello spiare si fa sempre più labile.

Protagonista della vicenda è Julia, appena trasferitasi da New York a Bucarest a causa del nuovo lavoro del marito Francis, di origini rumene. La donna si ritrova isolata in una città sconosciuta, nella quale non conosce nessuno e con una barriera linguistica che le impedisce di comunicare. La sensazione di straniamento viene acuita dal ritrovamento nel quartiere del cadavere di una donna, vittima di un serial killer che da tempo affligge la città, ma soprattutto dallo scoprire che un uomo la fissa con insistenza da una finestra del palazzo di fronte. Da qui inizia una spirale discendente nella paranoia, che porta Julia alla convinzione di essere seguita e perseguitata; se all’inizio il marito le dà credito, con il passare dei giorni diventa sempre più scettico, così come la polizia, che si accontenta di un controllo sbrigativo che non porta a nulla.
Okuno costruisce bene i meccanismi che fanno crescere la tensione, portando anche noi spettatori a dubitare della veridicità delle convinzioni della protagonista, conducendoci al paradosso estremo: e se fosse invece Julia a spiare inconsapevolmente il vicino?

La tematica centrale è quella della credibilità di una donna che si sente oppressa da un uomo, una questione cardinale della contemporaneità, in cui spesso l’affidabilità della vittima viene messa in discussione. Lo stalking e il gaslighting ben si prestano alla fabbricazione narrativa di un thriller, che, nelle pieghe della subdola manipolazione psicologica, permette di immedesimarsi nella crescente paura ansiogena provata dalla protagonista. Okuno focalizza l’attenzione sulla dimensione scopica, l’attrazione fatale generata dal voyeurismo e spesso accompagnata da un’ossessione mortifera, come nel caposaldo del genere L’occhio che uccide di Michael Powell; scopofilia e inquietudine si intersecano, facendosi trama e ordito di un tessuto filmico se non originale, sicuramente intrigante e avvincente, che rende la visione scorrevole. La regista ha dichiarato di essersi ispirata a Roman Polanski, ma se in Rosemary’s Baby è l’appartamento stesso a divenire minaccioso, portando il terrore dentro la dimensione domestica, in Watcher la casa è, invece, il luogo protetto dal pericolo esterno. E se nel film del 1968 il marito è assente, lo è a causa del suo coinvolgimento, qui diversamente lo è per una pecca di sceneggiatura, che lo porta a lavorare convenientemente fino a orari improbabili.

Il personaggio di Julia è interpretato in modo convincente da Maika Monroe, che già si era fatta apprezzare in It Follows e The Guest, tra i migliori horror degli ultimi anni. Le fa da contraltare un ottimo Burn Gorman, il cui volto da caratterista contribuisce molto a rafforzare le atmosfere perturbanti, come spesso è riuscito a fare nel corso della sua lunga carriera. Altra protagonista imprescindibile è la città di Bucarest, che aiuta largamente nella costruzione della sensazione di alienazione e isolamento che attanaglia Julia, facendosi via via sempre più ostile e minacciosa. La scelta di ambientare la storia nella capitale rumena, anche se derivante da un budget troppo ristretto per poterla girare a New York, come inizialmente voluto, è stata sicuramente vincente, aggiungendo così un piano di complessità inedito. Lo stile scelto per la regia rimanda chiaramente a Fincher, lavorando in modo minimale, asciutto ed essenziale, puntando su un’eleganza asettica che lavora di concerto con la sceneggiatura. Il finale forse pecca di prevedibilità, ma è anche decisamente funzionale al messaggio che Okuno vuole veicolare, preferendo una via più battuta ma al contempo urgentemente reale e attuale.

Watcher si inserisce dunque a pieno titolo in quelle correnti thriller che meglio si prestano a fare da fondamenta a una riflessione sulla vessazione della condizione femminile odierna, nella quale la vittima viene sminuita e tacciata di isteria, portando molte volte alle conseguenze estreme e drammatiche di cui troppo spesso leggiamo nella cronaca nera dei quotidiani.

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Chloe Okuno Maika Monroe Burn Gorman Karl Glusman 96 minuti
USA 2022
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Anhell69

di Andreina Di Sanzo
anhell69-recensione

Sinfonia urbana e, come dice lo stesso autore, film trans, Anhell69 percorre le notti di Medellín, capitale violenta ma anche incendiata da corpi che danzano come fantasmi notturni per opporsi a quel “regime” che vuole schiacciarli. Il primo lungometraggio di Theo Montoya, a metà tra diario intimo e documentario sulla città colombiana, è un urlo di vita ma allo stesso tempo un canto funebre per chi, come il protagonista che aveva scelto per il suo film, non è sopravvissuto a quella ribellione nelle viscere della metropoli madre e matrigna. Anhell69 è infatti il nickname sui social di Camilo Najar, il ragazzo morto di overdose a una settimana dal provino che gli avrebbe dato il ruolo di protagonista nel film di Montoya. Ma non è dedicato solo a lui; insieme a Camilo, il regista ha perso diversi amici e conoscenti, sintomi di un momento in cui disperazione e ribellione per un ambiente così ostile generano inevitabilmente vittime. I diversi intervistati parlano quasi tutti di una città e una nazione che ha vissuto senza figure paterne, una cultura portata avanti dalle madri che hanno dovuto crescere questa generazione senza uomini che, fuggiti o morti, hanno abbandonato tutto sulle loro spalle. Sullo sfondo invece i ricordi di una figura maschile ingombrante come quella di Pablo Escobar che ha modificato le sorti del paese.

I corpi che si muovono e si avvinghiano nei party illegali sono il motore di una sorta di movimento libero che non si piega a chi non li accetta, la notte con i suoi fantasmi diventa arma espressiva e luogo dove i vivi e i morti coesistono. Perché in origine il film doveva essere un proprio B-movie sui fantasmi che vagano nella notte di Medellín accoppiandosi con i vivi. I neon, le luci stroboscopiche e l’atmosfera promiscua, contrastano i momenti in cui vengono intervistati i ragazzi che prenderanno parte al film, illuminati e malinconici nei racconti della loro infanzia.

Difficilmente classificabile, quello di Montoya è un lavoro sul fare cinema, l’arte della spectrophilia per eccellenza, e su come questo rappresenti per il regista/autore un’ancora salvifica e un atto di ribellione. Presentato alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia 2022.

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Theo Montoya Camilo Najar Sergio Pérez Juan Pérez Alejandro Hincapié 75 minuti
Colombia, Romania, Francia, Germania 2022
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Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades

di Matteo Berardini
Bardo - recensione film inarritu

C’è un momento di Rumore bianco – presentato come questo Iñárritu in concorso a Venezia 79 in cui alcuni professori universitari, ritratti con sarcastica cattiveria nei loro avviluppi narcisistici, confessano di soffermarsi spesso a immaginare il proprio funerale, pur sapendo che di tali fantasie si alimentano i tratti più vanesi del loro egocentrismo. È un piacere innegabile e perverso chiedersi quali coreografie e rituali innescherà la propria assenza tra amici, estimatori, colleghi e avversari. Uno dei tanti modi di fare della propria mente un mondo, e sé stessi il centro. Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades, , non è altro che tale fantasia ipertrofizzata a dimensioni gargantuesche, incontenibilmente autoindulgenti, onnicomprensive, sviluppata nel tentativo, clamorosamente fallito, di far dialogare la rappresentazione immaginifica delle idiosincrasie personali con il trauma collettivo della nazione, il Messico, nel suo rapporto dolente con Europa e Stati Uniti in termini di immigrazione, povertà, conquista militare e genocidio. Ma quello di Alejandro González Iñárritu è un cinema troppo abituato a pensarsi in termini di performance, di applauso, troppo innamorato di sé e dei propri difetti per riuscire a rivoltare l’autoanalisi in discorso pubblico. Solo immaginare che in queste immagini vi sia peso politico, che da questa finta e ombelicale epica del privato sia possibile trarre pensiero complesso riguardo il pubblico, è pura fantascienza, una chimera di aspirazioni mal riposte, confusamente fuori traiettoria e masturbatoria.

Giunto al culmine del suo potere produttivo e commerciale, dopo una carriera insensatamente omaggiata e con pochi, davvero troppo pochi, momenti di verità, dolore, efficacia di un’espressione per immagini che non sia sforzo tecnico esibito, Iñárritu cerca di fare il suo Otto e mezzo, il suo film-mondo, ma quello che solo gli riesce è fraintendere Fellini e scambiare l’autoanalisi con l’autocompiacimento, l’intelligenza poetica con l’esibizione virtuosistica, facendo un film-mente a immagine di sé e sé solo, che non prevede alcun rapporto con lo spettatore che non sia nei termini di indulgenza, ammirazione, riconoscimento filiale del genio.
Bardo è la storia di un giornalista messicano che, avendo avuto successo negli Stati Uniti come documentarista politico e di denuncia, si trasferisce negli USA per vivere e lavorare, fino a che la principale associazione di categoria del paese non decide di dedicargli un Premio alla carriera, giustificato in realtà da motivazioni politiche (Amazon è sul punto di privatizzare la parte settentrionale del Messico, la premiazione del protagonista alter ego di Iñárritu serve quindi a preparare il necessario terreno culturale a quest’acquisizione). Da questa circostanza si avvia il film, un viaggio onirico lungo tre ore, al confine tra ricordo e metafisica, allucinazione e sogno, in cui il desiderio di Iñárritu, indubbiamente sincero, di mettersi a nudo, svelando insicurezze e paranoie, ossessioni e limiti – come già faceva Birdman, assai vicino a questo per il ruolo svolto dalla sindrome dell’impostore – non si libera mai dal bisogno impellente di imporre allo spettatore una sola direzione di sguardo, rivolta su di sé e sé solo.

C’è una scena esemplificativa di tale contraddizione, e riguarda un dialogo tra il protagonista e un suo opponente, nella quale, meta-cinematograficamente, si rinfaccia all’alter ego del regista una serie di soluzioni formali fin lì applicate da Iñárritu stesso e parte quindi del film visto sino a quel momento sullo schermo. Sembrerebbe autocritica ma è solo autoindulgenza, perché Iñárritu si rimprovera solamente aspetti superficiali, didascalici, che sembrano esser stati inseriti apposta per sorreggere questo momento auto-confessionale, mentre le basi del suo cinema restano non solo intoccate ma rilanciate esponenzialmente dalle due ore successive di visione. Il film cerca così di affrontare il rapporto tra realtà e finzione, ego e dato di realtà, dramma personale e stato psichico della nazione, ma il tutto è dispiegato con superficialità sconfortante e reiterata inconsistenza. Oltre che l’eccesso onanistico di tecnica, struttura, presenza autoriale, il problema qui è la portata della riflessione messa in campo, che non regge il colpo di nessun eccesso stilistico perché è anima spenta di un film nato vecchio, inerte. Restano brevi momenti di confronto familiare attorno al protagonista, attimi di verità nel guardare e nel sentire i personaggi, ma c’è tutto un film da perdonare, dimenticare, subire, per riuscire a costruire su di essi una qualunque relazione empatica, qualunque legame spettatoriale. La verità è che siamo intrusi, Iñárritu non prevede la presenza del pubblico e forse neanche la desidera; è un cinema che non costruisce spazi da abitare ma palchi su cui esibirsi, a misura per un unico inquilino, demiurgo e architetto di sé stesso e del suo sguardo.

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Alejandro González Iñárritu Daniel Giménez Cacho Griselda Siciliani 174 minuti
Messico 2022
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Blonde

di Matteo Berardini
Blonde - recensine film pb

«Body is reality», ricorda Crimes of the future nel tornare all’immanenza della carne, presenza essenziale nei processi umani di realtà, adattamento, sopravvivenza. Tuttavia, replica Blonde, «human body is meant to be seen»: essere visti o non essere, tertium non datur. Carne/sguardo, corpo/immagine. Aporia liminare.
Il primo a parlare con Norma Jeane Mortenson, nome di battesimo di Marylin Monroe, del potere certificante dello sguardo è Charles Chaplin Jr., mentre assieme a un altro junior e figlio negletto, erede di Edward G. Robinson, definiscono il campo del loro erotismo gemellare. Nel sesso i corpi si specchiano e guardano, deviano in forme visive distorte, curvature della carne tra Francis Bacon e David Lynch. Carne/sguardo, corpo/immagine.

Essere visti però significa anche accettare di esporsi all’altro, offrirsi, perché guardare è una forma di controllo e il soggetto guardato è sempre, in qualche forma, detenuto. Occorre una barriera che ci aiuti a sopravvivere all’erosione provocata dallo sguardo, dobbiamo erigere forme di difesa. Un doppio, magari. È qui che da Norma nasce Marylin, mitosi inseparabile, cronenberghiana di ritorno, in un film che gestisce il corpo come tessuto poroso, membrana fragile osservabile fin nei segni tracciati dai torrenti venosi, nell’intimità lunare.
L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford era già un film sul doppio, un pendolo oscillante tra due poli in cui ogni passaggio avvicinava il lento avversarsi di un desiderio di morte. Blonde, ritorno di Andrew Dominik al biopic trasfigurato, al racconto del mito nella sua corrispondenza e trascendenza mediale, riprende il tema e lo interiorizza: non più entità separate, Jesse e Robert, ma uno sdoppiamento interno al soggetto, una trasfigurazione quotidiana. Marylin Monroe non è altro che il tentativo di Norma di creare il suo ritratto di Dorian Grey, un’icona alter ego che possa filtrare gli effetti tossici e pervasivi dell’esposizione mediale, a partire da quello sguardo maschile esercitato in forme adoranti, penetranti, onnicomprensive, bocche deformate e occhi famelici. Norma si illude, ha bisogno di crederlo, che la membrana possa essere sufficiente; lo sguardo, però, è un filo a piombo incurante.

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Potremmo definire Blonde un film di archeologia mediale, un lavoro di scavo tecnologico che resuscita reperti-immagine per offrirsi come film-mondo, opera mediale totale.
A un primo livello, Blonde è un film archeologico perché crea un ipertesto di immagini operanti storicamente, un fiume che si muove avanti e indietro nel tempo mescolando tracce eterogenee: cartoline, fotogrammi cinematografici, locandine, foto storiche e calendari, tutto collima nel flusso offerto dal film, gestito come un incubo ad alto tasso mediale. Ma questa successione ellittica, che balza da una ricostruzione filologica all’altra, non ha nulla del calco serigrafico. Blonde non nasce per rimuovere i depositi e gli strati iconografici, riportare alla luce l’umano. La gestione archeologica dei materiali serve piuttosto a lavorare dentro l’immagine, non oltre, perché per Dominik la dimensione umana del corpo più visto del ‘900, immortalato, voluto, stilizzato, è in sé una chimera, una mise en abyme di rappresentazioni cucite tra loro in un prontuario di cultura pop. Marylin è la sagoma liminare di processi di riproduzione meccanica e mercificazione del corpo che riguardano l’intero novecento: "Andy Warhol, Marilyn Monroe, 1967, serigrafia a colori". Prima e dopo la morte, come si fa a sopravvivere a ciò? a tornare umani?
Di qui il secondo spunto archeologico, la volontà di rendersi film-mondo. Scartata l’opzione narrativa della ricostruzione psicologica, Dominik decide di concentrarsi sul sistema mediale in quanto tale, rete di dispositivi onnicomprensivi e demiurgici, aprendo il film alla collisione interna di formati, soluzioni cromatiche, stili di regia, punti macchina possibili e impossibili, un’emulsione continua delle più diverse frequenze appartenenti allo spettro cinematografico.

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Combinando assieme questi due livelli di archeologia mediale – la raccolta eterogenea dei materiali e dei linguaggi, nel tentativo di rendere il film un riflesso dell’intera mediasfera – Dominik sembra trasformare il romanzo di Joyce Carol Oates in un meccanismo clinico, freddamente strumentale, ed è indubbio che il film rischi di operare addosso e contro Marylin in modo simile a quanto fatto dalle precedenti forme di spettacolarizzazione. Si pensi ai diversi eccessi che punteggiano il film, dalla scena presidenziale alla malagestione, morale e visiva, del tema della gravidanza, scelte con cui Dominik sembra dirci che il solo esito possibile per un film simile sia fagocitare sé stesso, sabotarsi internamente, come se il peccato originale della partecipazione alla sfera mediale vada scontato con un’espansione senza controllo. Ma il dato reale offerto dalla visione, questa restituzione di una vita che viene musealizzata nel momento stesso del suo farsi, offre altre prospettive, genera, nonostante l’impianto di partenza del film, dolore.
Uno dei grandi meriti di Blonde è il riuscire, in piena contraddizione alla sua natura cerebrale, ad offrire allo spettatore forme autentiche e profonde di disperazione, umanità, grazie al fatto di mostrare come per Norma non ci sia possibilità di fuga da Marylin, come oggi ancora non si possa pensare Norma se non nei termini di Marylin. Per questo Ana de Armas, che è bravissima, è sempre e comunque immagine, mai persona, perché l’obiettivo è produrre empatia mostrando non un dietro le quinte ma uno specchio che riflette l’icona stilizzata e nel processo si incrina, con uno stridio tra soggetto e immagine che genera dolore elettrico, inquieto, in un corpo che vuole scomparire mentre tutto il mondo osserva. Di qui l’intuizione che sorregge il film, e che fa sì che si possa ricevere e accettare Blonde pur nei suoi intenti incontrollati e autodistruttivi, ovvero l’identificazione tra saturazione di sguardo mediale e presenza maschile, una sovrapposizione di istanze per cui il corpo di Norma-Marylin è, e deve, risultare sempre e totalmente accessibile. In questi termini va letta l’ossessione scopica cui è soggetto il personaggio, un abuso patriarcale che deriva dal monopolio maschile dell’atto del guardare – con tutto il controllo che ne deriva. Per questo tutti gli uomini che Norma incontra nella sua vita agiscono con l’intenzione di ricoprire ogni ruolo disponibile: amanti, mariti, padri, tutto contemporaneamente, saturando lo spettro emozionale della donna al pari di quanto fanno i media, onnipresenti nell’ambiente che la, e ci, circonda.

Blonde è in tal senso un lungo resistere all’assedio, un film che sfida e provoca, opera grandi intuizioni e comunque perde il controllo, cedendo anche a soluzioni inaccettabili – il peso politico del feto parlante è estremo, soprattutto oggi alla luce della sentenza della Corte Costituzionale. Tuttavia proprio il suo carattere irrisolto, deforme, chiama al confronto e scomoda lo spettatore, nell’ambizione sfrenata di contenere, risolvere e contemporaneamente incarnare l’inferno mediale. Viene in mente la battuta finale di un altro film Netflix, pronunciata da un attore-regista che diede a Marylin il suo momento di rivalsa e ruolo migliore: «shoot 'em, shoot ‘em dead!».

 

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Andrew Dominik Ana de Armas Adrien Brody Bobby Cannavale Julianne Nicholson 166 minuti
USA 2022
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