EROTIC THRILLS - Jade

di Giacomo Calzoni
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[Questo articolo fa parte di uno speciale monografico dedicato alla figura eversiva, politica, erotica della femme fatale, nato dalla convinzione che «l’immagine, ancor più se sessuale, è sufficiente a creare una narrazione (dei generi, del pensiero, della cultura, del mercato)». L’immagine crea, e il cinema «fa ancora la differenza», nonostante tanta parte del contemporaneo sia volta oggi alla produzione di immagini-corpo depotenziate, depauperate, inviluppate di teoria e rivendicazione intellettuale desessualizzata. Incentrato sul neo-noir (dal revival postmoderno di Brivido caldo all’eccesso parodico di Sex Crimes), questo speciale nasce come risposta a tale condizione imperante e prende corpo da un testo specifico, Brivido caldo – Una storia contemporanea del neo-noir, di Pier Maria Bocchi. A lui abbiamo chiesto un’introduzione, che potete trovare qui, in cui vengano tracciate le linee guida del nostro lavoro, per una riscoperta del potere eversivo del desiderio].

Già nel suo formidabile 52 gioca o muori (1986) John Frankenheimer indicava una via, una risposta all’inesorabile discesa delle trame neo-noir dentro i territori del torbido: lo faceva dando vita a uno stile mai così elegante e ricercato, fatto di carrellate, dolly e steadycam, per rimarcare l’abisso (visivo, quindi etico) tra le immagini, tra il film e i videotape pornografici (quando non addirittura snuff) che costituivano l’arma del ricatto nei confronti del protagonista Roy Scheider. Neanche dieci anni più tardi Friedkin sembra ripartire proprio da lì sin dalla sequenza dei titoli di testa, con la macchina da presa che indaga sinuosamente le stanze e i corridoi, i feticci e le fotografie, mentre le urla strazianti della vittima ci raccontano un fuori campo di torture sadiche e uccisioni truculente, fino a quando in cima alle scale non compare lei: la maschera (sulle note di The Mystic’s Dream di Loreena McKennitt, dall’album The Mask and Mirror, appunto), vera protagonista del film, più degli sbirri, dell’indagine e della sensuale Linda Fiorentino, quest’ultima già eletta a femme fatale dell’immaginario neo-noir del decennio grazie al precedente L’ultima seduzione. Le apparenze ingannano…

La maschera e il doppio. Tutto Jade è attraversato da una costante tensione nervosa tra la verità e la menzogna, realtà e finzione, il campo e il fuori campo, l’immagine videoregistrata e quella filmata. La violenza raggiunge vette di sadismo ai limiti del sostenibile, ma di essa vediamo soltanto le conseguenze che sfociano nel gore (i resti del cadavere del miliardario ucciso all’inizio, la testa spappolata del testimone oculare), mai il gesto in sé. Così pure del sesso estremo, il vero motore narrativo del plot, rimangono soltanto alcuni frame estrapolati dai filmati delle videocamere nascoste, mentre l’unica sequenza sul punto di sfociare nell’hard finisce di fatto per soffocare qualsiasi facile istinto voyeuristico.

Come per Frankenheimer, anche per Friedkin il cinema è la risposta. Lo strumento privilegiato per scalfire la superficie delle cose, come l'inquadratura a plongée sulla lacrima che riga il viso di Linda Fiorentino durante il triste (e breve) amplesso con il marito Chazz Palmintieri. È la reazione del regista all’anonimato televisivo degli anni Novanta, dal quale non a caso preleva di peso il protagonista David Caruso (fino a quel momento star della serie NYPD – New York Police Department) per rincorrere e aggirare le aspettative dello spettatore, costantemente chiamato a interrogarsi su cosa stia guardando: soltanto l’autore di Vivere e morire a Los Angeles e Il braccio violento della legge può infatti permettersi un cortocircuito visivo finissimo dirigendo l’ennesimo, straordinario car chase all’altezza del suo nome; con la differenza, però, che stavolta l’inseguimento finisce strozzato e depotenziato nella calca impenetrabile del quartiere cinese. Perché nulla è come sembra.

E in un film dove tutti mentono e hanno una vita segreta, e in cui persino la dark lady alla fine tanto tale non è, si finisce quasi per disinteressarsi agli sviluppi di una trama gialla che sfocia in una soluzione doppia, in barba a qualsiasi principio di verosimiglianza. Quello che interessa a Friedkin (e a noi), come si suol dire, è ben altro. È anche la vivisezione di un mondo alto-borghese, certo, quello agiato e dichiaratamente repubblicano, almeno a giudicare dalle frequentazioni dei personaggi e dalle fotografie che essi espongono in casa (il che è ancora più sorprendente, considerato il regista), lo stesso che fa dell’apparenza perbenista il proprio credo salvo poi abbandonarsi alle nefandezze più inconfessabili. In fin dei conti si parla sempre di sesso, soldi e politica: facile ritrovare in tutto questo molte delle ossessioni che da sempre animano le sceneggiature di Joe Eszterhas, nonostante le numerose modifiche apportate da Friedkin gli abbiano fatto disconoscere il risultato finale (al punto da chiedere di rimuovere il proprio nome dai titoli, inutilmente); ma il cuore di Jade è palesemente e soprattutto nello scarto tra la scrittura e l’immagine, tra quello che viene raccontato e ciò che viene effettivamente messo in scena, nel contrasto tra i desideri morbosi dei personaggi e la fredda nudità senza veli di un cadavere steso sul tavolo dell’obitorio, come sarà poi anche in Eyes Wide Shut (con tutte le differenze del caso, naturalmente). Nell'ideogramma cinese ("giada") inciso su una piccola scatola contenente peli pubici che sta a indicare, appunto, un corpo e una persona; in quella maschera che all’inizio ci guarda priva di espressione, e in noi che guardiamo attraverso essa.

La prossima volta che facciamo l’amore presentami a Jade...

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William Friedkin David Caruso Linda Fiorentino Chazz Palmintieri Richard Crenna Michael Biehn Angie Everhart 100 minuti
USA 1995
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The Falcon And The Winter Soldier

di Alessio Baronci
the-falcon-and-the-winter-soldier- recensione serie marvel disney

Seconda serie supereroistica offerta da Disney+, The Falcon and The Winter Soldier conferma quanto Disney e Marvel Studios concepiscano la serialità come laboratorio di riflessione sui segni essenziali del franchise post Endgame, ma è soprattutto il maggior indice di quanto l’MCU abbia un rapporto del tutto particolare con il concetto di pop, che influenza il suo dialogo con l’attualità e il suo target.

La serie di Malcolm Spellman è, in questo senso, un progetto imprescindibile dal tempo presente che intende raccontare, a tal punto che, in origine, sarebbe dovuta uscire al posto di Wandavision, nell’America di George Floyd e della fine della presidenza Trump. A contatto con una realtà priva di guida, il progetto di Spellman non può che porre al suo centro un eroe senza poteri e osservare il racconto ad altezza uomo, concentrandosi sullo spazio fuori scena del cinecomic e sulle impreviste, catastrofiche conseguenze dell’atto salvifico degli Avengers, similmente a quanto avvenuto con Civil War. Riletto dal punto di vista di The Falcon And The Winter Soldier, dunque, lo schiocco di Thanos, oltre a rompere un intero immaginario, ne ha svelati la grana concreta e i lati oscuri, puntando l’attenzione su tutti coloro che sono rimasti indietro e che hanno faticato a trovare posto nella realtà ricostruita dopo Endgame.

E dunque, nella realtà che non sa di essere (ancora) a pezzi della serie, tra fanatici in grado di ricreare il siero del supersoldato, Avengers costretti a fare i conti con l’eredità di Captain America e soldati incaricati dal governo di imbracciarne lo scudo, l’eroe prima di essere considerato una minaccia è soprattutto un privilegiato, qualcuno che non comprende, forse, i danni che ha causato nel tentativo di salvare il mondo e che possiede qualcosa che altri credono di meritare di più. La serie organizza dunque una narrazione lucidamente politicizzata, che attraversa gran parte dei lati oscuri dell’America recente, raccontandone il populismo dilagante, le insicurezze, l’estremismo ideologico, il razzismo latente, spingendosi fino a riflettere criticamente sul terrorismo e a rileggere il supereroe da una prospettiva suprematista.
L
’arco di trasformazione che porta il giovane Sam Falcon Wilson a diventare l’unico erede di Steve Rogers nasconde in piena vista un evidente desiderio di ricostruzione, che parte dalla dimensione socioculturale americana ma che finisce per coinvolgere anche l’immaginario di riferimento. La Marvel infatti pone al centro della serie un racconto che ha smarrito le sue coordinate essenziali finendo per perdersi in un flusso invaso da schegge che rientrano in gioco in maniera distorta, anche solo citando altri film del franchise. Da qui, lentamente, la serie ricostruisce un’architettura simbolica che possa guidare i singoli input a partire dalla struttura tipica degli action americani anni ’80 e ’90, i cui elementi essenziali vengono via via riprocessati nel corso del racconto.

Si tratta, a ben vedere, di una scelta non casuale. In quel modo di intendere il cinema action c’è infatti il germe di un machismo che è stato (anche, ma non solo) alla base della narrativa della presidenza Trump, un’escrescenza traumatica che chiede di essere processata e rilanciata. Alla diegesi non rimane dunque che attraversare (cambiandoli di segno) certi elementi di quell’immaginario nel tentativo di ritrovare una via per ripartire. Ora è Falcon, icona black progressista, umile, giusta, ma soprattutto rappresentante di una mascolinità non aggressiva né prevaricante, esattamente agli antipodi del modello estremista rappresentato da John Walker, a essere al centro del racconto; è lui il protagonista dell’iconico training montage, residuo evidente di quel cinema, che sancisce la sua piena maturazione e che di fatto apre ad uno scontro finale dal sapore McTiernano.

cap

The Falcon And The Winter Soldier riannoda con lungimiranza la sua struttura simbolica ritrovandola nel costante dialogo tra passato e presente di un intero genere anche grazie all’esperienza maturata da Spellman nella writer’s room di John Wick (grande riformatore di quel tipo di action, tra l’altro) ma probabilmente non si rende conto che l’opera ricostruttiva si spinge troppo oltre e a tratti eccede in soluzioni narrative incoerenti. Pensiamo, ad esempio, all’arco di John Walker, che nell’ultimo atto rinsavisce improvvisamente e si allea con gli eroi contro i Flag Smashers in un finale che, nel riprendere forse il topos del villain convertito alla base di franchise muscolari come Fast And Furious, risulta troppo frettoloso. Proprio il superficiale epilogo di Falcon And The Winter Soldier è il perfetto sintomo di quanto il pop sia una dimensione ancora di difficile approccio, malgrado le apparenze, per la Marvel cinematografica. Straordinaria creatrice di mondi cinematografici, la Casa delle Idee non riesce tuttavia ancora a utilizzare le storie ambientate in quei mondi come vettori di riflessioni davvero d’impatto nel contesto socioculturale e da questo punto di vista l’ambiziosa e affascinante lettura politica dell’America contemporanea insita nella serie non fa certamente eccezione. È un po’ come se si temesse che la forma blockbuster non possa essere anche, a suo modo, militante, perché nel farlo si correrebbe il rischio di alienare gran parte del pubblico. Per questo, nel momento in cui si sposta a ragionare sul suo tessuto tematico, la serie sceglie una serie di argomentazioni a grana grossa, che annacquano ottimi spunti in una forma artefatta, preferendo rifugiarsi in metafore urlate o in monologhi a tratti didascalici, piuttosto che nel tessuto vivo del racconto, forse troppo insicura nel demandare l’intero spettro della riflessione ai corpi e ai gesti di John Walker e Isaiah Bradley, di per sé entità politiche raccontate con ammirevole cura.

The Falcon And The Winter Soldier è dunque una serie paradossale, straordinariamente coerente sul piano tematico ma al contempo strabordante, fuori fuoco e di gran lunga meno incisiva nella sua dimensione ideologica di quanto avrebbe potuto essere. La serie di Spellman ha il coraggio di ripensare da zero un intero immaginario, ma è anche la prova di quanto la Marvel possa parlare al presente forse solo mitigando le sue riflessioni a partire da una simbolica struttura-filtro. Ritorna dunque il paradosso del pur ottimo Black Panther, un blockbuster diventato simbolo della comunità afroamericana ma incapace, forse, di indirizzare a dovere i suoi numerosissimi spunti militanti in un discorso coeso proprio perché troppo chiusi nelle sue riflessioni teoriche sull’afrofuturismo.

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Kari Skogland Malcolm Spellman Anthony Mackie Sebastian Stan Wyatt Russell Daniel Brühl Emily VanCamp Miniserie da 6 episodi
USA 2021
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Nomadland

di Arianna Pagliara
Nomadland recensione Point Blank

Nata a Pechino e formatasi negli USA, la regista Chloé Zhao ha realizzato finora tre lungometraggi estremamente coerenti come prospettiva di sguardo e campo di indagine, che vogliono offrire il ritratto di un’America autenticamente rurale e al contempo marginale e dolente. È qui che da un lato si sedimenta ciò che resta del mito del West e della frontiera - dal confronto spietato e serrato uomo/natura al senso di solitudine come elemento intrinseco e costitutivo dell’(anti)eroe – e dall’altro si infrangono le illusioni e i sogni di grandiosità e successo radicati in un certo immaginario, e tuttavia minati alla base proprio da quel sistema socioeconomico che ha voluto porli in essere.
La Zhao, forte di un sentire che in virtù delle sue origini è insieme dentro e fuori la materia trattata, pone l’obiettivo della macchina da presa esattamente all’incrocio tra mito e realtà, e mette in scena il cortocircuito che si genera a partire da questo incontro/scontro.

L’opera prima della regista, Songs My Brother Taught Me (2015), è un racconto intimo e delicato su due giovani fratelli della riserva indiana di Pine Ridge, nel South Dakota. Se i movimenti di macchina e lo sguardo sul paesaggio hanno un debito con il cinema di Malick, l’intento ultimo del film è quello di restituire un ritratto veritiero dei personaggi e della loro difficile quotidianità, senza però sfaldare troppo la narrazione, ma portando avanti un discorso coeso e limpido sul rapporto uomo/natura, dove però la natura è essenzialmente casa, patria, heimat. Uno dei personaggi secondari di questo primo film, attore non professionista e cowboy da rodeo, diverrà poi protagonista del secondo, intitolato The Rider - Il sogno di un cowboy (2019). A suo modo un western, il secondo film della Zhao, come avviene anche nel cinema di Roberto Minervini - che per geografie e sentire non è distante, sebbene più ruvido e meno addomesticato – è, più che racconto, vita vissuta, perché il protagonista Brady Jandreau interpreta se stesso.

Una presenza attoriale forte come quella di Frances McDormand in Nomadland è dunque una cesura, uno strappo in un certo senso, ma tuttavia non così profondo, perché la dimensione qui esplorata – umana ed emotiva, ma anche geografica e paesaggistica – resta in linea con i due film precedenti. Il punto di partenza è l’omonimo libro inchiesta della giornalista Jessica Bruder, che racconta del moderno nomadismo a cui tanti americani non più giovani sono costretti in seguito alla recente, rovinosa recessione economica. La protagonista del film, Fern, è una di loro: ha perso il marito e in seguito la fabbrica dove lui lavorava ha chiuso; gli alloggi per i lavoratori si sono trasformati in una città fantasma e lei, che non ha più una casa, gira l’America in un van in cerca di lavori stagionali. La durezza delle sue giornate è mitigata dalla solidarietà che riceve – e soprattutto offre – ai molti che condividono la sua stessa scelta di vita, incrociati, persi e ritrovati lungo un cammino senza fine, attraverso distese di neve e deserti, parcheggi notturni e fast-food.

Leone d’Oro a Venezia 77, due Golden Globe e tre premi Oscar, Nomadland sa coniugare le esigenze del cinema di fiction con quelle di un approccio che punta al documentarismo, parlare il linguaggio dell’emotività senza perdere aderenza al vero, insistere sulla drammaticità evitando il compiacimento, complice la presenza magnetica di Francis McDormand, intensa nella sua empatica asciuttezza.
Nomadland è infatti un film che sembra cucito addosso all’attrice protagonista, un film che si nutre della sua eccezionale interpretazione, ma anche un racconto intriso di malinconia e tenerezza, capace di rivelare tutto uno stato di cose a partire dai più piccoli dettagli. Un piatto che si rompe, una gomma a terra, lo sporco onnipresente che le mani stanche di Fern cercano di lavare via sempre e comunque. C’è poi l’America dei non luoghi: ancora tavole calde, campeggi, gruppi sparuti di case abbarbicate addosso a immense strade anonime, dove, come in certi dipinti di Edward Hopper o come in un autentico western, la vastità silente dello spazio basta da sola a minacciare l’uomo (che qui è sempre, e ancora, un pioniere) e il suo sogno di urbanizzazione, il suo bisogno di controllo, di ridurre l’ignoto a noto.
C’è poi, ancora, la natura maestosa e matrigna, specchio – come vuole, di nuovo, il western – della solitudine umana, margine di confronto della sua forza, della sua capacità di resistenza.
Nomadland è però anche un film che tiene in piedi solidamente un discorso politico prima ancora che esistenziale, sebbene l’afflato poetico resti alla base dell’approccio espressivo della regista.

Impossibile, per gli argomenti trattati, non pensare al bel documentario di Gianfranco Rosi Below Sea Level – Sotto il livello del mare (2008), girato in una comunità di homeless del deserto californiano: uomini e donne dalle vite spezzate, il presente che spaventa come una voragine aperta, il futuro che è qualcosa di impossibile, ormai, anche solo da immaginare. Ma la Zhao, sebbene fortemente ancorata al reale, vuole restare dentro il cinema, inteso anche come fabulazione: la necessità di costruzione del racconto si fa allora evoluzione del personaggio, che man mano sarà in grado di liberarsi dalle catene interiori del ricordo e di riprendere la strada, infine, con una libertà non solo fisica ma finalmente anche emotiva.

 

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Chloé Zhao Frances McDormand, David Strathairn, Linda May, Charlene Swankie, Derrick Janis 108 minuti
USA, 2020
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La donna dello scrittore

di Leonardo Gregorio
transit-recensione-film-petzold

Tra Il segreto del suo volto e Undine – Un amore per sempre: è l’anello di congiunzione tra le due opere, tra le cadenze della Storia e del Mito, tra il possibile e l’inverosimile, tra la memoria del passato e del futuro. Un nuovo (ri)corso, un nuovo ritorno. Un transito. Una fuga impossibile come lo è l’amore. È il primo film di Christian Petzold in assenza del maestro, e spesso collaboratore, Harun Farocki; è il primo film – dopo tanti – senza la musa Nina Hoss, con Paula Beer (e Franz Rogowski, insieme con lei anche in Undine) a disegnare altre traiettorie sentimentali, a contenere altre implosioni esistenziali, a inventare altri corpi e spettri, figure del racconto che transitano incerte come il senso, condannate a un falso movimento dalle rovine della Storia e inchiodate all’indeterminatezza dello stato dell’essere.

La Francia odierna è sotto il progressivo scacco delle truppe naziste. Georg (Rogowski) e Marie (Beer); un uomo, una donna, i loro destini. Transit (La donna dello scrittore) – alla fonte c’è il romanzo Visto di transito di Anna Seghers (1944), pubblicato in Italia quasi dieci anni dopo – viaggia tra il mélo e il noir, dentro un buco temporale, in una sospensione quasi sensoriale, dentro un’apocrifa Jetée a colori, in un mondo che assomiglia al nostro ma che non lo è, in un tempo che potrebbe essere il nostro ma che non lo è.  E Petzold ama i suoi personaggi irreali, proprio perché troppo reali. Del resto, secondo lui, «lo spazio cinematografico è questo: uno spazio tra persone». E sono proprio queste «persone» l’espressione più pura del sentimento confuso, inintelligibile, del tempo; come se questo fosse una loro proiezione, come se la loro soggettività fosse una realtà fattuale. Petzold rende possibile l’impossibile, senza fantascienza, come in un paradossale documentario di finzione, in una distopia realista, in una messa in scena di soglie vere e presunte. Nel Segreto del suo volto solo Johnny, marito di Nelly, non riconosce la moglie sopravvissuta ad Auschwitz. Qui, nella Donna dello scrittore, il Novecento si ripete senza mostrarsi.

Georg è un tedesco che ha lasciato la Germania, si è rifugiato in Francia, ma ben presto i nazisti arriveranno. Lascia Parigi, ormai spacciata, per riparare a Marsiglia. Nella città marina, per una serie di circostanze, verrà scambiato dalle autorità diplomatiche per lo scrittore Franz Weidel, intellettuale dissidente che in realtà si è suicidato in una stanza d’albergo, come sa molto bene Georg, in possesso di importanti documenti e lettere dell’uomo. Questa nuova identità potrebbe garantirgli la partenza via nave per il Messico, prima che i tedeschi giungano a occupare e rastrellare la città, ma tutto diventa più difficile quando conosce Marie, la moglie di Weidel, in cerca del marito scomparso. 

È un’opera straniata e sdoppiata, La donna dello scrittore: le immagini del suo autore sono questione politica, quesito estetico, figure di una complessità problematicamente nitida, una relazione tra i suoi protagonisti e il mondo; le immagini che i personaggi  vedono, vivono, sondano, sono immagini che si ricordano di altre: inaccessibili, inesatte, indecifrabili, forse mai esistite. Il rapporto che si instaura tra Georg e Driss, orfano del padre, sembra essere quasi il lacerto di un altro racconto nascente, una scheggia, un altro oggetto narrativo. Così come gli altri personaggi che l’uomo incontra: sono quasi immagini-limite, rivelazioni parziali, tracce di significati inarrivabili, di una verità introvabile. L’amore tra Georg e Marie è il lampante mistero del film, la sua identità imperscrutabile, la sua essenza ultima. La voce narrante, così lontana così vicina, non addensa, piuttosto ricama i fili sottili tra teoria dello sguardo d’autore e atlante emozionale dei suoi personaggi. I corpi sono incerti, i luoghi li raccontano, li dissimulano, li disperdono, li perdono. E nello iato tra la forma di Transit e quella del pensiero dei suoi protagonisti, del loro agire, nel vuoto tra questo cinema e i suoi abitanti, Petzold – come un subacqueo, come il Christoph di Undine –  si immerge, cerca un indizio, forse un inizio, una verità finalmente possibile.

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Christian Petzold Franz Rogowski Paula Beer 101 minuti
Francia, Germania, 2018
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Un altro giro

di Emanuele Di Nicola
Un altro giro di Thomas Vinterberg

Fin dall’inizio dei tempi l’uomo si ritrova davanti a un bicchiere. Chi siamo noi per contraddirlo? La letteratura canta le lodi dell’alcool dall’antichità: partendo dai greci e latini, e ancora prima, per arrivare all’età moderna, al vino poetizzato da Baudelaire, sfociando nel contemporaneo con gli eccessi della Beat e non solo. Charles Bukowski, in un racconto di Storie di ordinaria follia, osserva un’anziana signora irreprensibile e si chiede: «Come avran fatto a ridurla in quello stato i tè con i pasticcini e la chiesa?». Poi naturalmente c’è il cinema. Che l’alcool lo ha sempre inscenato implicitamente, con il whisky impugnato da Humphrey Bogart (come nella vita, d’altronde), e in modo esplicito nelle opere frontali sull’alcolismo: basti pensare a Giorni perduti di Billy Wilder (The Lost Weekend, 1945), che nella Hollywood classica raccontava la parabola di un alcolizzato, ovvero lo scrittore "perduto" incarnato da Ray Milland. Di alcool è imbevuta la cine-letteratura del Novecento, incluso il fumetto, con Tiziano Sclavi che negli anni Ottanta assegnava a Dylan Dog il tratto distintivo di ex alcolista come l’autore, generando da esso grandi storie (Il fantasma di Anna Never, 1987). E da poco abbiamo visto il Churchill di Gary Oldman, ne L’ora più buia di Joe Wright, che non si arrende ai nazisti con discorsi radiofonici impastati dall’alcool. Ed Herzog incontra Gorbaciov, col cineasta che dice del leader sovietico: «Si capiva subito che era diverso dagli altri: non beveva». E soprattutto la manovra spericolata del pilota Whip di Denzel Washington, in Flight di Robert Zemeckis, film sull’alcolismo e sul dubbio, sulla necessità di mettersi in dubbio per combatterlo (ma quella manovra, forse, non era poi così sbagliata).

Proprio nell’era del Covid e delle bevute casalinghe, in modo preterintenzionale, si innesta Druk di Thomas Vinterberg (Ubriacarsi), in italiano Un altro giro, titolo nato nei festival d’emergenza (bollinato da Cannes, proiettato alla Festa di Roma), cresciuto grazie anche alla presenza di Mads Mikkelsen e infine portato in trionfo: Oscar 2021 come migliore film straniero nella storica edizione di ripartenza dell’Academy.
Il regista danese mette in scena l’esperimento di quattro docenti di scuola superiore, ormai in declino e piegati dalla routine, guidati dal Martin di Mikkelsen: ingerire una determinata quantità di alcool e mantenere un livello costante tutto il giorno, senza mai esagerare, per migliorare le condizioni di vita e lavoro. Ma, prima di tutto, un indizio lo fornisce la citazione di Kierkegaard posta in esergo: «Cos’è la giovinezza? Un sogno. Cos’è l’amore? Il contenuto di un sogno». Giovinezza e amore sono quindi le premesse che disegnano le quattro figure: la prima è svanita, la seconda è una chimera da rincorrere, come dimostra Martin e il suo rapporto sfilacciato con la moglie. Il “sogno” è l’utopia del benessere, il tentativo disperato di stare bene dopo i 50 anni. Così i quattro amici iniziano a bere nella quantità stabilita.

Un altro giro di Thomas Vinterberg

L’esperimento è scientifico, condotto con perizia chirurgica, ma l’alcool può sfuggire di mano. In tal senso il racconto, nel suo graduale progredire, mostra i possibili effetti sui diversi caratteri: se Martin sembra recuperare il legame con la compagna, la sostanza dell’insegnamento e insomma le redini della vita, il maestro di ginnastica Tommy (Thomas Bo Larsen, non inferiore a Mikkelsen) imbocca invece una china fatale. Nel frattempo il bicchiere può davvero sciogliere il proprio granito interiore, come dimostra, genialmente, la sequenza dello studente che dopo un goccetto - su consiglio del professore - passa brillantemente l’esame. Vinterberg, regista sottovalutato e stroncato da molta critica, sbrigativamente legato all’antico Festen, fruga ancora nella memoria personale, esattamente come per La comune: «Mi ricordo quando, a sedici anni, ero nel giardino della comune dove vivevo, nel pieno della primavera, un po’ brillo dopo avere appena baciato la mia ragazza: un momento di felicità assoluta che non tornerà. Il film si lega a questo desiderio, a tornare a provare quella stessa leggerezza». Lo sceneggia col sodale Tobias Lindholm, un altro sottovalutato (peggio: misconosciuto), che ha appena mostrato la sua profondità di scrittura nella miniserie The Investigation, un giallo che non mostra mai la vittima né il sospettato: così come Druk è un film sull’alcool che non mostra mai la morale.

Come porsi dinanzi a questi personaggi, alle loro evoluzioni? È qui che il racconto schiera tutta la sua potenza: oscillando verso la descrizione degli eccessi alcolici, con gli effetti devastanti sulle vite, a un certo punto sembra sfiorare una posizione moralistica. Ma lo fa solo per smentirla, spiazzando doppiamente: quando l’esperimento viene archiviato, quando i personaggi subiscono un lutto e tornano nei ranghi, lontano dall’alcool e nel limbo della sobrietà, ecco il colpo di scena. La svolta si materializza sotto forma della danza dionisiaca di Mads Mikkelsen, splendidamente girata da Vinterbeg che lo segue con la cinepresa come lo pedinava ne Il sospetto, avvolgendolo nel dubbio della pedofilia: solo che qui è una certezza, il baccante Martin balla per se stesso, riafferma la propria libertà etica ed etilica, dunque umana. Eccolo il sogno di Kierkegaard: un sogno ebbro di felicità che si può sempre afferrare per un attimo alzando il bicchiere. A qualsiasi età. Così la parabola incubale di Wilder, le sue inquadrature mostruose del whisky e lo spettro della bottiglia, diventano qui giorni ritrovati. Vinterberg prende il moralismo e lo scioglie in un baccanale dionisiaco: bibo ergo sum.

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Thomas Vinterberg Mads Mikkelsen Thomas Bo Larsen Magnus Millang Lars Ranthe Maria Bonnevie 117 minuti
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Anything for Jackson

di Nicolò Comencini
anything for jackson recensione film

Dai tempi in cui Lynch e Frost provarono che la barriera divisoria tra il mondo cinematografico e quello televisivo era più permeabile di quanto si credesse, le due sfere hanno portato avanti un dialogo costante, una circolazione ininterrotta, in entrambe le direzioni, di idee e talenti. Molti sono ad esempio i grandi registi che negli ultimi anni si sono dedicati all’esercizio seriale, mentre alcuni produttori e creatori di contenuti pensati per il piccolo schermo (per quanto possa ancora aver senso parlare di piccoli e grandi schermi nel coronacene — sigh!) si sono cimentati nella settima arte.
In questa dinamica, dopo anni di formazione trascorsi per lo più sui set canadesi di film tv natalizi per la televisione canadese, Justin G. Dyck è riuscito a concretizzare il sogno di realizzare un lungometraggio horror indipendente: Anything for Jackson rende omaggio ai classici appartenenti al filone della possessione demoniaca (come Il presagio di Richard Donner) ma porta al contempo una ventata di aria fresca in un genere che ha il terribile vizio di ripetersi nella forma e nei contenuti.

Lo spunto iniziale richiama la trama di Rosemary’s Babe: una giovane donna incinta diventa la sfortunata preda di un’anziana coppia che si balocca con l’occulto. In questo caso non è però il terrore della futura madre a occupare il centro della scena, bensì le peripezie dei rapitori, una coppia cordiale, pacata e benestante che si rivela capace di premeditare e mettere in atto un crimine atroce. Tuttavia, contrariamente ai diabolici inquilini del gotico Bramford, i due (interpretati in modo efficace da Julian Richings e Sheila McCarthy) non sono mossi da una mera devozione satanica ma dal dolore dovuto alla perdita dell’amato nipotino. Sprovvista di mezzi per far fronte al trauma in una vita che sembra, almeno fino al dramma scatenante, averle riservato tutti i privilegi immaginabili, la coppia si abbandona all’infantile e disperata ricerca di una via di fuga che le permetta di sottrarsi al lutto, costi quel che costi. Avvicinatisi a un gruppo di satanisti amatoriali che si riunisce nel locale centro ricreativo, i coniugi decidono così di ricorrere a un esorcismo inverso, o, secondo la definizione del sociologo Luc de Heusch, a un “adorcismo”, ovvero l’insediamento forzato di una forza benefica in un luogo, in un oggetto o in un essere vivente. In altre parole, intendono infondere lo spirito di Jackson nel corpo di un nascituro.

film

La scelta di costruire la narrazione attorno a una coppia anziana, in controtendenza nell’ambito di un genere incline a privilegiare corpi giovani, si rivela una risorsa che il regista riesce a sfruttare a pieno, cogliendone le potenzialità comiche in grado di fare da contrappeso alla drammaticità della vicenda e di attribuire un tono e un ritmo singolari a una pellicola che avrebbe altrimenti faticato a distinguersi. I coniugi Walsh risultano essere impacciati col crimine e l’occulto quanto lo sono con la tecnologia, al punto che neanche la precisione millimetrica nel calcolare le proprie azioni impedisce loro di incappare in continui errori. Nel susseguirsi degli eventi, scoprono a loro spese di aver effettuato solo la prima parte del rituale, aprendo un portale che funge da calamita per tutte le entità soprannaturali intenzionate ad accedere al mondo dei vivi. L’accogliente dimora della coppia diventa così una casa degli orrori popolata da spiriti terrificanti. L’attenzione che Dyck presta ai dettagli è particolarmente apprezzabile in questo frangente: i fantasmi che infestano la casa sono incarnazioni ben precise delle fobie dei personaggi, ispirate all’interpretazione psicoanalitica dei sogni. Il Dott. Walsh viene ad esempio perseguitato dallo spettro di una donna che si passa compulsivamente il filo tra i denti fino a farli cadere, incarnazione di un incubo tipico che la psicanalisi interpreta come paura inconscia di perdere il controllo sulla propria esistenza.

Rifiutando inoltre un modello che tende per natura alla dicotomia tra buoni o cattivi, Anything for Jackson presenta una cerchia di personaggi tridimensionali e terribilmente verosimili nella loro incapacità di far fronte al dolore della perdita, alla paura e all’emarginazione. I protagonisti del film si muovono a tentoni in una realtà che si svincola continuamente dal loro volere, e l’umano impulso di correggere un destino infausto, anche a costo di rinunciare ai propri limiti etici, funge da catalizzatore per il climax tragico.

In un’intervista rilasciata al Substream Magazine, Dyck ha annunciato la sua intenzione di portare avanti in futuro una ricerca nel genere horror. Visto l’apprezzabile frutto di questa prima escursione, non ci rimane che attendere impazientemente di vedere cosa ci riserberà in futuro.

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Justin G. Dyck Sheila McCarthy Julian Richings Konstantina Mantelos Josh Cruddas 97 minuti
Canada 2020
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EROTIC THRILLS - Seduzione pericolosa

di Andreina Di Sanzo
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[Questo articolo fa parte di uno speciale monografico dedicato alla figura eversiva, politica, erotica della femme fatale, nato dalla convinzione che «l’immagine, ancor più se sessuale, è sufficiente a creare una narrazione (dei generi, del pensiero, della cultura, del mercato)». L’immagine crea, e il cinema «fa ancora la differenza», nonostante tanta parte del contemporaneo sia volta oggi alla produzione di immagini-corpo depotenziate, depauperate, inviluppate di teoria e rivendicazione intellettuale desessualizzata. Incentrato sul neo-noir (dal revival postmoderno di Brivido caldo all’eccesso parodico di Sex Crimes), questo speciale nasce come risposta a tale condizione imperante e prende corpo da un testo specifico, Brivido caldo – Una storia contemporanea del neo-noir, di Pier Maria Bocchi. A lui abbiamo chiesto un’introduzione, che potete trovare qui, in cui vengano tracciate le linee guida del nostro lavoro, per una riscoperta del potere eversivo del desiderio].

La New York notturna degli anni ‘80, con i suoi tombini fumanti, le luci al neon, le prostitute, gli strip club e quel brulicare insistente della metropoli insonne, è l’ingombrante sfondo perfetto di Seduzione pericolosa diretto da Harold Becker.
Il detective Frank Keller (Al Pacino), da 20 anni in servizio e ancora incapace di accettare il divorzio da sua moglie, è a capo di un’indagine che vede un misterioso serial killer adescare le vittime tramite annunci per cuori solitari e ucciderli con il sottofondo di Sea of Love di Phil Phillips (da cui il titolo originale). Insieme all’investigatore Sherman (John Goodman) decidono di attirare a cena, grazie agli annunci sul giornale, alcune donne in cerca di appuntamenti e rintracciare, attraverso quel gioco, il misterioso serial killer. Nel susseguirsi degli incontri, non privi di beffarda ironia e situazioni imbarazzanti, Keller viene colpito da Helen Cruger, indimenticabile Ellen Barkin in giubbottino di pelle rosso, fatale solo dallo sguardo, che conquista subito Frank e lo coinvolge in una passionale relazione.

Caotico, perverso e letale, Seduzione pericolosa gioca con tutte le regole del genere: il duro e sofferente investigatore, la città tentatrice e la femme fatale apparentemente pericolosa. Il film di Becker insinua nello spettatore il sospetto che di pari passo adombra la mente di Keller: è proprio Helen l’assassina? Come possiamo (noi e il protagonista) smettere di essere così affascinati da questa donna? Il film di Becker, prima del più paradigmatico neo-noir Basic Instinct, procede in un andirivieni di indizi che ci portano a sospettare la colpevolezza della bionda letale. In realtà il personaggio interpretato da Berkin, già icona di fascino e pericolo in Johnny il bello di Walter Hill o in The Big Easy di Jim McBride, è molto più complesso e stratificato: Helen è una mamma single che vive in un piccolo appartamento insieme all’anziana madre, non è una privilegiata, non ha sposato nessun uomo ricco da uccidere per soldi. Vive nella reaganiana società legata alla famiglia, all’essere performanti nella New York di Wall Street e dei lupi della finanza, è una donna più libera e meno vincolata delle tante donne fatali del vecchio e del nuovo noir e vive la sua sessualità senza tabù. E poi si innamora. Si innamora non per raggirare, fregare o usurpare, ma per caso, per desiderio.

Seduzione pericolosa così, da un lato utilizza alcuni delle tecniche narrative tipiche della detective story e del thriller, procedendo con una serie di dubbi e false piste che tengono con il fiato sospeso, ci ammaliano e ci rendono partecipi al cento per cento dell’investigazione. Dall’altro è una sinfonia metropolitana che semplicemente racconta l’incontro e il desiderio di due personaggi fuori dalle regole imposte da una società profondamente tradizionalista come quella degli anni ‘80. La detective story è solo il percorso e soprattutto il pretesto, come da sempre nel genere noir o crime, verso la rivelazione delle zone d’ombra del protagonista-detective. Nel caso del film di Becker, Al Pacino non viene perciò solo risucchiato nella spirale di un mondo sotterraneo della criminalità più oscura, non come accade ai vari Marlowe o a Walter Neff o a Jeffrey Beaumont, che ne rimangono vittime. Il percorso del detective Frank Keller è totalmente opposto al canone: il giallo e la donna fatale qui lo portano proprio a una riemersione, da una vita insoddisfacente e solitaria, all’incontro con la sessualità viva, il calore di un amore rumoroso e imperfetto ma totalmente privo di doppi o tripli giochi. La città, ancora una volta, è il ventre che accoglie i personaggi, ora spietata, ora amorevole. Becker ce la mostra sempre di notte - come una storia di omicidi richiede - ma nel finale in cui la coppia si allontana, è illuminata a giorno e, anche se caos e brusio non svaniscono, i personaggi sono avvolti da una nuova gradazione.

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Harold Becker Al Pacino Ellen Barkin John Goodman Michael Rooker 112 minuti
USA 1989
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EROTIC THRILLS - The Big Easy - Brivido seducente

di Jacopo Bonanni
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[Questo articolo fa parte di uno speciale monografico dedicato alla figura eversiva, politica, erotica della femme fatale, nato dalla convinzione che «l’immagine, ancor più se sessuale, è sufficiente a creare una narrazione (dei generi, del pensiero, della cultura, del mercato)». L’immagine crea, e il cinema «fa ancora la differenza», nonostante tanta parte del contemporaneo sia volta oggi alla produzione di immagini-corpo depotenziate, depauperate, inviluppate di teoria e rivendicazione intellettuale desessualizzata. Incentrato sul neo-noir (dal revival postmoderno di Brivido caldo all’eccesso parodico di Sex Crimes), questo speciale nasce come risposta a tale condizione imperante e prende corpo da un testo specifico, Brivido caldo – Una storia contemporanea del neo-noir, di Pier Maria Bocchi. A lui abbiamo chiesto un’introduzione, che potete trovare qui, in cui vengano tracciate le linee guida del nostro lavoro, per una riscoperta del potere eversivo del desiderio].

The Big Easy (“la Grande Città Indulgente”) è il luogo dove tutto è possibile. Non esiste definizione più appropriata di quella messa “nero su bianco” per la prima volta da James Conaway nella sua omonima crime novel e in seguito immortalata sul grande schermo da Jim McBride, per descrivere l’indole mefistofelica e cosmopolita di New Orleans: il cuore pulsante e caotico di un’America che non si può fare a meno di amare; la capitale di quel verace sentimento deep south che, ancora oggi, nonostante l’uragano Katrina, vanta ancora una nutrita schiera di affascinati cantori tra musicisti, romanzieri e registi di successo. Nessuna città americana è paragonabile a New Orleans perché - tra tutte - è quella che più di ogni altra rappresenta le contraddizioni di un paese che sfugge a qualsiasi definizione, come il cinema postmoderno di McBride: un filmmaker indipendente - temerario e spregiudicato - che ha fatto della poliedricità il suo fiore all’occhiello. Ne sono una fulgida testimonianza i suoi lavori fuori dagli schemi come l’acclamato documentario d’esordio (David Holzman’s Diary, 1967), l’audace trasposizione del film manifesto di Godard (“All’ultimo respiro”, 1983), fino ad arrivare all’eccentrica biografia musicale dedicata all’idolo del rock’n’roll Jerry Lee Lewis (Great Balls of Fire, 1989).

Tutte le sue opere sono la sintesi cinematografica del loro decennio di riferimento, fotografato da uno sguardo originale – mai omologato - attraverso il quale il regista newyorkese riesce a mettere in risalto la rappresentazione della realtà che lo circonda filtrata dall’artificio. Ogni volta McBride dimostra di essere sempre disposto a rischiare in prima persona pur di ottenere il risultato prefissato, sfoggiando una delle filmografie più eclettiche e controverse del cinema americano contemporaneo, in una sorta di viaggio infinito alla ricerca di nuovi spazi in cui esprimersi liberamente e di nuovi sfide per cui valga la pena mettersi in gioco. Non fa eccezione l’esotico lungometraggio The Big Easy del 1986: un neo-noir atipico – rispetto ad altre produzione del periodo - in grado di amalgamare – efficacemente - i toni irriverenti e spensierati della screwball comedy a quelli cupi e violenti tipici del thriller metropolitano, grazie a una alternanza puntuale, quasi chirurgica, di azione, ironia, eros e violenza. McBride scommette tutto sull’alchimia dei suoi personaggi, dai protagonisti all’entourage dei comprimari, puntando l’attenzione sulle emozioni forti piuttosto che sulle dinamiche investigative tradizionali, coadiuvato dalla solida sceneggiatura di un veterano del genere poliziesco come David Petrie Jr. (Beverly Hills Cop, Sulle tracce dell’assassino).

Il film si apre con una suggestiva ripresa aerea del bayou di New Orleans - mostrata come un set illuminato in pieno giorno -  mentre la band cajun dei Beau Soleil suona in sottofondo Zydeco Gris Gris. Si mette subito in chiaro il ruolo di primo piano giocato dalla capitale della Lousiana all’interno della storia, e più in generale si allarga la riflessione sul genere. Infatti spetta proprio alla “città dai mille volti” il compito di interpretare la parte della femme-fatale senza scrupoli, pronta a indurre in tentazione la macchina da presa, per poi spogliarsi davanti agli occhi degli spettatori; ostentando «una normalità che è direttamente proporzionale alla carica di violenza, alienazione e mostruosità che essa cela» (F. La Polla, 2004). Parliamo - non a caso -  della stessa New Orleans lasciva e provocante  che porterà alla dannazione, nel gli stessi anni, sia i fratelli protagonisti del Bacio della pantera (1982) di Paul Schrader che il detective interpretato da Mickey Rourke in Ascensore per l’inferno (1987) di Alan Parker.

È questa la seducente cornice all’interno della quale prende corpo – in tutti i sensi - la torbida storia d’amore (e morte) che coinvolge da un lato Remy McSwain - spavaldo poliziotto meticcio dalla dubbia moralità e dall’ego ipertrofico, impersonato metodicamente da un istrionico Dennis Quaid all’apice della forma fisica - e dall’altro un’estroversa ed emancipata Ellen Barkin nelle vesti di Anne Osborne. La donna è un’integerrima assistente del Procuratore Distrettuale – acerba e innocente – costretta dai superiori a indagare su una serie di omicidi di stampo mafioso che coinvolgono McSwin e la sua squadra: una vera e propria “famiglia disfunzionale” composta, tra i tanti, da Nead Beatty e John Goodman.

Tra i due protagonisti, apparentemente agli antipodi, scatta inevitabilmente una scintilla, destinata a divampare ben presto in un incendio che si consuma tra le lenzuola e le aule del tribunale fino a “scottare” entrambi, quando viene messo a repentaglio ciò che hanno di più caro al mondo: la famiglia e l’integrità professionale. I due si amano, si illudono, si affrontano e si riconciliano – a ritmo di musica - in una “danza” frenetica tra le spire di una città sommersa, rischiarata dai neon: dove i concetti di bene e male, bianco e nero, legalità e corruzione si (con)fondono insieme ai personaggi e alle aspirazioni che li animano. Da questo punto di vista McBride è bravissimo a lavorare su un’ambientazione estremamente reale e tangibile, quando l’azione subentra all’indagine tradizionale ma allo stesso tempo completamente stilizzata e surreale – a tratti fumettistica – quando prevale la componente ironica e sensuale. Ciò che distingue il suo approccio da quello di altri registi coevi è sicuramente un’abilità fuori dal comune nel descrivere la carica sovversiva dei corpi, l’erotismo dei luoghi, la fisicità della musica che non è mai un semplice contrappunto extra-diegetico ma parte integrate della trama alla pari del sesso che, seppure esibito, non è mai pura “ostentazione ginnica” ma traduzione di una tensione sessuale che permea ogni inquadratura.

Il mondo tratteggiato da McBride è un universo costellato di outsider, di “ribelli” in fuga da se stessi, di uomini infantili, irresponsabili ma soprattutto incapaci: sia di adeguarsi ai tempi che corrono, sia di tenere il passo con una realtà che non soltanto li bracca senza tregua ma gli si rivolta perennemente contro. Una caratteristica comune anche al personaggio di Quaid: un viveur pieno di sé, talmente abituato ad agire al di fuori delle regole – dipingendosi nelle vesti del “buono” – da non riuscire più a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, al punto da negare l’esistenza stessa di un traffico di tangenti e droga che coinvolge la polizia. Soltanto nel catartico finale dopo essere stato tradito da quello che considera il suo mentore/padrino (Ned Beatty), McSwain riesce finalmente a prendere coscienza di sé, a ripudiare la sua “famiglia” e a trovare il coraggio di riscattarsi agli occhi della sua donna, prendendo le distanze e i provvedimenti necessari per affrontare i suoi colleghi corrotti.

The Big Easy è un neo-noir vitale e suadente che, nonostante il suo approccio informale, riesce a toccare tutte le istanze di cambiamento in atto all’interno del panorama hollywoodiano: la messa in discussione della mascolinità, la crisi dell’istituzione familiare, lo sgretolamento delle identità sessuali. Tuttavia, il suo valore intrinseco non risiede tanto nel come riesce a farlo, ma nel quando: il film esce nelle sale in un periodo storico complesso come la prima metà degli anni ottanta, al culmine dell’era reaganomics, all’interno di un contesto cinematografico in cui vige ormai un clima generale in cui si evidenzia «l’impossibilità di un dialogo sincero tra autore ed epoca di appartenenza» (Bocchi, 2016). È  soltanto in questo ottica che è possibile apprezzare il lavoro svolto da McBride, che conferma ancora una volta  – al pari di autori del calibro di Carpenter, De Palma, Scorsese  - di essere un regista fortemente radicato nel presente, al punto da riuscire a intuirne e talvolta anticiparne idee e ideologie stravolgendole, senza per questo snaturare la propria poetica autoriale.

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Jim McBride Dennis Quaid Ellen Barkin Ned Beatty John Goodman 102 minuti
USA 1986
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Malmkrog

di Andrea Giangaspero
Malmkrog - recensione film puiu mubi

Una dacia soffocata sotto il biancore abbacinante di un paesaggio innevato della Transilvania è il teatro entro cui un gruppo di cinque aristocratici russi, nobili a vario titolo (mogli di generali, contesse, politici), trascorrono assieme una giornata ingaggiando un confronto serrato sulle cose universali e quelle dello Stato, sulle idee di bene e male, tutte fissate nell’orbita insindacabile di un riferimento evangelico e cristiano. Siamo dentro Malmkrog del regista rumeno Cristi Puiu: dentro perché sembra di vivere le immagini e le parole di una dimensione chissà dove confinata, il luogo di un’aristocrazia svuotata dei chiacchiericci e votata invece alla sola argomentazione di discorsi grandiosi, di un’impellenza parrebbe necessaria, e dove al di fuori non sta nulla o quasi, se non quel paesaggio innevato e desolato, una servitù che sussurra ai limiti dell’inquadratura o nella profondità dei corridoi, minuscola, e dove ogni gesto che alteri l’impalcatura granitica della parola viene rapidamente glissato. A 25 anni, Puiu aveva letto I Tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo di Vladimir Solov’ëv, teologo e filosofo russo tra i più grandi pensatori ottocenteschi, pervenendo soltanto ora alla sua grandiosa messa in scena cinematografica con un’operazione che per durata si attesta sui duecento minuti, superando le fatiche già esorbitanti dei lavori precedenti (La morte del signor Lazarescu, Aurora e Sieranevada superano tutti i centocinquanta minuti).

I cinque protagonisti trascorrono insieme la Vigilia di Natale da pranzo a cena, comunicando tra di loro in francese, ma virando sul tedesco quando devono scambiarsi informazioni di carattere più pratico o devono dare ordini alla servitù. Tutto risponde ai rigidi criteri del lignaggio e della cortesia; cortesia che a un tratto, a metà film, prende pure piede nell’argomentazione di uno dei commensali, il politico Edouard, come principio chiave per la realizzazione di una pace universale. Ma nel segno di quale civiltà? Di una eurocentrica, ovviamente, fortemente occidentalizzata, come proprio gli studi di antropologia di quel secolo suggerivano. Ma da qui, come anche prima, le ricche elucubrazioni finiscono sempre per scivolare in argomentazioni a carattere religioso (il discorso sulla grandezza e la necessità della guerra è, del resto, un discorso sulla sua santità, da rinnegare o sostenere). Delle sei sezioni di cui è costituito il film, ciascuna numerata e specificata col nome di uno dei personaggi, soltanto quella dedicata al servo Istvàn non intercetta l’oggetto divino. E non potrebbe essere altrimenti, perché al fondo dei Tre dialoghi sta la riflessione teologica di Solov’ëv, l’esigenza forte di specificare la propria posizione rispetto soprattutto a una forma di evangelismo tolstojano. Quando il personaggio più giovane, la bella Olga, interviene nei discorsi dei commensali, lo fa sempre in sostegno di una dottrina di bontà estrema e pacificata, respingendo la santità della guerra e qualsivoglia atto di aggressione persino contro coloro che si macchiano dei peccati più immondi, come per le orde di basci-buzuk di cui i personaggi leggono in una lettera del generale russo che li aveva combattuti. Sebbene alcuni di loro tentino di mediare la posizione di Olga, è Nikolaj, il proprietario della dacia che nei Tre dialoghi prende invece il nome di Signor Z., a tentare di trascinarla via dalla risolutezza stolta della sua posizione, con la dialettica più acuta e insistita del gruppo. E con più fermezza e intransigenza morale Nikolaj lo fa nella penultima sezione del film, proprio quella dedicata ad Olga, quando in riferimento alla parabola dei vignaioli e alla universalità della missione cristiana, sostiene che non vi possa essere realizzazione del Regno di Dio in Terra senza l’apoteosi dell’incarnazione e resurrezione di Cristo. È come se in Olga vi fosse quel principio di evangelismo tolstojano da espungere, svuotato della figura di Cristo e intriso di solidarietà posticcia e artefatta. In Nikolaj sembra esserci invece proprio Solov’ëv, con la teorizzazione della sua Divinoumanità e una visione radicalmente cristologica e messianica.

puiu

La densità ipertrofica delle parole determina che di queste immagini, perlopiù ferme e in piano sequenza, lo spettatore accolga tutte le variazioni minime. “Nessuna vuota verbosità morale ci difenderà dalla disperazione e dal pessimismo estremo”, dice a un tratto Nikolaj in prossimità della conclusione del film, dopo essersi pronunciato per l’ultima volta sulla imprescindibilità della risurrezione di Cristo. Per lunghi tratti sembra proprio che Puiu voglia giungere a questa considerazione. Soprattutto nella persona di Nikolaj e del divertito Edouard, gioca a costruire il senso delle loro convinzioni persuadendo gli altri con impostazioni apodittiche e scivolando spesso in calembour più o meno voluti. Allora può succedere che i cinque personaggi si guardino intorno, sospendano brevemente le lunghe discettazioni, si isolino su un balcone forse per piangere, di spalle alla cinepresa, oppure dal nulla si lascino svenire, come fa Olga al termine della prima parte.
Rispetto a questi dubitare e tacere e piangere brevilinei, l’inquadratura in Malmkrog aggiunge ulteriori variazioni che appaiono come casualità inessenziali, ma inevitabilmente assorbono l’attenzione dello spettatore. Durante il pranzo, in un piano fisso che inquadra simmetricamente la tavolata e la supera nella profondità di campo del corridoio, una bambina fa per dirigersi allegramente verso gli adulti ma una cameriera le corre dietro e la riacciuffa, riportandola silenziosamente nel fuoricampo. È il fuoricampo delle cose invisibili che premono contro i margini e fanno vibrare l’immagine, come se solo allora Malmkrog si aprisse a una vertigine, a un senso da ridestare (ecco la “vuota verbosità morale” delle parole di Nikolaj). Poi, di colpo, dalle belle parole di Edouard sulla funzione di civilizzazione cortese e universale dell’Europa su tutto l’ecumene, ecco un vociare confuso e inatteso che si fa strepito, quindi un clangore. I nobili sospendono curiosi il loro thè e si affacciano nell’atrio. La violenza irrompe fragorosa da ogni lato – di nuovo, però, non vista – nella forma di un mitragliamento convulso che uccide tutti.

Ma siamo solo alla metà del film. Tutti tornano, passeggiando sulla neve di un cortile pacificato, come se nulla fosse davvero successo. Di più, come se fossero stati partecipi di quella risurrezione auspicata, in cui si dovrebbe risolvere il mondo vuoto della parola confusa e di cui invece nessuno ha consapevolezza. Per tornare alla parola labirintica. Un piccolo quadretto in un salotto mostra la cartina dei Sette ponti di Königsberg: un noto problema matematico affrontato da Eulero; un’immagine, di nuovo, che esplica l’insolubilità e inestricabilità del dubbio. Il dubbio di Puiu, della parola svuotata nel secolo nuovo dal livellamento morale (“se questo è il nostro Dio, allora è solo il Dio di questo secolo”), forse anche il dubbio del Cinema e delle sue immagini.

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Cristi Puiu Agathe Bosch Ugo Broussot Marina Palii Diana Sakalauskaité István Teglas 201 minuti
Bosnia-Herzegovina, Romania, Serbia, Svezia, Svizzera 2020
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EROTIC THRILLS - Triplo gioco

di Riccardo Bellini
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[Questo articolo fa parte di uno speciale monografico dedicato alla figura eversiva, politica, erotica della femme fatale, nato dalla convinzione che «l’immagine, ancor più se sessuale, è sufficiente a creare una narrazione (dei generi, del pensiero, della cultura, del mercato)». L’immagine crea, e il cinema «fa ancora la differenza», nonostante tanta parte del contemporaneo sia volta oggi alla produzione di immagini-corpo depotenziate, depauperate, inviluppate di teoria e rivendicazione intellettuale desessualizzata. Incentrato sul neo-noir (dal revival postmoderno di Brivido caldo all’eccesso parodico di Sex Crimes), questo speciale nasce come risposta a tale condizione imperante e prende corpo da un testo specifico, Brivido caldo – Una storia contemporanea del neo-noir, di Pier Maria Bocchi. A lui abbiamo chiesto un’introduzione, che potete trovare qui, in cui vengano tracciate le linee guida del nostro lavoro, per una riscoperta del potere eversivo del desiderio].

Nello stormo di femme fatale che ammorbano e deliziano l’immaginario cinematografico di fine secolo, è difficile trovare un personaggio più luciferino, letale e al contempo evanescente di Mona Demarkov (Lena Olin). In una competizione di malvagità, nemmeno l’Alex Forrest (Glenn Close) di Attrazione fatale potrebbe reggere il confronto con la killer russa di Triplo gioco (Romeo is Bleeding), immaginata dal regista Peter Medak e dalla sceneggiatrice Hilary Henkin. Forrest resta infatti un personaggio drammatico, carnefice senz’altro ma vittima a sua volta con cui è possibile empatizzare, almeno prima del suo assottigliamento a simulacro orrorifico e, anzi, ciononostante. Mona Demarkov, invece, è pura pulsione di morte, godimento decerebrato, incubo erotico, gioco senza regole anziché giocattolo di cui disporre. Con lei, la dark lady contemporanea giunge a un punto di radicale estremizzazione e si dissolve sfacciatamente in essenza, sulla scia di quanto già espresso due anni prima dalle torbide astrazioni di Paul Verhoeven in Basic Instinct.

Il kitsch postmoderno di Romeo is Bleeding prosegue la ridefinizione di questo topos femminile iniziata con gli anni ottanta e lo fa in modo singolare. Mona Demarkov è infatti una figura peculiare nel novero delle “vedove nere” che non si limita alla contaminazione tra generi e modelli ma perverte, in parte, quelli stessi codici rappresentativi. La novità è evidente a cominciare dal modo in cui il film lavora sull’ingresso in scena della femme fatale, uno dei momenti più delicati e codificati del genere, a partire almeno dall’apparizione di Phyllis Dietrichson sulle scale di casa sua ne La fiamma del peccato, – archetipo ripreso dallo stesso Verhoeven. Da Gilda a Body of Evidence, da Le catene della colpa a Attrazione fatale, alla femme fatale è riservata un’entrata in scena che ne ammanta il fascino misterioso e l’aura altera, configurandola subito come oggetto dello sguardo e dunque del desiderio maschile. La troviamo spesso in posizione dominante rispetto all’uomo (La fiamma del peccato) e, soprattutto, in contatto visivo con quest’ultimo. L’incedere è lento, quando non manifestamente lascivo. Tendenzialmente non agisce fisicamente, esercitando semmai la propria influenza con lo sguardo. Fragilità e istinto ferino possono coesistere pericolosamente. Mona Demarkov appare invece per la prima volta in uno stacco che la vede trascinata via a forza da due agenti di polizia, scalpitante e urlante, prima ancora di incontrare l’agente Jack Grimaldi (Gary Oldman). Non ha l’eleganza di Catherine Tramell né la delicatezza di Rebecca Carlson. Ad anticiparla, una scia di sangue degli uomini che ha brutalmente ucciso in una sparatoria. La dark lady di Medak è fin da subito una chiara manifestazione pulsionale, irrefrenabile istinto violento che elude qualsiasi mistero. Un’immagine impenetrabile al gioco intellettuale che non va più contemplata ma semmai vissuta e goduta.

Non c’è dunque da stupirsi se proprio un regista come Medak, incline ad atmosfere oniriche e deliranti, abbia fatto di Mona il punto focale di un film che procede per strappi, lacune del tessuto logico-narrativo e svolte impreviste senza soluzione di continuità, incalzando spesso più per associazioni inconsce che per progressioni logiche dei nessi di causa ed effetto. Un film in cui, appunto, non resta altro che agire (e godere) come unica risposta a una realtà di fine millennio a cui è sempre più difficile trovare un centro e un orizzonte, nella saturazione degli stimoli sensoriali di un panorama mediale sempre più indisciplinato. Non sarà allora un caso che, accanto al noir e al thriller, Medak attinga ampiamente per la sua figura femminile soprattutto dall’action, genere che, tra l’altro, dagli anni ottanta comincia a ritagliare nuove prospettive per i ruoli femminili, mentre protesi e mutilazioni (la Demarkov si taglia un braccio sostituendolo con un arto finto) sposano quella ridefinizione del corpo erotico esplorata in quegli anni da registi come Lynch e Cronenberg.  

Dunque, se come sostiene Bocchi «L’immagine, ancor più se sessuale, è sufficiente a creare una narrazione», quale esempio migliore per riconfermare questa tesi di un film come Romeo is Bleeding, il cui impianto narrativo non solo cede terreno all’evidenza dell’immagine ma ne fa il suo autentico motore? 

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Peter Medak Gary Oldman Juliette Lewis Lena Olin 110 minuti.
USA, 1994
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