Kaori Oda costruisce un’opera ibrida tra documentario, performance e slow cinema che sfrutta il sonoro e la tensione tra visibile e invisibile, tra campo e fuori campo, per scavare nelle stratificazioni del trauma collettivo di una nazione imprigionata tra presente e passato.
Mara Fondacaro firma un esordio radicale, rigoroso e perturbante, che affronta archetipi profondi con intelligenza e misura e dimostra come sia possibile, oggi, raccontare l’orrore senza effetti, ovvero solo attraverso l’intensità dell’assenza.
Ed è nell’underground che Miike Takashi torna a raccontare le sue storie, di rivalsa e rivincita su un potere ormai insondabile e inafferrabile, nemico invisibile di intere generazioni e simbolo di una politica schiava della corruzione
Dopo il passaggio nel Fuori Concorso di Venezia80, il "director's cut" di Yervant Gianikian torna su grande schermo grazie al festival I Mille Occhi, che celebra lui e la scomparsa Angela Ricci Lucchi con il Premio Anno Uno: si rinnova così la necessità di guardare – ancora – alla loro opera come chiave per orientarsi nel nostro presente di immagini senza più Storia.
A sei anni di distanza da "Hotel by The River", Hong Sang-soo torna al Festival di Locarno con un film che si pone a dialogo con quel precedente, echeggiandone il parallelo metaforico con il fiume Han e la sua storia di inquinamento e rinascita.
Una storia, quasi parabola, che con intelligenza riesce a mascherare le turbe dell’universo adolescenziale passando dal particolare di una storia individuale all’universale senso di impotenza nei confronti della morte. A 15 anni di distanza da "Mary and Max", Adam Elliot torna con un nuovo, magnifico film.
Ossimori e disarmonie invadono le immagini di Pou-Soi Cheang, parossistiche rappresentazioni dell’esasperata (dis)evoluzione di una metropoli che ha visto scomparire il suo orizzonte e la dicotomia con il mondo rurale.
C’è sempre stata, nel cinema di Dumont, l’idea che qualcosa all’interno del mondo fosse in continuo contrasto. Una forza primigenia in grado di muovere i personaggi all’interno del quadro nel tentativo di spingerli verso altrove, verso la meraviglia aldilà dell’orizzonte.
Un’idea di cinema che vede nella forza dei fenomeni naturali la più alta forma di comunicazione a cui l’uomo può aspirare, una riproduzione allegorica di un mondo platonico verso cui la macchina da presa dovrebbe dirigere il suo sguardo per poter ambire alla purezza massima dell’immagine.
Il film che finalmente consacra Angela Schanelec e il suo sguardo verso il mondo: un cinema che si racconta attraverso i corpi e il Mito, immagini perdute che diventano estensione della memoria.