The Basics Of Philosophy

di Paul Schrader

Con il suo nuovo film, Schrader evolve in modo cerebrale il suo cinema fatto di "man in a room", esplorando le paralisi etiche derivanti dal senso di colpa e mettendo a nudo l'incapacità contemporanea della ragione di sostituire l'atto morale.

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Paul Schrader, nel 1976, a Cannes, presenta, insieme al fido Martin Scorsese, la sua terza sceneggiatura dopo Yakuza di Sydney Pollack e Obsession di Brian De Palma, ovvero Taxi Driver, destinato a restare nella Storia e vincere la Palma d’Oro di quell’anno. A distanza di cinquant’anni, il suo nuovo film The Basics Of Philosophy, presentato fuori concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, tutto ciò che veniva posto in essere all’epoca ha una sua equivalenza, del tutto cerebrale e aggiornata, naturalmente, ai tempi odierni, che portano allo scoperto l’evoluzione del “man in a room” che rappresenta l’intera poetica schraderiana, prototipo di alienazione morale ed esistenziale e portatore della dialettica che pone in contrapposizione spirito e materialismo, fede e ragione. Sia Travis Bickle sia il dottor John Jorrisen (Jack Huston) sono modelli di repressione dettati da una colpa, dalla quale cercano di ripulirsi passando dal rigore metodologico – intellettuale, nel caso del nuovo film del regista americano - prima del punto di rottura.

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Le nevrosi tipiche della poetica schraderiana non portano, dunque, più a delle istanze psicotiche e ad esplosioni di violenza incontrollate, quanto a una paralisi etica, dove si palesa l’incapacità dell’intellettualismo e della figura della “ragione” di sostituire l'atto morale o la salvezza spirituale. Per convivere con il peso della colpa, nel 2026, secondo il regista americano, l’uomo moderno americano è costretto a costruirsi una corazza “sociale” – corrispondente, qui, al proprio lavoro di professore – utilizzando gli stilemi che ne caratterizzano l’inserimento pieno nel tessuto. Jorrisen è un uomo che parla per aforismi, che usa il linguaggio filosofico, le formule rigide e i concetti teorici astratti per razionalizzare e controllare una colpa che, a livello emotivo, lo paralizza. Inserendo i concetti di Spinoza nella propria vita, il protagonista di The Basics Of Philosophy tenta di dare un ordine al caos interiore, attraverso un’interpretazione “robotica”, ma paradossalmente del tutto personale e per questo non comprovata, scontrandosi però con l’inefficacia della filosofia nell’affrontare il senso di colpa e fabbricando un proprio guscio etico per paura di dargli forma. L’uomo “schraderiano”, dunque, nell’attualità, è costretto in una paralisi etica, che Schrader però scardina in un modo progressivamente essenziale e astratto.

Il Midwest di The Basics Of Philosophy è radicalmente diverso dalla New York sporca e cinetica del film del ’76. Vi è, infatti, una rigidità geometrica, fatta di semplice dialettica basata su campi e controcampi e di un uso sporadico – del tutto preciso e naturale, tale da rendere la regia completamente invisibile – degli zoom, che attinge dall’essenzialità dei grandi maestri del cinema trascendentale, un linguaggio formato principalmente da composizioni simmetriche, ambienti spogli e privi di orpelli e di un montaggio che procede per ellissi e dissolvenze incrociate che è tutto fuorché un vezzo. La tecnica è in completo controllo, totalmente al servizio del racconto. Proprio per questo motivo The Basics Of Philosophy è un film estremamente elegante, che rifiuta il virtuosismo viscerale per instradarsi, piuttosto, in un percorso molto più fine, dove ogni soluzione estetica ha il nitore di una premessa logica che conduce a una conseguenza etica inevitabile.

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Il senso di colpa latente insito nel professor Jorrisen è sì sottolineato, ma mai invadente, in quanto, pur ricorrendo ad alcuni vezzi formali che rendono The Basics Of Philosophy totalmente contemporaneo – tra flashback in bianco e nero ed esplosioni di neon e colori psichedelici tipici di un DOP riconoscibile come Sean Price Williams -, Schrader crede ancora in un dramma “linguistico”, ponendo al centro la parola come definizione dell’uomo e dunque il linguaggio come negazione della violenza. Jorissen usa la parola fino all'ultimo per negare la propria colpa – mentendo perfino alla propria compagna di vita, in un momento rappresentato da Schrader con una gelidità morale da far quasi spavento – e rifugiarsi, piuttosto, dietro un conformismo di facciata, dietro un rituale sacro – la cerimonia e il voto del matrimonio - che gli permette di coprire definitivamente l’orrore, anziché emendarlo.

Per il cineasta americano, quando l'uomo moderno non riesce a fare i conti con la propria colpa autentica, non trova la salvezza spirituale, ma si accontenta piuttosto di una simulazione di redenzione, di un rifugio totale nella forma, nella menzogna e nella proiezione di una normalità che esiste solo in apparenza. Schrader è dunque pronto, dopo The Basics Of Philosophy, a lasciar andare ogni parvenza/possibilità di redenzione, a smascherare quest’ultima come un miraggio impossibile per chi ha smesso di sentire e ha delegato tutto alla ragione e alla retorica. Un corto circuito splendido, doloroso e definitivo, perché mette in campo quello che suscita più paura nel cinema e nello spettatore contemporanei, ovvero l’ambiguità irrisolvibile dell’uomo del 21° secolo.

Autore: Antonio Orrico
Pubblicato il 03/11/2026
USA 2026
Regia: Paul Schrader
Durata: 94 minuti

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