Heil Jupiter!
Reygadas fonde cosmo e carne per denunciare le angosce del presente. Tra dashcam e sguardi algoritmici, "Heil Jupiter!" mette in scena un mondo di iper-sorveglianza e neo-puritanesimo, trasformando la macchina da presa in un occhio inquisitorio che controlla corpi e desideri.
Il tempo, nelle opere di Carlos Reygadas, sembra mantenere sempre un ritmo regolato dal cosmo, da elementi extra-terreni che conferiscono al suo cinema una forza morale/spirituale, nonostante poi le sue immagini si riscoprano sempre attaccate - in un legame molto più terreno, crudo e corporale - al sesso e al dolore. Un cinema, dunque, viscerale, dove la sensazione di sacralità appare immersa nel contemporaneo, staccandosi dunque da derive ascetiche e trascendentali ma indagando, piuttosto, la brutalità di quelle traiettorie all’interno del mondo di oggi. Nel suo ultimo film, Heil Jupiter!, presentato al NYFF 2026, questo legame tra due mondi sostanzialmente opposti diventa realtà e trasforma tutto in un’esperienza cosmico-esistenziale decisamente difficile da spiegare, dove l’uomo e il suo rapporto con una presunta entità superiore sono interrogati e, soprattutto, dove la cosmogonia diventa parte fondamentale di un dibattito sulle modalità di rappresentazione di ciò che umano e divino hanno in comune nell’epoca della tecnologia.

Heil Jupiter! intreccia dinamiche umane primitive con il metafisico, utilizzando l’escamotage della god camera – sfruttata nel corso del film per evidenziare il punto di vista di un’entità che osserva tutta l’umanità a partire dall’alto - per interrogarsi su cosa significhi essere visti da un essere indefinito e astratto. Proprio quest’ultimo, identificabile nella macchina da presa, si sofferma sulla fragilità dei corpi umani – fin dal primo segmento, rappresentazione di un mondo animalesco/primitivo – all’interno di diverse realtà parallele, in cui il mondo sognante rappresentato da Reygadas si scontra continuamente con elementi di violenza autoritaria, tecnologia e simboli mitologici, creando un contrasto tra l'innocenza e la corruzione, tra il racconto primordiale e la ferocia dell’umano. L’aspetto più interessante di Heil Jupiter! è proprio quest’attitudine che, sotto la sua veste ipnotica, cosmica e apparentemente astratta, dialoga in modo diretto con le principali ansie, contraddizioni e derive del presente.
In primis, il regista messicano evidenzia una delle più grandi angosce del mondo odierno, ovvero quella di vivere costantemente in uno stato di iper-sorveglianza. Sfruttando dispositivi come le dashcam o le riprese termiche realizzate tramite inquadrature a piombo, Reygadas mette in scena la violenza sistemica e autoritaria del mondo contemporaneo, ponendo il cinema nella condizione di onniscienza e oggettivizzando il corpo umano, ricondotto a una mera traccia di calore sulla base di quell'estetica fredda, spettrale e clinica propria dei moderni sistemi di sorveglianza militare o di tracciamento aereo. Siamo di fronte a un’applicazione potentissima di una tecnocrazia dello sguardo, in cui la soggettiva della telecamera rispecchia sia la nostra percezione di essere costantemente esaminati dagli algoritmi, sia la paranoia di una società in cui l'intimità diventa materiale d'ispezione o di controllo punitivo.

Da questo punto di vista, Reygadas pone in essere una delle denunce della deriva autoritaria tra le più fini e intelligenti degli ultimi anni, configurandola come una sorta di specchio deformante del contemporaneo, dove la nostra paranoia digitalizzata va di pari passo con il ritorno dei totalitarismi a livello mondiale – come mostra anche la sequenza del processo, dove a essere messa in dubbio è la facoltà, del tutto umana, di godere della piena libertà sotto la sfera affettiva – e l'affermarsi di un neo-puritanesimo che si configura come vero e proprio punto cardine di una nuova spinta moralista e castrante che è totalmente in contrasto con l’espressione più pura della natura/sessualità. La prospettiva di Heil Jupiter! è terrificante, in quanto nel mondo narrato dal regista messicano, non così lontano da una distopia (e forse nemmeno da alcune sfaccettature della realtà), si tenta di regolamentare o disciplinare il corpo e la carne mediante l’utilizzo di una rigidità burocratica che non può portare ad altro che a una reazione epidermica allo spossessamento del proprio corpo e dei propri desideri. Non a caso è sempre nell’aula giudiziaria che Reygadas mette in chiaro il potere inquisitorio che il dispositivo ha sullo sguardo, come mostra lo splendido atto conclusivo del film, uno split-screen multiplo che mette in chiaro l’egemonia del potere tecnologico sull’uomo.
C’è, dunque, un rifiuto categorico, trasformato in un j’accuse da parte del regista, che esplicita l’intolleranza a essere vivisezionati o giudicati nel mondo contemporaneo per quella che è la propria natura intima. L’antidoto a questi sintomi invisibili che pervadono la nostra epoca è svuotare questa rigidità ideologica portandola all’assurdo, a partire dalle parole e dal linguaggio utilizzato – qui completamente inventato, intuizione fortissima e radicale – fino a sovvertire il puritanesimo di ritorno mostrando un tribunale in cui si cerca di processare l'istinto primordiale umano cedere ai brutali istinti umani, in un ribaltamento che esaspera in modo grottesco la voglia di affrancarsi dai sistemi castranti di sorveglianza attuali.
Con Heil Jupiter!, Reygadas offre allo spettatore il riflesso del suo contemporaneo sfruttando una scala visiva titanica e sognante, costringendo ad affrancarci da una schematicità narrativa – è un film a carattere quasi episodico, dove finanche i personaggi restano perlopiù anonimi – per guardare il nostro mondo da una nuova prospettiva onnisciente, dove la natura metafisica è sostituita da quella algoritmica del dispositivo.