Vintage Violence

di Eugene Kotlyarenko

Con Vintage Violence, Eugene Kotlyarenko porta lo spettatore in un mondo in cui la "gamificazione" ha contaminato in modo irreversibile la realtà, trasformando l'umano in un avatar, attraverso una "crazy ride" sensoriale che rappresenta un vero e proprio test di tenuta per lo spettatore nell'era dell'attenzione cinematografica frammentata.

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L’incipit di un’opera, solitamente, porta già inscritto il “fil rouge” dell’opera stessa. È quanto accade anche in Vintage Violence, nuova “crazy ride” di Eugene Kotlyarenko presentata in primis al TIFF 2026 e, in questi giorni, sugli schermi del Sitges 2026. Il film ci catapulta in una diretta TikTok, filtrata attraverso lo schermo di un cellulare, di un home invasion, inizio che, inevitabilmente, riporta alla mente i più recenti tentativi estremi koriniani – quale Baby Invasion – e che in qualche modo riforma da zero la sintassi della messa in scena filmica. Eugene Kotlyarenko, infatti, capovolge del tutto la prospettiva e firma un'opera spartiacque per il post-internet cinema, in quanto l’invadenza degli schermi all’interno della dimensione diegetica smette di rappresentare un rivale per l’attenzione dello spettatore e, piuttosto, si trasforma nella sintassi stessa della messa in scena.

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Nel racconto di questo rocambolesco heist movie che parte da una miniera abbandonata e approda in Giappone, a Tokyo, tra yakuza e mercati neri, c’è tutto il senso del TikTok cinema, in quanto la vera forza non risiede nella linearità del racconto, ma nella sua natura di esperimento visivo e antropologico. Kotlyarenko apparecchia, con Vintage Violence, un vero e proprio assalto sensoriale, dove la grammatica action classica è sostituita da un’iper-saturazione dello schermo e delle vicende, un mosaico iperattivo di split screen, riprese in 4K firmate da Sean Price Williams – DOP, non a caso, di altre crazy ride quali Good Time dei Safdie e Zeros And Ones di Abel Ferrara – che si muovono attraverso flussi di live streaming, notifiche pop-up, messaggi in sovrimpressione, reel in diretta, contatori di follower ed emoji in tempo reale, attualizzando su schermo la pervasività della rete e l’invasione del flusso digitale, un oggetto mai stato così narcisistico. Un bombardamento di stimoli registici che porta lo spettatore dritto dritto nella psicologia del doomscrolling, attraverso picchi di dopamina che rendono la narrazione così densa e direzionata dall’inquadratura da essere un vero e proprio test di tenuta per il cinema nell'era dell’attenzione frammentata e della post-medialità.

Eppure, nonostante questi segnali che sicuramente possono repellere, il film attrae e si configura come uno dei più folli film action/thriller degli ultimi tempi, dimostrando che il cinema non deve guardare all’estetica e all’ibridazione con TikTok e con il suo linguaggio in modo scostante, ma può assorbirla e piegarla a nuova forma di racconto immersivo. Guardando gli stessi protagonisti di Vintage Violence, d’altronde, si può comprendere quanto essi siano l'esito di una profonda mutazione psicologica, che fonde l’umano con l’avatar, la carne con il virtuale, assorbendone però i comportamenti e non l’aspetto fisico, come poteva essere nel body horror di concezione cronenberghiana. Cole Sprouse, Mizuhara e i gangster che li circondano agiscono come NPC di un videogame, attraverso delle dinamiche che ricordano le quest dei GDR e attraverso set-pieces che riprendono la logica dello sblocco del livello successivo. Naturalmente, in questo caso l’obiettivo finale è quello di accrescere la propria celebrità, monetizzare lo streaming in modo tale da garantire una materializzazione di tutte quelle pratiche virtuali che oggi vanno per la maggiore.

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Vintage Violence unisce il bizzarro scontro culturale delle commedie d'azione all'estetica visiva dei social media, cristallizzandone tutte le sue peculiarità e i suoi difetti. In questo modo, anche le relazioni umane tra i personaggi e addirittura la violenza su schermo diventano oggetti della gamification. Infatti, di fronte al pericolo, la recitazione degli attori si fa volutamente innaturale, iper-espressiva e caricaturale, diventando quindi una riproduzione fisica di e-mote, meme o pose studiate per catturare l'attenzione del pubblico. Kotlyarenko, dunque, mette in scena la performatività dell’individuo moderno, fatta di una totale assenza della dimensione privata – completamente ridotta a singoli messaggi scambiati attraverso il medium, messaggistica o social media che sia – e di un’applicazione delle regole di social branding perfino nelle situazioni di vita o di morte. L’intenzione non è però, gratuita, in quanto mostra una radicale mutazione antropologica pessimistica, in cui l’umano ha interiorizzato così tanto il linguaggio digitale da comportarsi come l'avatar di sé stesso.

Vintage Violence è un’opera caotica, volutamente satura, eversiva e contemporaneamente immersiva, capace di dimostrare che per raccontare il presente il cinema deve smettere di guardare lo smartphone dall'esterno e iniziare, finalmente, a girare dal suo interno.

Autore: Antonio Orrico
Pubblicato il 18/10/2026
USA, Giappone
Durata: 105 minuti

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