Village of Eight Gravestones

di Takashi Shimizu

Nell'adattare un classico del giallo giapponese Takashi Shimizu contamina il whodunit con il proprio gusto orrorifico mettendone in discussione codici e regole

Village of Eight Gravestones - recensione film Shimizu

Il peso del passato, le colpe dei padri che ricadono sui figli (o su chiunque abbia la sventura di capitarci in mezzo), un orrore strisciante che emerge dalle pieghe del quotidiano per reclamare vendetta. A guardarlo in questo modo, Village of Eight Gravestones – presentato al Sitges Film Festival – parrebbe quasi il film perfetto per testare la poetica di Takashi Shimizu, mettendo alla prova i temi e le ossessioni di un'intera carriera. Eppure, prima di arrivare a quel punto, il regista del franchise Ju-On/The Grudge questa volta deve passare per tutt'altro genere, confrontandosi con un caposaldo della letteratura poliziesca giapponese (l'omonimo romanzo del 1950 di Seishi Yokomizo) e con un'idea di racconto (e di cinema) apparentemente molto lontana da una comfort zone fatta di maledizioni e spiriti vendicativi.

Attraverso la storia del giovane Tatsuya (Tomoya Oku), arrivato nel Villaggio delle Otto Tombe dopo il suicidio della madre e lì venuto a conoscenza di essere nientemeno che il figlio illegittimo del patriarca di una potente famiglia locale, prende presto vita, infatti, il più classico dei whodunit. Una vicenda fatta di omicidi a catena, detective sopra le righe (il personaggio, molto celebre in Giappone, dell'investigatore Kindaichi) e assassini imprendibili che Shimizu contamina però sin da subito con elementi perturbanti e, mano a mano, sempre più vicini alla possibilità di una svolta soprannaturale. Attingendo a suggestioni e atmosfere tipiche del folk horror, giapponese e non, il regista vira infatti il giallo verso toni sempre più cupi, fino a farne implodere i codici e gli elementi distintivi per raccontare, ancora una volta, una storia di colpa, vendetta e dannazione.

È proprio questo modo peculiare di tenere assieme whodunit e J-horror, l'elemento più interessante di un film che, altrimenti, sembrerebbe decisamente convenzionale. Se infatti la formula investigativa alla base della storia pare tutto sommato prevedibile, con i membri della potente famiglia Tajimi che cadono uno a uno sotto i colpi di un killer mascherato, tra sospettati pronti a tramutarsi in vittime e moventi elementari, è nell'introduzione centellinata di un orrore crescente (con tutti gli elementi tipici del cinema di Shimizu, dai jump scares alle presenze perturbanti, passando per la costruzione di un'atmosfera sempre più opprimente) che Village of Eight Gravestones trova una sua ragione d'essere, come se la razionalità tipica del giallo investigativo lentamente lasciasse il posto all'inconcepibile, all'irrazionale e a un odio capace di attraversare i secoli per realizzare i propri propositi.

Ecco allora che, non potendo fondere o conciliare mai davvero le due anime del film, Shimizu sembra lasciare deliberatamente che la seconda travolga la prima, mandando l'indagine in frantumi e, con essa, la promessa di un mondo ancora leggibile attraverso gli strumenti dell'intuito e della deduzione. In questo modo anche i cambi di tono, registro e ritmo diventano funzionali al racconto, esplicitando una cesura che racchiude in sé il senso stesso dell'operazione.

Tra cerimonie rituali, flashback e credenze popolari Village of Eight Gravestones, nel suo essere costantemente in bilico tra giallo e horror, passato e presente, superstizione e ragione, finisce così per riconfermare la visione del suo autore, guardando, ancora una volta, alla violenza e al rancore come a malattie ereditarie e all'oggi come a un luogo dove nemmeno la logica e la razionalità possono difenderci da esse.

 

Autore: Mattia Caruso
Pubblicato il 16/10/2026
Giappone 2026
Durata: 117 minuti

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