Zi
"Zi" è un ritorno alle origini e all'indipendenza per Kogonada, che dopo le derive commerciali abbandona le sovrastrutture per raccontare, con un'opera affascinante ma assolutamente discontinua, il disorientamento temporale e spaziale contemporaneo come meditazione visiva e atto di auto-terapia autoriale.
C’è un momento preciso nella filmografia di ogni autore in cui il richiamo del cinema minimale e privo di orpelli diventa una necessità quasi biologica. Per Kogonada questo momento coincide con la sua nuova opera, Zi, presentata al Sitges Film Festival 2026. Non si tratta, però, di un nuovo approdo, quanto piuttosto di un ritorno alle origini, un radicale passo indietro che gli garantisce uno smarcamento rispetto alle ultime istanze decisamente più pop e americanizzate – come l’ultimo flop A Big Bold Beautiful Journey – e che lo riporta alla concezione completamente “verticalizzata” che lo stesso regista possedeva nei suoi progetti precedenti, Columbus e After Yang.
Nel 1962, Agnes Varda, grazie al suo strepitoso Cléo de 5 à 7, sfruttò l’elemento temporale portandolo ad essere la costante per la quale si muoveva il racconto, agganciando la dimensione da real-time a quella narrata in un profondissimo legame che, alla lunga, risultava straziante. Kogonada, nel 2026, incanala la sua protagonista Michelle Mao in un percorso del tutto simile, lasciandola vagare per lo spazio urbano in una drammatica attesa esistenziale, che in questo caso coincide con il responso relativo ad una possibilità di malattia. Se nel film della Varda, però, il tempo è oggettivo e cronometrico e si scandisce con precisione minuto dopo minuto, in Zi c’è una frammentazione decisamente maggiore, dove i confini tra presente, memoria - il lutto per i genitori, esplicitamente citato attraverso scene che tirano direttamente in ballo il rapporto con la morte - e visioni del futuro - i flash-forward nelle scene con Haley Lu Richardson - si dissolvono, trasformando il film in un flusso di coscienza visivo.

Si ha dunque una dispersione, e in questo modo Kogonada evolve il rapporto tra architettura e psicologia dei personaggi, guidando lo spettatore dalla monumentalità del Modernismo alla memoria fluida della metropoli. Se in Columbus l’architettura modernista, messa in evidenza da inquadrature “durasiane”, fa da sostegno all’elaborazione del dolore, e in After Yang la memoria si riflette su uno spazio virtuale digitalizzato relativo al registro mnemonico, in Zi l'architettura verticale e i cimiteri multilivello di Hong Kong creano una metropoli nella metropoli, un reticolo così tanto denso e stratificato da lasciare che i personaggi provino, inevitabilmente, un senso crescente di smarrimento che si presta ad una comparazione interessante con la ghost-story che anima la vicenda.
Zi è, dunque, una mappa interiore dello stesso Kogonada, in cui la paura di perdere i propri ricordi domina l'immagine. L’uso dell’aspect ratio 1,33:1 e del 16mm acuisce il senso claustrofobico ed esclude il mondo esterno, riflettendo visivamente l'isolamento e la contrazione mentale di Zi. La protagonista si muove tra i vicoli di una Hong Kong labirintica con macchina a mano, a tratti alienante tale da rievocare lo step-printing tipico di un maestro Wong Kar-Wai, di cui sicuramente si nota l’influenza, soprattutto nel trattamento di vicoli bui, neon e grattacieli riflessi che cessano di essere semplici quinte sceniche per diventare cassa di risonanza della memoria e delle visioni future. Si tratta, dunque, di una messa in scena in cui lo spettatore si deve abbandonare totalmente ad istanze sensoriali relative allo smarrimento. Spogliando la messa in scena di qualsiasi concessione al melodramma hollywoodiano, Kogonada abbraccia un'estetica dell'incertezza, dove la rarefazione narrativa dello slow cinema si fonde con la spinta cinetica e urgente del guerrilla cinema.

Un tentativo indubbiamente stimabile, che tuttavia è in parte depotenziato da una tenuta complessiva che non risulta stabile nel corso del film, spaccandosi alla lunga. L’impressione è quella di trovarsi di fronte a una sequenza di bellissimi corti sperimentali montati a posteriori nel tentativo di restituire una narrazione coerente, finendo per sfilacciare la narrazione e dilatarne i tempi oltre misura. Zi, infatti, funziona egregiamente come meditazione visiva e atto di "auto-terapia" artistica per lo stesso regista e anche quando si impronta sui luoghi e sul tentativo di tornare a un tipo di cinema “primigenio”, ma convince meno quando resta imbrigliato nel “nervosismo” e nell’impossibilità della protagonista di riconoscersi nella metropoli, costringendo lo spettatore a una contemplazione delle piccole cose fin troppo calcata sul versante emotivo.
Nonostante il tentativo, sicuramente onorevole, genuino e per larga parte apprezzabile, il nuovo Kogonada non convince del tutto.