Split

di M. Night Shyamalan

M. Night Shyamalan lavora sul corpo della narrazione, mettendo in scena uno sfasamento percettivo multiplo che coinvolge personaggi e spettatore.

Split - recensione film shyamalan

Qualsiasi considerazione sulla dodicesima regia cinematografica di M. Night Shyamalan deve partire da una semplice constatazione: il regista indo-americano è finalmente tornato a “fare opinione”. Al di là del successo commerciale (ma già The Visit aveva ottenuto un’ottima risposta ai botteghini), va infatti constatato come Split abbia rimesso il nome dell’autore sulla mappa delle figure in grado di creare discussione, considerazione e, in ultima analisi, immaginario, sottraendolo all’ingeneroso limbo degli has been – si veda in tal senso l’appassionato endorsement di Screen Junkies, uno dei siti più seguiti dagli appassionati (naturalmente in questo caso non si sta considerando la critica cinematografica propriamente detta, ma le community in grado di creare dibattito a un livello squisitamente cinefilo).

Come il suo protagonista, diviso fra molteplici personalità, così il regista finisce insomma per transitare fluidamente da una categoria all’altra, proprio mentre mette in scena uno sfasamento percettivo multiplo: opera anch’essa dalla personalità divisa, Split si riscrive infatti in ogni passaggio, transitando fra generi e filoni, giocando con le aspettative dello spettatore e sfuggendo alle catalogazioni predefinite. Dal thriller psicologico-hitchcockiano sul maniaco affetto da disturbo di personalità, proseguendo per una deriva body-horror fino alla sorpresa da “comic book movie”, Split sembra costituire il punto d’arrivo (e, allo stesso tempo, di ripartenza) di un percorso iniziato con il celebre colpo di scena finale del Sesto senso: il film si offre infatti come una moltiplicazione di slittamenti di senso iscritti sul corpo e sulla personalità di un protagonista che è l’esponente di un’opera letteralmente elevata a potenza nei singoli passaggi.

Tratto comune di questa natura cangiante è infatti il Kevin di James McAvoy, che snocciola in continuazione nuove personalità, e tende a mascherarsi e a riscrivere le aspettative sancite dalla figura della psicologa-narratrice Karen Fletcher (Betty Buckley): a lei la storia demanda il compito di “tenere insieme” le varie anime del personaggio, ma lei per prima sarà sopraffatta da una deriva inaspettata, ma che pure aveva ipotizzato. L’idea della frantumazione delle personalità come possibile chiave che permetta all’essere umano di accedere a funzioni e conoscenze altrimenti inibite dall’esperienza e dalla ragione, riflette il processo che Shyamalan compie sul corpo del film, in un gioco di cerchi concentrici che interessa e coinvolge più personaggi. Se, infatti, è chiara, man mano che la storia procede, l’operazione compiuta su Kevin, di rimando rischia di essere trascurata quella decisamente più sottile e raffinata portata avanti sulla figura di Casey Cooke (Anya Taylor-Joy), vittima eppure personaggio che riesce a fronteggiare il “mostro” per via della comune esperienza nel dolore. A cambiare è la destinazione: tanto la frantumazione di Kevin finisce per ridefinirne il ruolo fino a una collocazione che diventa chiara nell’ultima inquadratura, tanto il destino di Casey è lasciato aperto, interpretabile a discrezione della capacità dimostrata o meno dallo spettatore di empatizzare con lei – impresa sicuramente cercata senza alcuna ruffianeria: al contrario Casey è inizialmente presentata come un personaggio ostico e con cui è difficile entrare in risonanza.

Elemento unificante di questo universo è la cognizione del dolore, la presenza del trauma, che riallaccia i fili tematici dell’intera opera di Shyamalan: i suoi personaggi, forgiati sempre in un evento che ne ha sconvolto le vite, traggono dallo stesso anche la cognizione del loro rinnovato ruolo e destino. Dall’aggressione iniziale a Crowe/Willis ne Il sesto senso alla perdita della fede di Graham/Mel Gibson in Signs, tutte le storie narrate dall’autore indo-americano definiscono un percorso di riformulazione sul corpo e sulla vita dei personaggi. Così accade a Kevin e Casey, che in barba alle aspettative iniziali (lui vittima del suo male, lei vittima sacrificale) si ritrovano nel ruolo dell’antagonista e dell’eroina.

Tutto questo è portato avanti da Shyamalan con una regia estremamente sorvegliata, sinuosa nelle carrellate che abbracciano i personaggi, quasi a descriverne il mulinare di emozioni cui sono sottoposti, e un attento lavoro sulle sfumature espressive dei primi piani. Allo stesso tempo, gli spazi vengono sottoposti a una continua ridefinizione, producendo nuove vie di fuga, altri punti prospettici e dimensioni alterate, dove il sopra e il sotto si confondono, mentre tempi e luoghi diversi si incastrano tra loro in un andirivieni di vite e mondi da ricostruire con attenzione per ottenere tutti gli elementi necessari alla comprensione.

Autore: Davide Di Giorgio
Pubblicato il 31/01/2017
USA 2016
Durata: 117 minuti

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