Toy Gun Bandit
Un thriller di formazione che coglie le imperfezioni e le ambiguità di due generazioni al confronto con il presente troppo prudente, però, per raccontare davvero quell'oscurità e troppo cinefilo per mandare in crisi il genere ed il suo protagonista. Il risultato è un film troppo irrisolto, che quando finisce quando abbandona il suo eroe nel mezzo del discorso.
È solo al secondo film, Rémi St-Michel ma si indovinano già certe traiettorie del suo cinema, che pare sempre più interessato a raccontare i desideri di una generazione di giovanissimi, da quelli più reconditi a quelli più evidenti ma anche, a modo loro, disperati.
E così se il centro dell’esordio, Before We Explode, era il tentativo del protagonista Pier-Luc di perdere la verginità prima che un’imminente guerra nucleare uccida l’umanità, stavolta, questo Toy Gun Bandit, di passaggio al TIFF sembra giocarsi tutto sul bisogno delle giovani generazioni di essere visti, percepiti dagli adulti. Lo sa bene il protagonista Felix, un giovane come tanti, dall’animo buono ma ribelle, che passa le giornate tra la noia della quotidianità e le nottate in cui prova a tirar tardi con gli amici per evitare di ricadere nella banalità della giornata successiva. Una sera di queste riesce a rapinare, facendola franca, una stazione di servizio. L’azione lo galvanizza, ma attira anche l’attenzione di Dave, un ragazzo che insieme alla compagna e a un’altra complice lo coinvolge in una serie di rapine alle banche della città. Felix si sente finalmente accettato ma le operazioni della banda attireranno, ovviamente, attenzioni indesiderate, che finiranno per spingerlo verso un pericoloso baratro.
St-Michel percepisce evidentemente il bisogno di attenzione e riconoscimento di Felix e fa quel che può per sostenerlo. E così usa la duttilità di un cinema mai così meticcio per renderlo protagonista di un primo atto che sembra preso di peso dall’immaginario della Nouvelle Vague, sempre su di giri, ritmatissimo, in costante movimento, retto da un protagonista che sembra uno degli enfant terribiles di quella generazione, senza tregua, che tenta in tutti i modi di dissimulare il suo smarrimento.
Ma soprattutto a St-Michel va dato atto di provare a riattualizzare il passato in modo intelligente, a levargli la polvere, a trattare quegli spazi come un filtro per leggere l’impotenza di Felix, il suo essere vittima della casualità, l’incapacità di entrare davvero negli eventi, la sua dumbness. Toy Gun Bandit ha allora il respiro di un romanzo di formazione retto però da ingranaggi squisitamente contemporanei, a partire dalle rapine, che sembrano costruite e sviluppate come delle challenge online dalla struttura sempre uguale a sé stessa, performance in apparenza prive di vera violenza o rischi almeno dal punto di vista di chi le compie.
Si tratta dell’intuizione più forte di un film che forse si limita troppe volte a mettere in campo le sue suggestioni senza raccontarle davvero, senza approcciarle criticamente, senza scavarle, rimanendo sempre un pelo troppo formulaico, sempre troppo attento ad evitare l’affondo che potrebbe far saltare il tavolo ma anche permettere al racconto di fare un vero salto di qualità.

Vale per questo approccio esperienziale, quasi multimediale alle rapine ma vale soprattutto per il racconto del disagio di Felix, lasciato troppo spesso solo in mano a lui, ai suoi sottintesi, ai suoi sguardi, alle sue (rare) esplosioni di rabbia, ma mai messo davvero in scena nell’ambiente famigliare. Felix è chiaramente sul ciglio di un abisso che non si vede mai davvero, che non si può toccare, afferma di essere invisibile in una famiglia che però raramente è in scena a raccontare la sua distanza e che quando lo è sembra essere troppo presente per dare davvero credito al disagio del protagonista.
Ed è ovviamente un’occasione sprecata, non solo per la tenuta del film (che a tratti sembra infilarsi in una pericolosa traiettoria moralista) ma anche perché Rémi St-Michel coglie evidentemente un’intuizione che però fa fatica a sviluppare davvero. Perché Toy Gun Bandit, sotto la patina del thriller, è un grande saggio sull’immaturità emotiva di due generazioni, sulla fragilità comune di giovanissimi ed adulti, sul loro bisogno di unione, forse anche sulla confusione di ruoli simbolici tra genitori e figli.
Se ne rende conto solo a tratti, che poi sono quelli che fanno capo ai momenti migliori, quelli in cui il meccanismo salta, Dave scoppia in lacrime dopo un colpo fallito, i personaggi litigano, le urla rabbiose riempiono l’ambiente ed esplodono i rapporti di forza.
Sono fiammate però, da cui St-Michel si allontana appena può, rientrando nei ranghi anche a costo di apparire goffo nel farlo. Capita allora che il film, dopo un primo atto folgorante in realtà si acquieti in un linguaggio da thriller sempre più leggibile, quasi prevedibile. Non è una scelta che stupisce, a guardar bene. Un po’ perché il regista è evidentemente cinefilo, ama il genere in cui si muove e pare avere proprio difficoltà a farlo a pezzi seguendo gli exploit di Felix; un po’ perché la sensazione è che a lui la solitudine, l’oscurità che il protagonista porta con sé fa un po’ paura. E allora quel nero è meglio tenerlo a distanza, rinchiudersi in un perimetro sempre più controllabile, in cui a finire fuori controllo è la parabola del protagonista ma solo per finta, dato che in realtà le sue svolte sono ben inserite in un insieme di cliché tra debiti da riscattare, doppi giochi, soldi da ritrovare. Al massimo l’abisso lo si può evocare grazie ad un’amarezza che rimane sul fondo delle immagini, mascherata da giocosa ironia che emerge in certi passaggi, tra la sua ansia di essere percepito come un bravo ragazzo ed un finale che sembra una commedia dell’assurdo in cui la violenza esplode in controtempo.
In prospettiva, forse il debito più grande del film con la Nouvelle Vague è allora quell’idea di pedinamento, di scoperta costante del protagonista che emergeva nei film più radicali del movimento, con Fino all’ultimo respiro in testa. È difficile, tuttavia, essere Godard fino in fondo e allora St-Remy sembra interrompere l’indagine troppo presto, respinto da questo protagonista a cui, al di là di una confezione cinefila per le sue storie, non può donare nient’altro.
Se ne allontana allora, lasciandolo ancora in cerca di una famiglia d’adozione, ma soprattutto ancora custode di uno straordinario potenziale di cose da dire e da fare.