Arrested Memory
Sabu riaggiorna la sua versione del noir combinandolo con una farsa esistenziale che riflette, ancora una volta nella sua carriera, sulla predestinazione e i suoi risvolti beffardi. Tra estetiche contemporanee e glitch della memoria, Arrested Memory riflette sul ruolo dell'essere umano nell'universo contemporaneo.
Nel corso della sua carriera trentennale, Sabu – pseudonimo di Hiroyuki Tanaka – ha sempre dimostrato di saper padroneggiare, in modo del tutto post-moderno, il pastiche di generi tipico del cinema anni ’90. Film cult come Postman Blues hanno aiutato il regista a costruire la sua fama e a basarla su una formula ben precisa, ovvero quella della corsa frenetica e vitale guidata dal destino, dove, a scandire queste tematiche/fatalità, vi è sempre stata un’ironia surreale, un clima assurdo che era specchio di un Giappone governato da ansie sociali e dal ritmo completamente inarrestabile, il quale ha influenzato anche la produzione di genere dell’epoca. Da queste basi “farsesche” riparte anche Arrested Memory, in cui i codici classici dell’action psicologico sono ripiegati su loro stessi, attraverso la lente deformante del grottesco.

La vicenda di Lee – uno sfasato Ethan Juan, che con la sua recitazione regala quella dose d’imprevedibilità a tutto il film - è quella di un corpo lanciato a rotta di collo contro la propria stessa dissoluzione. Una dissoluzione che, in questo caso, coinvolge il sistema mnemonico, ed è dunque proprio ricalcando il funzionamento della memoria che lo stesso Sabu orchestra la dimensione diegetica del film, affidandosi ad un continuo flusso d’immagini intervallati e frammentati da continue dissolvenze incrociate e segmenti “videoclippari” che portano lo spettatore ad abitare la stessa soggettività instabile del protagonista, un territorio costellato di false piste, flash-back totalmente immaginati e vertigini temporali che si impongono come materializzazione filmica ed oggettistica dello sfalsamento della percezione e dei ricordi del protagonista principale, vera e propria maschera “keatoniana” preda di paradossi che scivolano, spesso e volentieri, in un gusto grottesco/comico che solleva la narrazione e la rende più giocosa e sostenibile per lo spettatore.
Sabu, proprio per ricreare l’atmosfera comedy tipica dei suoi primi film, si affida ad un linguaggio molto contemporaneo, improntato quasi solo sulla gestualità dei suoi personaggi e supportata dal montaggio alternato che accentua lo scarto di Arrested Memory, portandolo in un terreno tra la gravità del dramma e l'assurdo della condizione umana, territorio in cui si scatena tutta l’ironia più beffarda del regista nipponico. La sua predilezione per steady-cam invasive e iper-cinetiche gli permette di giocare anche con i bordi dell’inquadratura, deformandoli leggermente e sfocandoli, trasformando lo spazio geografico diegetico in un ambiente frammentato che diventa ulteriormente accentuato tramite montaggi serratissimi di micro-frame – come nella scena dell’interrogatorio – che vengono raccordati da glitch sonori, rendendo l’effetto non solamente comico, ma al limite dell’alienante, in quanto la solennità del genere è totalmente smontata tramite inquadrature grottesche e distorte che rendono bene l’isolamento del protagonista dalla realtà.

Dietro l’iniziale estetica cupa ed opprimente, infatti, il regista decide di svelare man mano la sua farsa esistenziale riprogrammata da noir, utilizzando inserti e intuizioni totalmente contemporanee – dall’uso indiscreto di vorticosi piani sequenza, come quello iniziale, alle ambientazioni decisamente ricche di neon e luci artificiali, che inevitabilmente guardano al linguaggio neo-noir e alle sue declinazioni odierne – non rinunciando mai al suo sguardo satirico sul destino, deviando piuttosto il film verso un corto circuito ilare ed esagerato che diventa metafora della sua stessa poetica e si trasforma in una fun ride per lo spettatore, in cui il corpo muove i propri passi a un ritmo deciso da altri, esattamente come la mente è alla mercé di ricordi imprevedibili e ingovernabili. Anche a livello sonoro, scegliendo a più riprese di optare per uno shadowing soggettivo – durante i dialoghi chiave con la polizia e le azioni più concitate – Sabu confina il suo protagonista astraendolo dal contesto, rendendo anche sonoramente l’idea di una mente che cerca disperatamente di trattenere le ultime informazioni prima che vadano perse per sempre.
Rispetto a film passati, però, la tipica energia cinetica del cinema di Sabu non serve più a celebrare la vitalità paradossale degli "ultimi" o dei perdenti, ma a mettere in scena una vera e propria paralisi. La corsa non è più una fuga verso l'esterno, ma un labirinto interiore dove il pericolo non è più la sfortuna dei reietti – come poteva essere anche nelle sue incursioni più recenti, Mr. Long su tutte - ma il peso schiacciante della colpa e la perdita irrimediabile del sé. Arrested Memory, dunque, prosegue sulla linea secondo cui l’essere umano, anche nel momento della massima sofferenza e della ricerca della propria identità, rimane un'inconsapevole figura comica in un universo decisamente “beckettiano”, costretta a ballare sull'orlo del proprio oblio.