The End Of Times
Attraverso un montaggio che mescola archivio e rielaborazione digitale, cultura di massa e azione politica, il film lavora sulla memoria nel solco fragile tra dimensione storica e personale, con l'obiettivo di mettere in scena la necessità fisheriana di tornare a immaginare il futuro come sede di azione politica.
Il confine tra memoria storica e personale è, nella struttura del cinema odierno, sempre più labile e meno strutturato, tanto da assumere dei contorni ormai completamente sfumati. Dal 1999, identificato univocamente come anno segnato dall’Apocalisse – figurata – dell’analogico in favore della digitalizzazione, parte la riflessione di Bibiana Rojas Gómez e Juan David Cárdenas in The End Of Times (El fin de los tiempos), opera saggistica/sperimentale presentata alla SIC 2026, che mette in discussione il carattere mnemonico delle immagini e di progresso all’interno della società capitalistica, capace di affabulare e “colonizzare” qualsiasi aspetto della nostra vita - non solo l'economia, ma l'immaginario stesso - rendendo impossibile pensare a un futuro diverso. Del resto, l’affermazione del digitale, che nasce effettivamente con la promessa di “eternizzare” l’immagine e renderla sempre disponibile, diventa allo stesso tempo una smaterializzazione del sé, trasformando il diegetico in un flusso infinito e impersonale di dati che porta a una “perdita dell’innocenza” figurata.
Rojas Gómez e Cárdenas rappresentano quest’Apocalisse come una sorta di coming-of-age, segnando il 1999 come anno spartiacque per la “crescita” dell’immagine. Nel mettere in dialogo oltre cinque decenni di archivi privati e formati analogici – si va dal Super8 al MiniDV, facendo un excursus di tutti i mezzi tipici di rappresentazione del passato – con l’attuale contesto digitale, i due registi sovvertono la promessa di “perfezione” della tecnologia nella rappresentazione delle immagini. Proprio queste ultime risultano manipolate, sfocate, pixellate e contaminate da materiali di derivazione e strumenti atti a riconfigurarle – si va dall’utilizzo di Waze, paragonato a un multiverso di nuova concezione, all’IA, il cui sistema di riconoscimento, da perfezionare, è materializzato attraverso i glitch delle immagini – oltre che da figure storiche e pop - da Kurt Cobain a Margaret Thatcher, che Rojas Gómez immagina e reinventa come amica della madre – che ne ricalibrano l’atto mnemonico. Il digitale, dunque, non serve a conservare il passato in modo limpido, ma a far collassare la memoria personale con la storia politica dell'America Latina mettendone in evidenza le falle, gli aspetti che la compongono e ne fanno un archivio certamente stratificato, ma imperfetto.

Proprio l’IA, strumento cardine in The End Of Times, diventa un pilastro centrale del discorso. Anziché demonizzarla e mostrarne l’uso atto a creare definizione, affondando il discorso nella patina iper-realista della tecnologia commerciale, i due registi impiegano l’intelligenza artificiale per produrre allucinazioni visive, alimentando l’algoritmo attraverso prompt molto particolari che fanno saltare completamente la continuità visiva, così da portare allo scoperto i limiti e i bias della tecnologia contemporanea. In questo modo, il discorso diventa socio-politico, in quanto si crea un contrasto diretto tra la promessa hi-tech, tipica di un mondo capitalistico che è orientato a vendere non più un prodotto, ma l’immagine di esso che noi vogliamo, e la realtà low-tech, centrale soprattutto nella descrizione delle periferie del mondo. L’integrità morale, dunque, è messa in discussione dal punto di vista filosofico.
Anche visivamente, i due registi intrecciano la tragedia personale legata alla dimensione familiare con il collasso ecologico e concettuale del pianeta. Il contrasto finale che si ha tra i filmati in Hi8 che riprendono il degrado della periferia colombiana e la simulazione digitale di un paesaggio privo di esseri umani suggerisce come l’idea di Rojas Gómez e Cárdenas sia proprio quella di disintegrare l’immagine, utilizzando questo “fallimento” come antidoto alla fine del mondo, liberando la diegesi dal dovere di rappresentare la realtà per trasformarla in uno spazio speculativo aperto e inevitabilmente avulso dal capitale. L’impossibilità di smaterializzare l’immagine coincide con l’impossibilità di combattere il capitalismo – non a caso, la madre di Salomè, riprendendo il pensiero di Mark Fisher, riesce a immaginare “solo la fine del mondo, e non quella del capitalismo” – soprattutto alla luce del periodo tra gli anni ’90 e gli anni 2000, che hanno plasmato l'immaginario mediale neoliberista, mettendolo in scena come unico sistema in grado di sopravvivere al Millennium Bug e di infestare da lì il nostro presente.

In particolare, The End Of Times utilizza anche lo strumento del montaggio per dare contezza della crisi collettiva che affligge la Storia e il presente, che si riscopre manipolabile e dunque debolissimo. Anche momenti iconici destinati a durare nella cultura pop – dalla già citata morte di Kurt Cobain ai discorsi politici di Bill Clinton, fino alla nascita dei primi reality show – sono sintetizzati in uno screen-time frenetico che non permette allo spettatore di assimilarne i concetti. Rojas Gómez e Cárdenas, però, trasformano la perdita e il collasso tecnologico nell’unico punto di partenza possibile per ricominciare a creare, ovvero quello di smettere di consumare le immagini del passato per iniziare a immaginare – per poi realizzare - un futuro realmente diverso e non ancora colonizzato.