Al Baraneya

di Ashgan El-Hamus

Un esordio che esplora i confini tra realtà e finzione, raccontando la vita quotidiana e i desideri di una donna in un villaggio egiziano e rovesciando le gerarchie del racconto filmico, così da rendere l'essere sé stessi davanti alla macchina da presa un atto di tenera autenticità.

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Lo smalto è viola. Ad Al Baraneya le donne se lo passano sulle unghie, mentre vestiti, creme e trucchi colorano la stanza. Sedute sul tappeto, abbinano i capi, commentano, ridono; poco dopo improvvisano una sfilata. Ashgan El-Hamus rimane con loro. Non succede nulla di necessario. Nessuna informazione da trattenere, nessun racconto da mandare avanti, ma solo donne che si divertono a stare insieme.

Amal vive con la famiglia ad Al Baraneya, un villaggio nella periferia del Cairo, in mezzo ai campi di gelsomino. È incinta e la sua vita sembra avere già una direzione, tra lavoro, famiglia, giornate caotiche e affettuose trascorse insieme. Un proprietario terriero si offre di comprare i campi e l’idea di vendere incrina una quotidianità che, fino a quel momento, sembrava destinata semplicemente a continuare. Dal Cairo arriva Rania, cugina di Amal. Porta con sé jeans, racconti, canzoni, TikTok e, soprattutto, un modo di vivere diverso, che per Amal ha il fascino di una possibilità ancora tutta da immaginare. All’improvviso, in seguito all’offerta per i campi, anche il Cairo entra nell’orizzonte di Amal come una possibilità concreta. Il desiderio di partire nasce dalla scoperta che quella vita, quella casa, potrebbero non essere l’unico futuro possibile.

El-Hamus rovescia una delle gerarchie più tenaci del racconto cinematografico, quella che distingue l’azione dai suoi tempi morti. Affiora, dunque, per contrasto, il ricordo di Jeanne Dielman, 23 quai du Commerce, 1080 Bruxelles di Chantal Akerman, in cui i gesti normalmente condannati all’ellissi reclamano a gran voce il diritto di diventare immagini. Ma se in Akerman la durata del gesto quotidiano assume spesso la solitaria forma della disciplina e della ripetizione, in Al Baraneya è soprattutto un tempo condiviso, dispersivo, continuamente attraversato dagli altri.

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Quasi tutte le persone sullo schermo appartengono alla famiglia della regista e interpretano ruoli prossimi alla realtà. Reem Amer, infatti, è l’unica attrice professionista. El-Hamus ha lavorato attraverso lunghe prove, affidando agli interpreti personaggi e situazioni senza consegnare loro la sceneggiatura completa. Quella che sembra vita colta per caso nasce così da una spontaneità pazientemente costruita, sul confine incerto in cui essere sé stessi comincia già a somigliare a recitare. È quel territorio ambiguo che, da Close Up di Kiarostami in poi, appartiene tanto al documentario quanto alla finzione. Essere sé stessi davanti a una macchina da presa comprende già, almeno in parte, interpretarsi. La regista introduce qui una piccola asimmetria. Proprio Amal, la donna che più desidera partire, è l’unica interpretata da chi viene da fuori, mentre gli altri portano sullo schermo legami anteriori al film. Amer deve costruire la propria appartenenza a quella famiglia, deve capire quanto allontanarsi dalla propria senza smettere di appartenerle. La lieve estraneità dell’attrice scivola così dentro il personaggio.

Nella casa si sta vicini, spesso vicinissimi. Una vicinanza che non viene rappresentata come un idillio, tantomeno come una prigione da cui la protagonista dovrebbe liberarsi. Sua madre è dolcissima. Amal vuole andarsene lo stesso.
Il villaggio non è opposto al presente, né affida allo smartphone il compito di rappresentare la modernità mentre i campi di gelsomino custodirebbero la tradizione. Grano e skincare, il richiamo alla preghiera e TikTok, i pulcini e i reel appartengono alla stessa giornata. Le cose si accumulano, convivono. El-Hamus filma la loro contemporaneità: ciò che altrove verrebbe ordinato come vecchio e nuovo, rurale e urbano, tradizionale e moderno esiste qui simultaneamente, senza che un elemento debba ancora sostituire l’altro. Anche le età convivono in questo modo. La nonna, la mamma, Amal e le bambine abitano contemporaneamente lo stesso presente. Il tempo non procede sostituendo un’identità con la successiva, ma le lascia depositare l’una sull’altra. Le madri restano figlie, le sorelline giocano accanto alle donne che sono state bambine prima di loro.

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Quando la nonna muore, sono proprio le bimbe a trovarla. Giocano con i pulcini sul suo corpo, poi si accorgono che non respira. Amal mette al mondo un bambino. Morte e nascita attraversano così le stesse stanze, mentre la casa rimane al suo posto e il tempo passa attraverso chi la abita. Amal non desidera un’altra vita perché la propria è infelice. Desidera che non sia l’unica. Quando incontra il suo fidanzato Omar nel cantiere del palazzo dove si trasferiranno, tra controtelai e massetti, anche l'avvenire ha una forma incompiuta. Si guardano, sorridono, si sfiorano. Nella tenerezza dei loro occhi, prima di essere un progetto, il futuro è ancora una curiosità.

El-Hamus non chiede a queste persone di rappresentare Al Baraneya. Per costruire la finzione sceglie soprattutto coloro che quel luogo non hanno bisogno di interpretarlo e trova il film nel piccolo divario fra essere e recitare, fra una famiglia e la sua ricostruzione cinematografica. Una nonna muore, Amal partorisce, le bambine continuano a essere bambine, il Cairo resta una possibilità. Le donne lavorano, ridono, si annoiano, si arrabbiano, senza essere costrette a significare più di quanto vivono. Il film concede loro qualcosa di più raro della rappresentazione, cioè la possibilità di non doverlo essere e di concedersi anche di perdere tempo e mettersi uno smalto viola.

Autore: Elisa Comandù
Pubblicato il 09/09/2026
Olanda, Egitto, Belgio, Arabia Saudita
Durata: 84 minuti

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