American Animals

di Bart Layton

Il film di rapine sotto la lente di ingrandimento, gli eroi del cinema alla resa dei conti con la realtà: il secondo film di Bart Layton parte da una storia vera, e cerca il non detto dietro le testimonianze.

American Animals - Recensione Film Layton

Due tendenze fondamentali nel cinema americano contemporaneo vanno a fondersi in American Animals, con la volontà da parte di Bart Layton di trovarne il punto di incontro nascosto. Si tratta dell'heist movie (il film action di rapine), e il “tratto da una storia vera“, il marchio exploitation dei derivati dalla cronaca nera o scandalistica. Entrambi i sottogeneri negli ultimi tempi stanno in un certo senso venendo passati al setaccio della parodia e della rielaborazione (viene in mente il famoso incipit dei Fargo di Noah Howley), ma con American Animals si raggiunge forse il livello successivo: la messa in discussione, necessaria e crudele, alla base della fascinazione del genere, e delle rappresentazioni che l'intrattenimento audiovisivo gli regala.


La storia (vera, verissima, ovviamente, come viene ripetuto) di American Animals trova una coppia di giovanotti bianchi di Lexington, Kentucky, impegnati nel primo anno di college. Sono i figli annoiati e privilegiati della classe media americana: quella ricchissima, ossessionata da status sociali ammorbanti (benessere, carriera, mascolinità), potenzialmente letale per dei post-adolescenti affamati di grandezza. Spencer e Warren (Barry Keoghan e Evan Peters, incredibili), anime da artisti sensibili, sognano grandi cose, mentre la grigia routine delle università private li convince di starsi “perdendo qualcosa”. La naturale conclusione, figliata da decenni di cultura pop e modelli ambigui, appare quasi logica: imbarcarsi in un heist spettacolare e ridicolo, insieme ad altri due amici di quartiere, per rubare dalla biblioteca della scuola lo storico volume The Birds of America di James Audubon. Non sanno neanche che sia un ricettatore, ma sono convinti di una cosa: di laureati in economia il mondo è pieno. Per essere ricordati davvero, perché ne valga la pena, è inevitabile l'approdo alla criminalità.

Il bel film di Bart Layton (primo lungo di fiction dopo il non dissimile documentario The Imposter – ma anche qua di fiction si può parlare fino a un certo punto) si sposta dunque sui territori della riflessione meta. Non il racconto di suspense di una missione impossibile (che pure c'è, in bilico tra la tensione estrema e l'autoparodia tragicomica – scuola Breaking Bad), quanto un character study malinconico e complesso. Non certo dedicato ai “ladri” in generale, quanto a chi di questi ladri (o meglio della loro immagine popolare) ne idealizza le gesta e i racconti. Dunque, il 99% del pubblico di ogni film del mondo.
Il corto-circuito tra fatti e fiction, racconto e ricordo, eventi e riproduzione, viene cercato proprio rifacendosi alle tecniche del documentario “di ricostruzione”. A metà tra gli speciali di cronaca televisivi e il Ore 15:17 – Attacco al treno di Clint Eastwood (dove gli eroi di un'altra “storia vera“ azzeravano la distanza tra realtà e rappresentazione rimettendo in scena la propria impresa in prima persona), Layton mette i veri autori del furto (oggi trentacinquenni, reduci da sette anni di carcere a testa), a commentare e giudicare le proprie azioni giovanili come inscenate dal cast. Lo fa esplicitando l'incapacità del mezzo-film nell'annullare quella stessa distanza che proprio Eastwood provava invano a colmare: le testimonianze, i punti di vista, le chiavi di lettura del fatto si sovrappongono, e così le immagini che vediamo. Spesso in contraddizione, quasi sempre inaffidabili, le scene di American Animals mettono costantemente lo spettatore di fronte a una scelta: credere o non credere al film, fidarsi o meno di quanto raccontato, accettare o meno la storia dei suoi ambigui protagonisti per come viene raccontata.

Nonostante ciò, la bizzarra impostazione narrativa adottata è per lo più una gimmick. L'intuizione più vistosa del film ma non per questo la più importante; e non sarebbe del tutto corretto limitare i meriti di American Animals alla sua rilettura critica del mito della “storia vera“. Il contrasto tra heist movie e heist effettivo (un contrasto che esiste e vive nella struttura del racconto stesso) è comunque funzionale al vero cuore del film. Come i veri noir, American Animals è una grande tragedia esistenziale, che visualizza per noi il tortuoso percorso dei suoi protagonisti per liberarsi da un destino segnato.
In questo caso, il destino è incarnato dall'ideale machista di successo, e da quella stessa società brutale che finirà inevitabilmente per richiudersi su di loro. La glorificazione del criminale e della grande impresa individualista anti-sistema, l'etica della realizzazione e dei self made men spinge il gruppo di annoiati rampolli a cercare una gloria che nella propria mente passa attraverso l'imitazione di quei modelli cool (da Oceans a Tarantino) che non riescono a inquadrare criticamente.
Al netto di una facile chiosa morale affidata ai veri protagonisti (“rubare è sbagliato“, e beh), American Animals porta avanti un discorso profondo su una forma di inadeguatezza giovanile collettiva. Nelle inquadrature dei trucchi sulle facce dei ragazzi, occupati a camuffarsi dietro un improbabile cerone per la grande azione della vita al cuore del sistema educativo USA, maschere ridicole e così chiaramente sbagliate, c'è già tutto ciò di cui parla il film.

Autore: Saverio Felici
Pubblicato il 13/06/2019
UK, USA 2018
Regia: Bart Layton
Durata: 116 minuti

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