Red Zone - 22 miglia di fuoco

di Peter Berg

Berg e Wahlberg portano avanti il loro sodalizio indagando l’epica contemporanea dell’America e le sue scissioni schizofreniche attraverso le maglie del genere.

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You know nothing
James Silva

Peter Berg è uno degli autori più interessanti del panorama americano.
Senza tirare in ballo l’ambigua definizione di “blockbuster d’autore”, che sembra quasi chiedere scusa nel dover legittimare la propria natura commerciale, il cinema di Berg ha la lucida capacità di utilizzare i generi cosiddetti di serie b per indagare l’epica contemporanea del suo Paese. Pensiamo agli ultimi tre film prima di Red Zone - 22 miglia di fuoco: Lone Survivor, Deepwater - Inferno sull'oceano e Boston - Caccia all'uomo prendono tutti spunto da tragedie reali che hanno segnato l’immaginario del popolo americano, seguendo però una costruzione che predilige il genere action come motore trainante della narrazione. Come a dirci che la retorica della finzione, pur prendendo spunto da una ricostruzione dei fatti a cui il regista cerca di essere fedele (senza comunque rinunciare a iperboli retoriche), è l’unico modo per cauterizzare quel senso di fragilità, di insicurezza e di vulnerabilità, figli del post 9/11. Questa minaccia dà presto spazio a una situazione di crisi costante da survival movie, nella quale l’individuo viene responsabilizzato da un  forte senso comunitario che si fa collante di tutta la Nazione. Proliferano i punti di vista, la tecnologia può apparentemente monitorare tutto fino a decifrare il Male più nascosto, ma, a conti fatti, l’ultimo passo spetta all’umanesimo eroico esercitato dal singolo.

Pur non prendendo spunto da fatti realmente accaduti, Red Zone è l’ulteriore tassello di questa filmografia.
La rabbia e la nevrosi controllante che caratterizzano il protagonista – nuovamente interpretato da Mark Wahlberg, vero e proprio feticcio del regista – invadono fisicamente il film, ne dettano il ritmo in modo compulsivo.
Nella convinzione che svuotarsi delle emozioni ed evitare ogni contatto con il privato sia l’unica strategia di sopravvivenza nelle missioni operative, Silva fa un passo falso, perde di vista il lato umano, ostentando una sicurezza nel sistema che miete vittime a loro volta pericolose, fatali. Da qui ritroveremo il protagonista, nelle frequenti sequenze in flashforward, afflitto dal dubbio, la sua ricostruzione del Passato (da leggere proprio con la lettera maiuscola) è permeata da più di un interrogativo. Certo, Red Zone è anzitutto un thriller dal ritmo serrato e molto godibile, ma la riflessione storica e la messa in discussione delle proprie scelte, da parte poi di un Paese che ha definito la propria identità soprattutto attraverso la politica estera, sono un segno nitido delle rivisitazioni morali tipiche del presente. Ecco perché liquidare Berg solo come regista reazionario celebratore dell’intelligence americana è una prospettiva più faziosa della stessa politicizzazione che si vorrebbe criticare. Certo, questo regista è senza dubbio un celebratore patriottico, spesso ridondante, ma la sua posizione non è da limitare a una semplice etichetta ideologica.

Tornando a riflettere sul genere, la presenza di Iko Uwais è invece l’elemento mainstream su cui buttare un occhio di riguardo. Stella in ascesa del cinema orientale, lanciato alla ribalta dal seminale The Raid (film che ha rivoluzionato la messa in scena delle arti marziali optando per un sanguinolento iperrealismo), l’attore indonesiano funziona come una vera e propria infiltrazione nel tessuto di Red Zone; un agente esterno, che penetra la matrice classica della spy story e porta inevitabilmente con sé un insieme di aspettative sulle sue abilità nell’arte marziale del pencak silat. Il ruolo funziona, con un montaggio convulso che aumenta l’isteria e la velocità dei suoi colpi letali. Ma ci troviamo comunque in una prospettiva che vede l’indonesiano essere l’uomo della caccia, supportato da una squadra della CIA che viene assediata da forze governative locali che non vogliono far uscire l’uomo dai confini territoriali.

Dal ritmo caotico ma dall’anima classica, debitore della maestria à la Mann (la sparatoria/assedio lungo la strada), con sequenze di grande tensione (l’home invasion iniziale), Red Zone – 22 miglia di fuoco è un film che fa il suo sporco lavoro, unendo l’intrattenimento a una riflessione essenziale che rende sempre più chiaro il lato psicotico e vacillante di alcuni (anti)eroi contemporanei.

Autore: Marco Compiani
Pubblicato il 29/11/2018
USA 2018
Regia: Peter Berg
Durata: 94 minuti

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