Il grande Giaffa

di Marco Santi

Pur muovendosi all’interno di coordinate narrative e stilistiche ben riconoscibili, Il grande Giaffa trasforma la crisi di un uomo qualunque in una notte grottesca di maschere e allucinazioni, ambiguo spettacolo nato tra desideri di grandezza e crisi d'identità.

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Un uomo resta fermo dietro una tenda, osservando da lontano un palcoscenico, mentre un attore viene acclamato dai suoi spettatori dopo aver finito il proprio monologo. Entrambi stanno recitando un ruolo, ma solo uno dei due viene visto da un pubblico. Se da un lato la parte recitata da Giacomo Falta (Edoardo Pesce) è quella del mediocre uomo medio, invisibile agli occhi del resto del mondo e insoddisfatto della sua vita sessuale e di quella lavorativa, dall’altra lato  la parte interpretata dal Grande Giason (Roberto Zibetti) è di quelle riservate a chi entra in empatia con la massa, poiché rende la sua voce ascoltata e la sua identità parte di un insieme più grande. Come Giason fa ripetere agli spettatori «siamo tutti qui, siamo tutti diversi, siamo tutti uno, io sono», anche Giacomo vuole abbandonare la maschera da comparsa a cui la vita l’ha destinato e abbracciare un nuovo ruolo che lo renda parte di questo “uno” di cui fanno parte tutti coloro che abitano il suo mondo. Questa presa di consapevolezza darà inizio a un pirandelliano viaggio nella notte in cui il protagonista arriverà a interpretare il ruolo del Grande Giaffa, per fingersi un attore importante agli occhi di chi lo circonda e soprattutto di una nuova giovane spasimante, interpretata da Carlotta Gamba.

L’opera prima di Marco Santi, scelta per aprire al Lido di Venezia la nuova edizione della Settimana Internazionale della Critica, parte quindi da una tesi già esplorata dal teatro di Pirandello e di molti altri maestri: nella società moderna l’individuo non è uno ma centomila, frammentato dal peso delle maschere sociali imposte dallo sguardo altrui, che rendono la sua vita frustrante e la verità dell’io inconoscibile. Pertanto, lo stile di messa in scena che Santi sceglie per portare avanti questa storia è quello dell’assurdo, non esasperato da virtuosismi barocchi ma suggerito dal registro allucinato della recitazione e da brevi momenti di straniamento registico, in cui le paranoie del protagonista e i movimenti interni della sua mente vengono esplicitati da improvvisi silenzi, long takes e stacchi di montaggio che spezzano la continuità della sequenza. Non essendo Giacomo una persona con un’identità forte e stabile, non è tale nemmeno il suo sguardo e la notte, che lo vede per la prima volta protagonista agli occhi del mondo che lo osserva, assume lo statuto di un’allucinazione. La precarietà del visibile è in linea con l’instabilità della linea sonora, dato che in molti momenti quanto viene sentito dal protagonista non possiede una fonte certa e il regista fa rimanere sospesa qualunque risposta attraverso cui lo spettatore potrebbe comprendere quanto di ciò che si vede è reale e quanto fa parte di un teatrino mentale.

Questa forma di “grottesco minimalista” messa in scena dal giovane esordiente non nasce soltanto da una matrice teatrale chiaramente riconoscibile, radicata com'è nella storia del Novecento, ma sembra trovare una sua forte influenza, un'eco stilistica, nelle maschere dei film di Marco Bellocchio. Se nella poetica del regista di Esterno Notte ha sempre prevalso uno sguardo su individui che si fanno contemporaneamente portatori dei valori della società che li giudica e vittime finali di quella stessa civiltà che li ha condannati al patibolo, è intrigante il modo in cui Marco Santi riesce a intercettare discorsi simili a quelli presenti nell’ultima opera del celebre cineasta, Portobello. Come Enzo Tortora (Fabrizio Gifuni) inizia la miniserie con il controllo di quanto viene visto dai suoi spettatori oltre lo schermo del televisore, il Grande Giason di Santi si presenta inizialmente come maschera che esercita attrazione sulla massa di spettatori, e finisce per diventare l’immagine a cui Falta vuole sostituirsi per essere riconosciuto dagli sguardi di chi lo circonda. Il grande Giaffa diventa così il controcampo di un film di Bellocchio visto dal punto di vista distorto di uno spettatore di Enzo Tortora, non più una tragedia su un uomo che si perde nella propria maschera, ma la storia patetica di un individuo talmente mediocre da aver bisogno di indossare una maschera e di salire su un palcoscenico per diventare qualcuno.

La lucidità delle riflessioni dell’opera di Marco Santi basta già da sola a rendere la visione stimolante e priva di momenti morti, pur non allontanandolo dalle sue chiare influenze e dalla sua esplicita natura di film a tesi. La scena iniziale, citata in apertura, è infatti tanto potente nell’esporre le sfaccettature del protagonista quanto è prevedibile da quel momento immaginare le modalità con cui il finale andrà a chiudere il cerchio introdotto dal regista, procedendo su una strada sicura e priva di rischi. Se quindi le aspettative dello spettatore riguardo alla sceneggiatura non vengono mai sovvertite, lo stesso non si può dire di quelle riguardanti la regia, che invece riesce a rendere suggestiva una storia che rischiava di cadere nel patetismo. Come una buona performance teatrale si riconosce nelle sottigliezze più che nei gesti pieni di enfasi, anche Il grande Giaffa funziona di più nei piccoli dettagli che nel suo disegno generale.

Autore: Lorenzo Sartor
Pubblicato il 03/09/2026
Italia 2026
Regia: Marco Santi
Durata: 100 minuti

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