Union Town

di Barbara Kopple

In questa sorta di "ghost documentary story", Kopple fa col documentario quello che il novantenne Ken Loach fa dall'altra parte dell'Oceano con la finzione: crede e resiste.

Union Town recensione film

«Meglio di dover lavorare per vivere»: così rispondeva, ironicamente, Frederick Wiseman a chi gli chiedeva quale fosse il senso del fare film, cinema. Curiosamente Barbara Kopple, che di Wiseman non è stata materialmente allieva, ma di sicuro una delle epigone più importanti, proprio alla questione del lavoro ha dedicato gran parte della sua attività di documentarista. A cinquant'anni dall'uscita di Harlan County, U.S.A., insignito dell'Oscar come miglior documentario nel 1977, nel Fuori Concorso della 83ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia è stato proiettato il suo ultimo lungometraggio, Union Town, un documentario sullo sfruttamento lavorativo e sull'importanza degli scioperi, e ideale chiusura di una trilogia che, tra il film del 1976 e questo titolo, comprende anche American Dream, vincitore del secondo premio Oscar vinto nel corso della sua carriera.

Dal Kentucky di Harlan County U.S.A. al Minnesota di American Dream si giunge ora a New York, una “città sindacalizzata” che non per questo si mostra meno dura per e con i lavoratori. Questa volta al centro del documentario ci sono i corrieri di UPS, di Amazon e i rider delle app di food delivery, un argomento che Kopple approccia con uno stile documentaristico che potrebbe apparire datato: Union Town non è meta, non è postmoderno, non ibrida i generi, ma piuttosto in piena classicità alterna riprese delle proteste, repertorio e interviste soprattutto ai responsabili sindacali. In un'intervista a Joseph Di Mattia del 1991, Kopple dichiarava «The kind of films that influenced me have more to do with watching people, letting scenes come alive so you actually see people change through the course of the film...almost like you're right there». Si tratta quindi di cercare di essere invisibile, non mostrarsi, restare fuori campo, anche se la macchina da presa in questo cinema si sente eccome, per come sta addosso agli attori delle vicende che racconta. E lo fa oggi come cinquanta anni fa. Ascoltare “oggi” Carol Tome, CEO della UPS, rispondere, a una domanda relativa alle modalità con cui intende rapportarsi ai sindacati, che sulla sua scrivania c'è L'arte della guerra mentre nella sala conferenze ha un casco da football e dei guanti da boxe, fa infatti il paio con la battuta di “50 anni fa” con cui Carl Horn della Duke Power ammetteva candidamente, di fronte a un giornalista compiacente, che si sarebbe liberato volentieri dei sindacalisti.

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Se volessimo visualizzare la Trilogia sul lavoro di Barbara Kopple come un percorso unitario, ci sarebbe poco da stare allegri: se Harlan County U.S.A. raccontava, in fondo, di una vittoria dei sindacati “Davide” contro i capitalisti “Golia”, già nel 1990 American Dream testimoniava di un declino degli stessi, e oggi Union Town pare quasi una ghost documentary story, per come Kopple si cala nei panni di un'ostinata cercatrice di umanità in un mondo in cui di umanità non ce n'è più. Perché se nel 1976, la lotta dei minatori coinvolgeva anche altre persone, solidali con quei lavoratori sfruttati, ora la battaglia è solo di chi è costretto a subire lo sfruttamento. Del resto, cosa dice il duplice e recentissimo personaggio di Tom Cruise, quel Digger Rockwell/Curtis Markson proposto dall’omonimo film di Iñárritu, al grigio Parlamento Europeo presso il quale viene invitato a dare conto del disastro ambientale causato dalla sua piattaforma di estrazione?

«You don't want me to stop! Deep down you want me to keep pushing and producing. From where? From where? All our great nations, even though you all say you are responsible,you want to drive on cheap gas and leave the lights and air conditioning on. You want cheap tickets to Mallorca to roast your white ass in your hammock. Eating a huge hamburger, having snacks delivered to your door in 48 hours...».

Ecco allora che Union Town si presenta come il contraltare realistico del grottesco inscenato da Digger, perché se quest'ultimo, al di là di ogni considerazione estetica o forse proprio a partire da essa, assolve il pubblico perché alla fine attesta che l'arte ormai è diventata catartica per il potere più che per gli individui comuni, Barbara Kopple, invece, è un'ottuagenaria che scende ancora in strada e affianca il popolo, quello che soffre, che combatte per i propri diritti. E mostra anche una direzione: il consiglio comunale di New York approva un'ordinanza a favore dei rider atta a tutelarli di fronte al calcolo truffaldino delle mance e agli improvvisi licenziamenti tramite chiusura dell'account. Perché è l'istituzione pubblica a dover stare dalla parte dei deboli e dei fragili.

Kopple fa col documentario quello che il novantenne Ken Loach fa dall'altra parte dell'Oceano con la finzione: crede e resiste. E ora, però, ci aspettiamo da lei un documentario su Zohran Mamdani, il sindaco insediatosi poco dopo il termine delle riprese, che rende l'appellativo Union Town molto più che una vuota definizione.

Autore: Rosario Gallone
Pubblicato il 16/10/2026
USA 2026
Durata: 106 minuti

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