Nessun dolore
Fra senso di colpa, empatia, e mancato riconoscimento dell'altro, in Nessun dolore Gianni Amelio indaga il rapporto dell'uomo bianco occidentale con il fenomeno dell'immigrazione. Il risultato è un'opera surreale, ambigua, ora estremamente focalizzata, ora più vacua. Ma sempre perfettamente affine alla poetica di un maestro del cinema italiano.
Un uomo, “tunisino o marocchino”, cammina con il figlio per le strade di Roma. I due si fermano in una piazza, il bambino gioca un po’ con le sterpaglie, prima di rubare una bottiglia da un senzatetto per portarla al padre, che la butta via. I due camminano quindi su un marciapiede, dove il bambino elemosina un trancio di pizza per darlo al padre.
Qualche scena dopo, lo stesso uomo cede il figlio a un passante, dicendogli: “ora è tuo padre”. Il passante non capisce quanto sta avvenendo, ma fa di tutto per non essere più seguito dal bambino fino a quando, dopo essere stato malamente allontanato, il bambino viene investito, per poi morire in ospedale.
Quel passante è Davide (Alessandro Borghi) ed è un libraio che “vende” libri usati – in realtà non riesce neanche a regalarli – in un’edicola del centro di Roma, e, da quel momento, sarà tormentato dal senso di colpa per aver causato la morte del bambino. Un senso di colpa che lo porterà a fare di tutto per seppellirne il corpo e a prendere decisioni apparentemente assurde.
È con un mancato riconoscimento che inizia Nessun Dolore, ultimo film di Gianni Amelio presentato fuori concorso alla 83° Mostra del Cinema di Venezia. Con un non avviarsi di quel gioco di ruolo così comune nel cinema del regista calabrese, sempre attento a portare in scena relazioni filiali in cui le strutture familiari vengono messe a dura prova, rinegoziate e riconfigurate. Ma non siamo più negli anni ’90 de Il ladro di bambini, in cui un carabiniere dal cuore d’oro poteva diventare surrogato paterno di due bambini abbandonati dallo stato. E non siamo neanche nell’Albania post-comunista di Lamerica, in cui il processo migratorio veniva rimesso in atto, sulla propria pelle, dallo spregevole protagonista – un italiano che provava a fare affari nel paese in ricostruzione – e dall’anziano che, solcando il mar Tirreno, era convinto di raggiungere l’America.
Siamo nell’Italia del 2026, e la storia portata in scena, afferma la didascalia iniziale, non è ancora avvenuta. Ma potrebbe avvenire.
Il mancato riconoscimento, l’incapacità di mettersi nei panni degli altri, abitando i loro stessi spazi, è forse il leitmotiv da ricercare in Nessun Dolore. È proprio seguendo questa strada che ogni accusa di victim-erasing, ovvero di cancellamento delle vittime – in questo caso i migranti che compaiono nel film di Amelio –, cade e, anzi, ci porta a riflettere sulla nostra reale capacità di empatizzare con l’altro da noi, sulla nostra miopia, sul nostro idealismo, sul senso di colpa dell’uomo occidentale nei confronti del fenomeno migratorio.
La traiettoria di “redenzione” compiuta da Davide, infatti, lo porterà ad accogliere fisicamente in casa propria gruppi di migranti a lui sconosciuti. Uomini e donne con cui non è però in grado di stabilire una relazione che non lo porti ad annullarsi – “tu non esisti” canta la voce di Madame in una scena chiave del film –, reiterando dunque il mancato riconoscimento dell’altro che dà origine al suo percorso.
Altri altrettanto sconosciuti – forse marocchini forse tunisini, l’indefinitezza con cui Davide definisce il bambino una volta giunto in ospedale è la stessa con cui noi, bianchi occidentali, ci riferiamo comunemente a qualcuno con la pelle olivastra di cui non sappiamo la provenienza – rimarranno inevitabilmente fuori, rimarranno volti anonimi e numeri. Amelio lo dice abbastanza chiaramente in vari momenti, come quando fa seguire alla scena di una casa grondante di persone di varia provenienza una sospensione narrativa in cui la macchina da presa si concentra sui volti e sui corpi degli altri, ovvero sulle persone che rimangono fuori, con cui Davide non potrà mai stringere una relazione, e nemmeno riconoscere.

Dov’è il confine fra l’empatia e l’egoismo, viene da chiedersi guardando Nessun Dolore? Dov’è la soglia, così finemente messa in scena dalla netta dialettica fra interno ed esterno su cui le inquadrature di Amelio si soffermano più volte, fra quei sommersi e quei salvati del Primo Levi più volte citato nel film?
E dov’è il confine fra la favola e la realtà? La televisione dell’appartamento di Davide mostra due film di d’animazione di Enzo d’Alò: il primo è La freccia Azzurra, la storia di giocattoli che prendono vita e fuggono dal negozio della befana per trovare una casa che li sappia accogliere, il secondo è La gabbianella e il gatto – una storia di empatia in cui l’accoglienza dell’altro è un tema centrale. Due favole morali, dunque. Forse due utopie. Qui, però, sta il limite più evidente dell’opera di Amelio. L’atmosfera surreale che pervade il film in più di una sequenza, fino a un finale che ricorda – al contrario – quello de Il primo uomo, non è certo un unicuum nel cinema del regista calabrese, che più volte nella sua filmografia ha insistito sulla commistione di diversi registri, fra realismo e allucinazione. Il già citato Lamerica ne è una prova, ma lo sono anche i più recenti L’intrepido e Hammamet. Eppure, si ha la sensazione che la scrittura di diverse scene non tenga effettivamente il passo con ciò che il film prova a raccontare. Diversi dialoghi, pur nell’improbabilità della vicenda messa in scena, ci appaiono sciatti. Sequenze come quella della “conversione” alla lettura del compagno di cella di Davide, l’uomo finirà in carcere per favoreggiamento all’immigrazione, appaiono prive di una coerenza narrativa interna, eccessive e sin troppo “facili” anche se lette nella loro dimensione di apologo. La relazione fra Davide ed Elsa (Valeria Golino), professoressa universitaria che porta libri presso la sua edicola, incontra ora momenti di grande intensità – l’uscita di scena della donna è ennesima riprova di uno sguardo, quello di Amelio, in grado di emozionare con la sola forza dei gesti –, presenta ora momenti riusciti ora meno riusciti.
Quando trova la lucidità, però, Nessun Dolore convince. La mano di Amelio, che ci era sembrata leggermente arrugginita nei suoi due precedenti film storici, c’è sempre. Ci sono i suoi temi, i suoi personaggi, i suoi gesti, le sue immagini, la sua ambiguità. Quando però la brillantezza manca, e sì ha la sensazione guardando il film che qua e là essa manchi, Nessun Dolore presta pericolosamente il fianco ad accuse e misinterpretazioni, come se la dimensione strettamente privata e apologica del percorso umano portato in scena risulti paradossalmente un'ostacolo a un discorso più ampio sulla collettività. Certamente, però, questa nuova opera di Amelio non lascia indifferenti e solleva nello spettatore quei dubbi e quegli interrogativi che hanno contraddistinto il suo miglior cinema. E questo, per noi, è un merito.