Digger

di Alejandro González Iñárritu

Un cinema ostinatamente fuori tempo che finalmente guarda al presente e coglie forse l'intuizione più lucida della sua filmografia. Ma questa riflessione sulla difficoltà d'inquadramento della catastrofe si rivela l'illuminazione momentanea di un film che resta autoindulgente e incapace di esorcizzare realmente le paure che dichiara di affrontare. Solamente Tom Cruise appare, ancora e sempre, l'unico davvero "nel tempo".

Digger - Recensione - Film - Cruise

Alejandro Gonzàles Iñárritu dirige oggi il suo primo disaster movie ma è da una decina d’anni almeno che il suo cinema sembra immerso in una paura apocalittica, nel terrore di perdere il controllo. E così da Birdman in poi il cineasta messicano sembra voler chiudere le sue immagini in bozzoli, proteggerle, inserirle in traiettorie da lui predeterminate, in un cinema che palpita forse solo grazie alla straordinaria fotografia di Emmanuelle Lubezki, la prima e più grande benedizione legata al suo immaginario. È un cinema che, malgrado certe illuminazioni, resta tutto troppo dentro il livello della testa, che sa sempre cosa dire, dove andare, addirittura come perdere il controllo. Un po’ come quello scritto e diretto da Aaron Sorkin, ma senza la sua ironia giocosa e la sua sotterranea speranza in un mondo in cui tutti sappiano fare la cosa giusta. Tutto questo però, almeno finora. Perché per un cinema ostinatamente fuori dal tempo e dalle sue necessità, sembra essere arrivato il momento di guardare fuori dalla finestra, di rapportarsi al presente con una certa idea di leggerezza.

Ecco allora Digger una satira catastrofica che, oscillando tra il Kubrick de Il Dottor Stranamore e, come ha fatto notare qualcuno, il Gilliam di Brazil, pone al centro della scena Digger Rockwell, magnate del petrolio che in un’America tra la fine degli anni ’80 ed i primissimi anni ’00 si trova a dover salvare il pianeta da un disastro  causato da lui stesso: dopo l’ennesimo scavo in Antartide alla ricerca di petrolio, infatti, un ghiacciaio è caduto in mare e minaccia di colpire l’Occidente con conseguenze apocalittiche. Digger però ha un’idea, vuole modificare la narrazione per salvare il mondo e sé stesso allo stesso tempo, agendo prima della fine per fermare la massa di ghiaccio e apparire agli occhi dell’opinione pubblica come un eroe prima che come un folle. Ma sarà davvero così? Digger è davvero solo questo? No, risponde simbolicamente Iñárritu. E in effetti qualcosa nel meccanismo profondo nel film salta fin da subito. Leggere Digger come satira fa funzionare male un film che già ha i suoi problemi a muoversi con convinzione.

È, prima di tutto, un problema di umorismo, di satira a grana sempre troppo grossa, di bersagli a cui ci si rivolge in modo malfermo, di uno sguardo su un mondo indefinito, legato a una concezione polverosa del Capitale e a un contesto che a tratti ricorda il nostro mondo sempre più perso nell’assurdità del presente, ma che al contempo sembra arrivare sempre troppo tardi al centro delle cose, come se Digger fosse consapevole di non poter superare l’ennesimo exploit di Trump remixato da TikTok e memizzato da South Park. E poi c’è la grande gabbia, il film nel film, o meglio lo spettacolo teatrale nel film. Perché Digger è solo un ruolo interpretato da Curtis Markson, attore stimatissimo ma da anni relegato alle seconde linee dello show business, e finalmente coinvolto in un nuovo allestimento di un progetto che da venticinque anni racconta l’eroica tragedia di Rockwell e, soprattutto, ennesimo tassello di un cinema che costantemente sembra interrogarsi sul concetto e sulle potenzialità della performance. La satira distopica si sporca quindi di affondi metalinguistici, ma forse questi due mondi possono andare di pari passo. Perché nei suoi momenti più affascinanti Digger pare davvero una grande, amara riflessione sul concetto stesso di distopia, impossibile, ormai, da cogliere o anche solo da concepire davvero. Perché forse il problema siamo noi, o meglio è il nostro sguardo, sempre decentrato rispetto alla catastrofe. O si arriva troppo tardi, come nella regia teatrale del futuro (e allora la distopia non è più tale ma diventa Requiem, celebrazione dei morti) o nella catastrofe ci si è dentro ma non la si vede mai davvero, come nella storia di Digger.

Digger - Recensione - Film - Cruise

Il film coglie allora con grande lucidità quest'atmosfera di presente inafferrabile, in cui i concetti nascono già vecchi e l’Apocalisse é irrappresentabile, lasciata fuori campo, ridotta a infografiche e portata in scena solo quando mediata dagli schermi. Volevamo entrasse nel presente, Inarritu e nel farlo sfiora certamente l’intuizione più semplice e luminosa della sua filmografia. Peccato che basti poco per rompere tutto il sistema. Forse il regista non è mai uscito dal suo bunker e, anzi, probabilmente ne ha costruito uno su misura per il suo film, verso cui ha un atteggiamento dannosamente autoindulgente, quello che gli ha permesso finora di mostrare la possanza degli ingranaggi della macchina del suo cinema senza apparire vuoto o laboratoriale.

Ci pensa già il suo cast, con Tom Cruise in testa, a discutere di quanto la struttura funzioni poco con gli intenti del progetto, con buona pace di una regia che, a ben vedere, dà sempre troppe cose per scontate, a partire da questa dimensione teatrale forzatamente appiattita su un linguaggio apertamente cinematografico. Prova con tutto sé stesso a salvarsi, a proteggersi, Iñárritu, ma non ce la fa. Il suo cinema non sopravvive mai davvero, è sempre zavorrato dal solito atteggiamento assertivo, attraverso cui espone un problema, ci racconta la punizione per i nostri errori ma convenientemente non si sporca mai le mani, non apre mai la possibilità di un vero esorcismo. E forse ha persino ragione lui, almeno seguendo la sua logica contorta. Perché cadendo l'immaginario distopico cade anche qualsiasi possibilità di vera redenzione.

Per tutti, tranne, immancabilmente, per Curtis Markson, ma soprattutto per Tom Cruise, che gioca a parodiare sé stesso e le sue manie di controllo sul progetto (chissà se è lui, come capita sempre più spesso nella realtà, il regista occulto dell’adattamento teatrale) ma che di fatto si ritaglia almeno una sequenza straordinaria per il suo personaggio; il quale sembra anch'egli cadere vittima della fine della distopia ma in realtà è l’unico a cui il racconto sembra regalare una sorta di lieto fine. Ancora lui, ancora Tom Cruise, l’unico che continua a essere, immancabilmente, per riflessioni e attenzione verso la rappresentazione, ancora "nel tempo”.

Autore: Alessio Baronci
Pubblicato il 09/10/2026
Gran Bretagna, Messico, USA

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