Umano, troppo umano: "Mission Impossible - The Final Reckoning"

di Christopher McQuarrie

Cinema come atto di fede e mito fondativo, quello di un attore che "usa" l'ultimo vertiginoso capitolo della sua saga per rafforzare il suo alone messianico e, forse, prendere pienamente possesso di quell'industria del cinema di cui finora è stato animatore centrale. Riscoprendosi, nel mentre, un po' più umano di quanto creda.

Mission Impossible Final Reckoning - Recensione Film Tom Cruise

Mission Impossible: The Final Reckoning si apre soppesando i detriti del capitolo precedente, un film (ne scrivevamo sempre qui) orgogliosamente inafferrabile, forse imprevedibile, che anticipava l’unico confronto possibile tra l’ultimo attore analogico e la macchina digitale, tra un cinema mai così convintamente umano e un mondo sempre più incorporeo, smaterializzato, in cui tutto, persino l’autorialità sembra potersi sintetizzare in provetta - salvo fermare le macchine praticamente subito dopo la partenza.

Ragionando proprio di quel film non si poteva che considerarlo un progetto iper-protezionista nei confronti della sua star, quasi capriccioso nel negarsi all’abisso della macchina: deciso, almeno sulla carta, a far scontrare Ethan Hunt con un’intelligenza artificiale onnipotente e guerrafondaia, e tuttavia incapace di raccontare davvero quella nemesi se non usando un linguaggio vecchio di vent’anni. Forse a parlare in Dead Reckoning era soprattutto la confusione, l’insicurezza, un confronto con la macchina che sconquassa lo stesso Tom  Cruise, costretto a fermarsi per riprendere fiato, a fare i conti con tutta una serie di passaggi da affrontare per poter ripartire con la certezza di poter controllare lo status quo. Ecco in questo senso The Final Reckoning è un film a suo modo onesto, che nell’ennesimo rispecchiamento tra protagonista/attore e film (perché, lo ricordiamo, parlare di Mission Impossible significa anche parlare di Tom Cruise, della sua attorialità, del suo modo di raccontarsi all’esterno) sceglie di guardare la paura in faccia. E lo fa portando in primo piano, fin dal prologo, il pericolo rappresentato da una realtà infiltrata dallo spazio digitale, raccontata nell’unico modo in cui ci si aspetterebbe possa farlo uno sguardo paralizzato: utilizzando i toni apocalittici di un disaster movie teso tra disordini popolari, guerre civili e catastrofi originate dall’azione dell’AI sul mondo circostante. Si tratta di una fine tecnologica introdotta, a inizio film, da una sede protetta, analogica, grazie all’escamotage di un filmato di briefing ricevuto su supporto VHS, solo il primo di un campionario pre-digitale che Hunt utilizzerà via via per esorcizzare la macchina. Eppure è evidente comeThe Final Reckoning, nella sua ricognizione a vista sull’oblio, colga un’intuizione lucidissima e costruisca ogni suo discorso a partire dallo statuto sempre più fragile delle immagini, dai modi in cui il digitale può falsificare con sempre più facilità il Reale.

Mission Impossible: The Final Reckoning si apre in effetti con un lungo recap incentrato su Ethan Hunt, sulle imprese dei film precedenti, sui folli set pieces e coreografie che hanno impegnato Cruise in quasi trent’anni di franchise. Dentro quelle immagini c’è la sua storia, c’è un intero modo fuori norma di concepire il cinema ma c’è anche un affascinante cortocircuito. Dettato dal fatto che, con l'andare avanti del racconto, a mano a mano che queste digressioni a metà tra caroselli e clip show subliminali si affannano a organizzare una ragnatela di riferimenti che possa tenere insieme tutti i dettagli disseminati fin dal 1996, ci si rende conto che questi exploit formano una sorta di circuito chiuso: afferiscono solo alla storia di Ethan Hunt, raccontano una sola realtà ripiegata su sé stessa, quella della saga, senza mai sporgersi sul mondo esterno, su qualcosa che non la riguarda, sull’abisso a cui prima si faceva riferimento
E se l’epopea di Hunt fosse l’unica scheggia a suo modo reale in un mondo fatto a pezzi dalla menzogna? Davvero, The Final Reckoning potrebbe essere tutto qui, raccolto in questa clamorosa power move, forse l’apice della continua opera di autofiction che impegna da anni Tom Cruise-Ethan Hunt, a cui non rimane altro che proclamarsi custode dell’Evento, della Verità, del modo più corretto per approcciare il nuovo statuto delle immagini. La sensazione è che, approfondendo con la metafora che vede in Cruise una sorta di entità messianica, capace di sobbarcarsi la salvezza di un’intera industria come quella del cinema pop occidentale, all’attore sia mancato, fino ad ora, una sorta di mito fondativo per raccontare il suo approccio al cinema e al suo pubblico, una narrazione che, per dirla meglio, desse concretezza a uno storytelling che, malgrado le apparenze, fino a questo momento ha condotto soprattutto da solo.Non ha senso, in effetti, raccontarsi come un salvatore se c'è ancora qualcuno, all’esterno, che non crede in te.

Final Reckoning - Recensione - Film - Cruise

Non è un caso allora se questo The Final Reckoning è il film più apertamente cristologico della saga, col respiro maggiormente evangelico, puntellato più che dalle morti e dalle resurrezioni del suo protagonista (vere, presunte, cercate per pura strategia operativa) dalle tribolazioni fisiche di questo attore-personaggio, impegnato quasi costantemente in coreografie e stunt dove in gioco c’è la sua stessa vita (e che affronta come in un atto di fede o come veri e propri “miracoli” attraverso cui mostrarsi ai suoi spettatori), letteralmente ossessionato dalla ricerca costante di alleanze, di patti in grado di unire forze contrarie. È disperato, a tratti umanissimo, questo Hunt, mentre percorre il suo ultimo miglio senza mai sparare davvero un colpo di pistola, ma anzi impegnandosi in prima persona per chiedere fiducia (fede?) a tutti coloro che incontra, nel grande piano di cui è pietra di volta.

Se si pone la giusta attenzione nel percorso si può anche cogliere qualche barlume di verità. Non quella messianica e potenziata di Cruise-Hunt, ma quella più rivelatoria che attende al di là delle sovrastrutture, della corazza ideologica dell’attore e del suo mondo. Ci si potrebbe rendere conto, ad esempio, che The Final Reckoning è il film in cui Cruise racconta più di sé, delle sue ossessioni, della sua cinefilia, i cui custodi il film raccoglie e riordina, dal racconto dell’Apocalisse di Carpenter alle sequenze subacquee di Cameron, passando per i jet e le portaerei di Top Gun di Tony Scott, che Cruise finisce per attraversare quasi fisicamente. Ma soprattutto ci si renderebbe conto di quanto quello di Christopher McQuarrie sia un film che viene a patti in un modo tutto suo con quello spazio digitale ambiguo, complesso, da cui si era partiti. Cruise-Hunt non ci negozia mai davvero, piuttosto lo accetta, ne assorbe i presupposti, le componenti essenziali, e forse non è un caso se questo The Final Reckoning inizi nel momento in cui il protagonista incorpora in sé la Macchina, ne diventa l’elemento umano operante nel mondo reale e riceve da lei non solo la rivelazione ultima del suo piano ma anche il modo per fermarla.
Da lì il gioco di metafore è presto svelato: l’ultimo attore analogico accetta in sé l’elemento digitale, il digitale si riscopre umano, un passaggio che risulta cruciale soprattutto perché si tratta dell’atto finale di quella "Rivelazione cruisiana" che ci accompagna fin dall’inizio. Dal confronto con le istruzioni della macchina, Hunt diventa, letteralmente, la diegesi, si riscopre l’unica entità che attraversa il tessuto narrativo, l’unico personaggio che conosce il film in ogni sua parte, l’unico con in mano delle certezze che giustificano quella fede cieca che cerca fin dall’inizio negli altri. E il film diventa un folle volo, al di là di ogni logica narrativa, retto solo dalla “fede” che lo spettatore ha nello star power del suo protagonista. Ma è davvero solo questo?

Forse la rivelazione tanto cercata dal film offre anche l’occasione di rimettere le cose in prospettiva, forse l’elemento più interessante di questa parabola è la sua carnalità, il suo giocare con la concretezza della metafora. Bisogna, certo, sapere cosa cercare, accettare quanto il film si schermi dietro a un ricercato simbolismo per sviluppare una grande riflessione sul potere dello storytelling, ma anche del cinema e dell’industria, se è vero che, in fondo, Dead Reckoning è il racconto di un clamoroso takeover da parte dello stesso Cruise sul sistema. Quello attraverso cui l’attore, dopo esser diventato produttore, stunt director e regista occulto della saga, non può che divenirne sceneggiatore ed entità garante, scoprendosi, forse, molto più umano di quanto voglia far credere.

Autore: Alessio Baronci
Pubblicato il 28/07/2025
USA 2025
Durata: 169 minuti

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