Prima della guerra
Con uno sguardo naturalista e perturbante, Usberti trasforma i suoi personaggi in presenze quasi fantasmatiche, mentre il mondo che li circonda, una provincia quasi sospesa, comincia a mostrarsi sempre più degradante.
Il silenzio delle campagne viene interrotto da un’auto, che sfreccia con a bordo dei giovani armati che vanno a caccia di animali. Un’apertura che segnerebbe l’inizio di un film sui reietti della società americana diretto da Harmony Korine negli anni ’90 e che invece vede come ambientazione della storia la Pianura Padana e le sue piccole città. Questi spazi aperti non hanno segnato solo l’intera vita del protagonista del film, Guido (Piero Usberti), ma anche i ricordi del regista, Tommaso Usberti, che ritornando ai luoghi della sua memoria d’infanzia e in cui ha vissuto parte della propria famiglia (Piadena Drizzona, in provincia di Cremona), riempie l’ambientazione dell’opera, nonché le storie dei personaggi che la occupano, del suo vissuto personale. L’opera prima del regista italo-francese, unico filmmaker italiano che ha presentato il proprio film in concorso all’ultima edizione della Settimana Internazionale della Critica, si inserisce così nel solco di una riscoperta curiosità del cinema italiano verso i luoghi e gli idiomi della pianura padana, che vede come principale punto di riferimento Francesco Sossai (Le Città di Pianura), con cui Usberti condivide l’interesse nel rendere questa ambientazione rurale uno spazio sospeso nel tempo, dallo statuto prima di tutto mentale e non solo puramente fisico. Ma Prima della guerra per Usberti non rappresenta solo un ritorno ai luoghi del proprio passato, ma anche una scelta di tornare ai volti dell’inizio della propria carriera, quelli del fratello Piero Usberti e dell’attrice francese di origini kosovare Luàna Bajrami, protagonisti del cortometraggio Deux ègarès son morts (2017) con cui il regista aveva esordito al 70esimo Festival di Cannes. Tenendo infatti in primo piano l’essenzialità dell’ambientazione e la violenza del contesto in cui vivono i suoi personaggi, ad essere centrale in Prima della guerra è proprio il rapporto tra i due protagonisti, Sonia e Guido, nella cui relazione quest’ultimo sembra cercare la via di fuga a una vita in cui si sente alienato.
Già dal primo incontro tra i due personaggi possiamo distinguere ciò che caratterizza Usberti nel proprio stile registico: la macchina a mano pedina lentamente la coppia, mentre questa avanza zitta verso l’automobile del ragazzo, per poi fermarsi con loro, osservandoli nel processo in cui non si conoscono parlando, ma guardando l’altro e desiderandosi a vicenda, rimanendo infine a lungo in silenzio nel veicolo. Nonostante il film presenti una durata breve e una struttura narrativa molto classica, questo e altri momenti dimostrano come Usberti riesca a gestire con molta spontaneità i lunghi momenti di vuoto nella vita quotidiana dei suoi protagonisti, donando ad essi uno statuto fantasmatico, che li rende più vicini a spettri che girano senza uno scopo per i luoghi della pianura più che dei personaggi con un’evoluzione precisa e un arco coming of age da portare a compimento. Il ritratto generazionale illustrato dal regista assume così le forme di un racconto di alienazione, in cui i giovani non sembrano più proiettati verso la ricerca di una propria individualità identitaria, ma seguono le logiche del branco e le aspettative della vita a cui sono stati condannati. Nell’inseguire la propria immagine di sé - nonostante l’unica fotografia che gli viene scattata vede Sonia guardarlo mentre sta puntando un fucile giocattolo verso l’obiettivo, esibendo così la stessa posa in cui si è riconosciuto per gran parte dell’opera -, Guido si ritrova invece a combattere contro le proiezioni dell’invisibile e a cercare nello sguardo di Sonia il riconoscimento della persona che crede di essere.
È altrettanto difficile per lo spettatore riconoscere in Guido un ritratto definitivo di una psiche complessa, dato che il regista non si pone come autorità sui suoi personaggi, ma adotta un approccio naturalista che lascia che le loro sfumature caratteriali si rivelino da sole, privilegiando l’ambiguità alle risposte nette su quanto il contesto sociale influenzi realmente la psicologia del protagonista. In questa indeterminatezza lo sguardo del regista è sicuramente più vicino a quello di Pasolini sul suo Accattone (Franco Citti), restituendo a maggior ragione una dimensione di italianità che con le idee contemporanee di mascolinità tossica e approccio verso il diverso ha poco a che fare. Molto più attuale è invece la riduzione al simbolismo poetico che Usberti si concede nell’ultimo atto, in cui la spirale verso il basso del protagonista trova un punto d’arrivo, nonché una potenziale riapertura a una redenzione che, forse, non vedremo mai.
Prima della guerra è quindi un film definito dalla particolarità delle sue scelte stilistiche e dal sentimento perturbante restituito dai volti dei due protagonisti, i quali donano al film un respiro da grande racconto di (anti)formazione che molti registi non riescono a restituire in opere più inutilmente diluite e che invece Usberti costruisce nell’arco di settantasei minuti.