American Dollhouse

di John Valley

John Valley rilegge l’horror attraverso la dissoluzione della memoria e dell'identità, trasformando la dimensione domestica in un incubo allucinatorio sospeso tra il fantasma materno e un doppio perturbante. In “Panorama” al Sitges.

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Ciclicamente, quando l’uomo è respinto dalla realtà, quando questa si fa caotica e incomprensibile, emerge una tendenza intimista, a volte solipsistica, di ritorno a sé. L’arte offre la possibilità di creare uno spazio riconoscibile nel dominio asettico del reale, un luogo che non nasconde la propria finzione, ma che funziona come-se-fosse reale. Con American Dollhouse, presentato alla 59ª edizione del Festival del cinema di Sitges, John Valley mette in scena la propria visione di questo nuovo modo di fare horror, diffusosi negli ultimi anni come approccio meno mi(s)tico ed esoterico, poiché più ancorato ai meccanismi di riproduzione e mimesi, replica.

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Messa alle strette dall’instabilità della propria vita, Sara è una giovane donna che ritorna nella casa della propria infanzia, il luogo nel quale la sua vita era stata indelebilmente segnata dalla madre. Resa ancor più angosciante dalla minacciosa presenza di una vicina, la permanenza si trasforma in un incubo, impossibile da elaborare, tra passato e presente. L’opera si articola come una grottesca fiaba senza lieto fine, un film che distrugge mosso da un’immediata necessità senza una volontà iconoclasta, satirica o politica.

Al centro di American Dollhouse si erge una figura che racchiude in sé gli estremi dell’incubo e del sogno, la casa come dimensione wellesianamente nostalgica del paradiso perduto, o nevrotica origine di un trauma insuperabile. In questo caso non ci sono né rimpianti né rimorsi, la maison d’enfance rappresenta un ritorno forzato alle origini del proprio destino. In questo senso, il tempo della storia collassa su quello di un racconto (interiore) nel quale la differenza tra presente e passato non sembra definibile; così, gli stacchi tra le scene non sono mai netti, le immagini si sovrappongono, si intrecciano rendendo il presente una catena di associazioni e di ricordi. In tale contesto ormai fatiscente, il rimando dell’ambiente domestico alla perfezione artificiosa della famiglia-modello della classe media resta un sottotesto, troppo lontano per essere mostrato ma abbastanza vivido per essere percepito. In questa sua dimensione di inquieto antropocentrismo, il film di John Valley dialoga efficacemente con il concetto di personal horror, un film cioè «incentrato sull’identità che, si scopre con raccapriccio, non è (più) ciò che si è sempre pensato fosse, è qualcosa di diverso, ignoto, destinato a piegarsi, sbriciolarsi e trasformarsi» (P. M. Bocchi, Chi ha paura del personal horror?).

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In American Dollhouse questo ambiguo vuoto identitario viene evocato da due elementi, di cui il primo è la casa delle bambole che apre e scandisce l’opera. Il giocattolo si mostra come un passaggio, un modellino sospeso nel vuoto cosmico che, aprendosi, ci mostra la via maestra all’interno dell’illusione filmica. In modo ludico, siamo introdotti in un mondo realistico e irreale allo stesso tempo, un posto nel quale il tempo è quello delle angosce e non delle cose, una dimensione che funziona come-se-fosse vera. L’altro elemento è la figura indecifrabile di Sandy, la vicina di casa nota per il suo tragico passato, vittima della follia della propria madre. Segnate entrambe dal fantasma materno, il rapporto tra le due donne si scontra e progredisce in modo unilaterale e inaspettato, con Sara che, inizialmente un’estranea, si trasforma agli occhi dell’altra donna nella perfetta proiezione allucinatoria dei propri traumi.

In questa dialettica, nella quale un doppio perturbante incrina ancora di più la distinzione tra realtà e finzione, la questione dell’identità e della memoria risulta una dimensione sospesa, scissa tra estremi incompatibili ma affini. Sovrascrivendo l’immaginario della final girl, il finale aperto ribadisce l’impossibilità di venire a patti in modo definitivo con la radice del proprio sé e di disambiguare l’origine del nostro destino.

Autore: Giulio Cavatorta
Pubblicato il 26/10/2026
USA 2026
Regia: John Valley
Durata: 87 minuti

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