Bentornati a Talbot Falls, a tre anni di distanza dal precedente Blackout (2023): è già un luogo della memoria a sé stante, un tassello geografico distintivo di quel Fessendenverse che, partendo dal richiamo/omaggio al Larry Talbot interpretato da Lon Chaney Jr. in L’uomo lupo di George Waggner, continua ad accostare l’immaginario classico a uno sguardo tutto contemporaneo sul presente. Le gesta sanguinarie del licantropo Charley hanno lasciato un solco profondo nella mente e nei cuori degli abitanti di questa piccola comunità di provincia, dove tutto sembra essere congelato nel tempo, in attesa di un salto di qualità che non arriverà mai; è il cuore dell’America più nascosta, dove l’economia sta morendo portando con sé le persone. Quella lacerata da fratture insanabili ma dove può ancora succedere qualcosa di inaspettato: le ricerche di Cassandra, per esempio, giovane e brillante scrittrice alle prese con la stesura di un libro su George Washington Carver (il figlio di schiavi del Missouri che rivoluzionò l’agronomia statunitense) e che invece scoprirà che il suo vicino di casa è addirittura Adam, la creatura di Frankenstein in fuga dopo gli avvenimenti raccontati in Depraved (2019). E ancora, l’arrivo in città di Sam, il vampiro protagonista di Habit (1995), che dopo trent’anni scopriamo essere sopravvissuto al finale del suo film e nuovamente, furiosamente assetato di sangue… “Ci sono un vampiro, un lupo mannaro e il mostro di Frankenstein…”, tutti insieme come nei vecchi classici Universal, quando i primi tentativi di team up si chiamavano House of Frankenstein (Al di là del mistero, 1944) e House of Dracula (La casa degli orrori, 1945).
La convergenza dei protagonisti della trilogia di Fessenden, finora confinati nei rispettivi film di appartenenza, forse era l’unica evoluzione possibile di un cinema da sempre tanto fieramente identitario quanto ostinato nel difendere la propria natura underground e indipendente, composto da un mosaico di volti e nomi ormai familiari che, di film in film, sono come i tanti capitoli di un grande romanzo a stelle e strisce su un mondo abbondantemente sull’orlo del baratro; e se in Habit gli appartamenti sporchi e fatiscenti come le strade di New York raccontavano una rabbia e un’urgenza geneticamente grunge, Trauma or, Monsters All prosegue sulla falsariga di Blackout, una ballad malinconica sugli ultimi e i reietti. "Siamo in un film di mostri o in un film di lesbiche?" chiede un personaggio. "Non è la stessa cosa?" risponde Cassandra. Sullo sfondo rimane sempre lei, l’America di oggi, con le sue contraddizioni, gli orrori del passato e quelli del futuro.
La solitudine, la dipendenza, il razzismo, l’intolleranza; la Storia del proprio paese è sempre stato il campo d’indagine prediletto da Fessenden, e neanche stavolta si smentisce: ma i suoi mostri non sono né causa né conseguenza del male che attanaglia il mondo. Semplicemente, lo attraversano per osservarne la natura; e lo indagano attraverso il continuo confronto/scontro con l’altro. Perché ormai dovrebbe essere chiaro a chiunque abbia un minimo di familiarità con Fessenden che questo è un cinema di parola più che d’azione, dove il vero motore narrativo è un gesto puramente dialettico attraverso il quale mettere in scena il conflitto. Prendere o lasciare: ma se si sta al gioco e se ne accettano le regole, allora ci si può (ancora) sorprendere della quantità di sentimento che si trova dietro ogni parola, nascosto tra le immagini, distribuito nei ripetuti incontri che ciascun personaggio ha con l’altro da sé e dai quali poterne uscire forse migliore, sicuramente diverso. E chissà, magari anche innamorato. Di certo non è un caso che, alla fine, l’unico "mostro" a scappare via sia un patchwork di corpi e anime, nuovamente solo, nuovamente in fuga, alla ricerca di un posto nel mondo.