The H@llow Man
In Concorso per la 41° edizione della SIC, l'esordio di Laaridhi adotta un punto di vista futuro per parlare del recente passato e far emergere gli spettri di un fondamentalismo invisibile che plasma sempre di più le nostre identità.
Presentato durante la 41° edizione della Settimana Internazionale della Critica, The H@llow Man è il lungometraggio d’esordio del produttore e direttore della fotografia tunisino Kamel Laaridhi.
In una cornice di fantascienza distopica - siamo nel 2059, e in seguito a una catastrofe globale le emozioni e le memorie degli esseri umani vengono soppresse tramite microchip, e solo la pratica dell’ipnosi può risvegliare i ricordi sopiti - Laaridhi porta avanti un discorso sugli spettri della storia, sull’emersione del rimosso e sulle tenebre delle società del controllo. Nonostante il setting futuristico, infatti, lo scavare nella memoria del protagonista, Taha (Mohammed Hessine Grayaa), porta indietro lo spettatore all’anno 2015, in una squallida casa di un paese arabo in cui una donna e un uomo affiliati all’ISIS stanno organizzando un attentato che verrà messo in atto da una ragazza che vive con loro, la quale è incinta di un bambino.
La complessità delle premesse e dello scenario portato in scena da Laaridhi, dunque, appare accessoria per compiere un discorso sulle cicatrici lasciate dal fondamentalismo nel mondo arabo, mettendolo in diretta correlazione con le derive accentratrici della contemporaneità e sulla possibilità delle nuove tecnologie di applicare gli stessi meccanismi di controllo e “lavaggio del cervello” attuati dai terroristi.
Le ambizioni di The H@llow Man sono molto alte: lo capiamo dalle citazioni a Gramsci, a T.S. Eliot e al poeta palestinese Rafaat al Aarir, morto durante i bombardamenti israeliani a Gaza. Ambiziosa è anche l’idea di messa in scena. Partendo da campi/controcampi assiali alla Ozu, che compongono le scene di dialogo fra Taha e l’ignoto ipnotista e che fanno da cornice al racconto, la macchina da presa di Laaridhi tratteggia con finezza gli ambienti spogli e perturbanti della casa in cui i fondamentalisti vivono nel 2015. Ambienti spettrali come sono anche le figure che li frequentano, che grazie alle luci, al taglio delle inquadrature e allo stesso montaggio, sembrano essere allo stesso tempo sia materializzazioni dell’inconscio ipnotizzato di Taha sia nature morte che fanno da preludio a un'apocalisse imminente.
Le parole di Gramsci poste in esergo al film - «Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri» - sono dunque in The H@llow Man perfettamente materializzate.

Meno riuscite sono invece le interpolazioni e i glitch che Laaridhi inserisce nella narrazione per simboleggiare una memoria che sta andando ricomponendosi, ma che appare frammentata e confusa. Lo scavare nell’inconscio di Taha, un uomo che di mestiere fa il declamatore di poesie che dovrebbero risvegliare le emozioni in chi non è più in grado di provarne, porta via via a rivelarne la natura stessa di uomo condannato sin dalla nascita. Egli è infatti figlio della ragazza che sta preparando l’attentato, e in quanto tale appare privo d’anima e anestetizzato dalle proprie stesse emozioni. Una rivelazione che nel film di Laaridhi avviene con una certa intelligenza nella scrittura, ma che non trova nella messa in scena la forma più riuscita. I cambi di formato e di tipologia d'immagine, infatti, spezzano la continuità di una memoria che sta riemergendo, ma finiscono per far in qualche modo decentrare il focus dell'opera.
Appare evidente che, infatti, nonostante le intuizioni di Laaridhi siano notevoli, e la sua messa in scena abbia una raffinatezza formale che cattura l’occhio e che guarda a registi come Bertrand Bonello e Denis Villeneuve, il film provi a percorrere dei sentieri sin troppo tortuosi per arrivare a tracciare un parallelismo che, sebbene interessante, poteva essere elaborato con una minore complicatezza. La differenza fra complesso e complicato è nota. The H@llow Man è un film che vuole fare un discorso complesso, ma che ha delle premesse complicate e uno svolgimento che proprio quando sembra arrivare a toccare i nodi del discorso – e dunque della complessità – vira improvvisamente verso strade impervie, lasciando lo spettatore incapace di sintetizzare, di cogliere quale sia effettivamente il punto dove il discorso vuole arrivare. Se esso è la complessità della memoria e dei processi di discesa nell’inconscio, The H@allow Man si inserisce in un filone di film con cui può difficilmente reggere il confronto. Se è invece le modalità con cui le pratiche di controllo definiscono le identità e con esse il loro inconscio e la loro memoria, il discorso del film sembra troncarsi proprio sul più bello, e la figura stessa del protagonista ha una biografia sin troppo particolare ed eccezionale per poter essere davvero viatico di un discorso che ha pretese di universalità.
Cosa rimane, dunque, di The H@llow Man? Una messa in scena rarefatta, connotata da una grande capacità di definire con poco i tratti di un mondo crepuscolare, ma che si confonde con una serie di forme che richiamano un’estetica del glitch e dell’interpolazione “sperimentale” già abbondantemente digerita dal cinema contemporaneo. Una sceneggiatura che ha successo nel tratteggiare le dinamiche e le relazioni fra i personaggi nel segmento ambientato nel 2015, ma che a lungo andare diventa l’illustrazione di citazioni colte presenti nel film e si disperde proprio quando la narrazione si fa frammentaria.
Rimane poi la suggestione, l’intuizione, un piacevole senso di straniamento dato dal dare un punto di vista “dal futuro” a un evento accaduto nel recente passato, la definizione di un’atmosfera spettrale e residuale. Abbastanza per rendere il film una visione interessante, e a tratti stimolante, ma non per elevarlo.