Glass

di M. Night Shyamalan

Rimettendo al centro la figura del demiurgo dalla mente superiore, Shyamalan chiude la sua "Eastrail 177 Trilogy", ribadendo fino in fondo la necessità di credere al potere miracoloso della narrazione.

 Glass - Recensione film Shyamalan

Non poteva che chiudersi così, questa iperteorica, metalinguistica trilogia su quel grande, emblematico, contenitore di archetipi, mitologemi, che è il fumetto, avviata da M. Night Shyamalan nel 2000 con Unbreakable e proseguita poi, di recente, con Split. E cioè con un’opera finale che porta bene impresso il (sopran)nome del coniatore, del creatore. Quello figurato, mise en abyme, del signor Glass (e non certo quello in carne ed ossa, dall’altra parte dello specchio). Perché senza Elijah Price, l’uomo dalle ossa di vetro, destrutturate dalla osteogenesi imperfetta, non ci sarebbe stata trilogia alcuna, giacché a mancare sarebbe stata la dialettica stessa, il dibattersi delle forze: l’eroe ricalcitrante David Dunn (Bruce Willis) e la Bestia antagonista dalle multiple personalità (James McAvoy, ancora più ineffabile, nella sua abilità mutante, in quest’ultimo capitolo).
Mr. Glass è sempre stato il centro di tutto, punto di partenza e d’arrivo, colui che ha originato, innescato, messo in scena; il grande manovratore dalle ossa rotte ma dalla mente galoppante, ché all'immaginatore (e all’immaginario) non servono gambe muscolose ma occhi spalancati, fulminanti, che percorrono e sondano, vaporosi come fantasmi, la realtà. Facendola propria, fantasmagorizzandola appunto, trasfigurandola nel pensiero e nell’immagine con spirito infiammato di desiderio (ecco perché nessuno meglio di Samuel L. Jackson, con quei suoi sguardi folgoranti, avrebbe potuto interpretare l’uomo di vetro).

Glass è il regista, lo scopritore e il demiurgo, colui che plasma, attivamente, le storie, le scova nel reale a costo di fargli violenza, al prezzo di sacrifici inenarrabili, a rischio di perdere la propria umanità per l'unico, grande scopo di ridare all'uomo la cosa più importante di tutte: la fede. Che è fede nelle storie, prima di tutto. Fede nella loro capacità di dire a noi (e soprattutto alle nostre madri, proiezione dei nostri desideri più infantili, naturali e indecenti, impudici, quindi autentici, gutturali) che "no, non siamo stati un errore". Che avevamo ragione a credere. Ai fantasmi, al sogno, al mito. Che c’era davvero qualcosa di più grande ad accomunarci, preesisterci, sopravviverci. Ecco allora il fumetto come segno, codice, sistema crittografato; testimonianza, come visionariamente vagheggiato da Elijah, lasciata in eredità agli uomini per ricordar loro quanto possano essere potenti.

Le storie di Shyamalan sono sempre state metanarrazioni, storie che parlano del raccontare storie, dell’importanza che l’atto del parlare, del fabulare, riveste nella ritessitura delle nostre vite sgualcite. Storie che generano e rigenerano, feriscono e guariscono, come per Prairie Johnson e il gruppo di misfits che si riunisce per ascoltarla e aiutarla in The OA, altro esperimento, in questo caso seriale, in cui due autori di indiscussa personalità (Brit Marling e Zal Batmanglij) riflettono su quella che Arturo Mazzarella chiamerebbe la «potenza del falso». E del resto anche in Lady in the Water, film di Shyamalan del 2006, c’era un luogo, un residence, The Cove, in cui un gruppo di persone a vari livelli infrante, ignare di avere un dono, doveva fare la propria parte per salvare Story, creatura acquatica e dal nome piuttosto esplicito proveniente da un mondo altro, dimenticato. Tutti i protagonisti dei film di Shyamalan sono in fondo esseri alla deriva, che annaspano alla ricerca di senso, liquefatti dal fallimento personale e riforgiati dal racconto, dall’impulso ad articolare un processo di autocomprensione, e quindi autoguarigione, radicale.

Ciò che può rinvigorire gli eroi e ammorbidire i villain di Shyamalan non è la violenza spettacolare e redentrice, che infatti rimane fuori da tutti i film della trilogia, compreso Glass, ma la comprensione e l’accettazione pacifica della tortuosità della propria parabola esistenziale, la sensazione di avere ancora un ruolo da ricoprire sulla scena del mondo. Per sentirsi finalmente meno soli, frammentati, perduti, grazie soprattutto al recupero o alla (ri)scoperta di dinamiche famigliari, lato sensu (la centralità della famiglia nell’intera filmografia dell’autore è cosa nota). Persino una belva, allora, come la creatura che ha preso il posto di Kevin Wendell Crumb per proteggerlo dai traumi di un’infanzia straziata da terrificanti crudeltà materne, può tornare, anche soltanto per pochi istanti, al vero sé, nel tepore di un abbraccio.

Glass non è quello che qualcuno, ingenuamente, avrebbe potuto aspettarsi – sulla scia dei tanti cinecomics che proliferano nelle sale – ovvero la roboante resa dei conti fra tre creature dai poteri sovrannaturali, ma una tenzone, uno scontro tra prodotti del pensiero. Prima di essere corpi, David Dunn e l’Orda sono idee, modelli, scovati dalla mente di Elijah tra le maglie del mito, dei comics. Shyamalan porta avanti la tesi che i fumetti (e, per estensione, i media popolari) siano strumenti culturali con un compito ben più rilevante che quello di intrattenere. Ecco perché sovverte le aspettative degli spettatori che attendono di vedere lo scontro annunciato sul grattacielo («A true marvel») e invece devono accontentarsi di un combattimento non particolarmente spettacolare in un parcheggio. Svincolati dall’ossequio alle regole di genere, gli eroi possono liberare tutta la forza delle storie di cui sono portatori, per permettere a chi li eleva a guida ideale di affrancarsi dagli inquadramenti sociali, dalle dottrine, dalle coercizioni, dalle tirannie. E in quanto tali non possono che essere combattuti dal potere (la pseudoscienza della psichiatra Ellie Staple, interpretata da Sarah Paulson), che cerca in tutti i modi di normalizzarli, delegittimarli, smitizzarli.

Sta qui il messaggio politico, intriso di humanitas, di Shyamalan, che all’autoriflessione sul mezzo cinema e sull’arte popolare in generale ha sempre affiancato, come Zemeckis e Spielberg un genuino interesse per anime e spiriti (e le ultime opere di questi due immensi registi confermano, per l’ennesima volta, la loro capacità di miscelare sapientemente padronanza tecnica, istanza metalinguistica e attenzione all’elemento umano). Che in tempi di CGI sovrabbondante, SFX sfrenati e budget stellari non è mai scontato.

Autore: Domenico Saracino
Pubblicato il 03/02/2019
USA 2019
Durata: 129 minuti

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