Superman

di James Gunn

Ancora un cinecomic che gioca con gli sguardi, le prospettive, i punti di vista, le mediazioni, stavolta non solo per raccontare il suo protagonista ma anche per reinsegnare al proprio pubblico "dove guardare" per riavvicinarsi alla meraviglia del superumano. Ma se quello di Gunn, quasi manicheo nella sua scrittura, fosse anche il primo cinecomic dell'era New Literalism?

Superman-Recensione-Film-James-Gunn

“Hey…guarda me!”, dice nel mezzo dello scontro, Superman al temibile Kaiju che sta attaccando Metropolis. È una velata minaccia, certo, che tuttavia nasconde evidentemente anche un’urgenza, la risposta (tutta “meta") a una necessità insita nel sistema che sostiene il racconto.
Non è scontato: il cinecomic, spesso, è un fatto di sguardi, di reinquadramenti, di una certa idea di cinema che d’improvviso viene guardata dall’esterno. È accaduto con l’affascinante (e inquietante) Spider-Man: No Way Home, che inizia con il Ragno circondato da una folla di passanti che, smartphone alla mano, ne cattura la fuga proprio un attimo dopo che Mysterio ne ha svelato l’identità segreta. È accaduto con Doctor Strange - Nel multiverso della follia, riattraversato, riplasmato, dalla forte presenza autoriale di Sam Raimi. Accade persino nel recentissimo Fantastici Quattro: Gli inizi, di fatto uno psicodramma su quattro eroi costantemente osservati e giudicati dall’opinione pubblica, che li segue, non li molla un attimo, durante la loro sfida più grande. E accade, prevedibilmente, anche in questo Superman di James Gunn, primo film del “nuovo” Dc Universe che arriva in sala in un momento delicatissimo non solo per il brand ma anche per un pubblico che sembra sempre sul limite di essere schiacciato dalla mole di informazioni di un genere che, declinato in casa Marvel, è diventato una sorta di narrazione ipertestuale straripante di personaggi, dettagli, linee narrative sedimentate nell’arco di vent’anni. Mattoni di un universo narrativo forse sempre meno pop di quanto voglia raccontarsi, sempre più precluso a quei non iniziati che, per entrare nel loop del racconto, dovrebbero essere costretti a recuperare decine di ore tra film e serie tv.

È il cinecomic ai tempi della superhero fatigue, il Superman di Gunn, non tanto perché la racconta ma perché dà per scontata una certa anestesia del pubblico alle narrazioni supereroistiche, una certa, progressiva lontananza di chi guarda da quel sense of wonder che dovrebbe essere uno dei presupposti centrali per questo tipo di prodotti. Cosa si fa, in sostanza, quando si costruisce un nuovo universo narrativo al cinema? Si offrono, certamente, nuove coordinate al pubblico, ma, forse soprattutto, si insegna loro nuovamente cosa e dove guardare, a confrontarsi di nuovo con la meraviglia e, più pragmaticamente, con un cinema pop che possa tornare a essere a misura di spettatore. Forse per questo, fin da subito, Gunn prende per mano il suo pubblico, offrendogli, nella prima immagine del film, delle coordinate testuali che identificano non solo il dove e il quando avviene il racconto, ma il posizionamento di chi guarda all’interno di un universo narrativo già partito, colto in medias res (forse la mossa più spiazzante e coraggiosa di un film straordinariamente, silenziosamente conservatore, ma ci arriveremo)

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Con Superman Gunn opera forse la sua decostruzione più concettuale relativa all’immaginario cinecomic di questi anni, ponendo al centro un eroe sempre mediato da altri sguardi, da altri dispositivi (smartphone e riprese televisive, oltre alle microcamere con cui Lex Luthor ne osserva le mosse e guida i contrattacchi del suo "campione"), oggetto passivo di indagine da parte dei media e dell’opinione pubblica che subisce su di sé anche tutto il peso di una narrazione che lo maltratta, lo stropiccia. Ne emerge certo la sua umanità, ma anche la spiazzante ingenuità di un eroe masticato e sputato a bordo strada, immobile mentre l’ennesimo nemico lo colpisce una volta di troppo e lo manda al tappeto. È un film di carne e sangue, il Superman di James Gunn, programmatico nel rimettere al centro quei corpi, quella concretezza sempre più smaterializzata nel sistema MCU, e lucido nello scarnificare all’osso gli elementi del racconto per rimettere in fase (ancora) l’attenzione dello spettatore su certi sentimenti e certe strutture archetipiche da cui poter ripartire: dubbio, invidia, eroismo ancora in via di definizione, sono forse le coordinate a cui si deve tornare, l’elemento da riavvicinare in purezza prima che, come accade nel film, finisca per essere depotenziato in mano ai colossi della Big Tech.

A cercar bene, si nota come Gunn scarnifichi ugualmente la forma, i riferimenti, la cinefilia che innerva le sue immagini, che torna, prevedibilmente, allo sguardo senza peso di Donner ma forse arriva addirittura agli straordinari adattamenti animati che all’Uomo d’Acciaio dedicò negli anni ’40 lo studio Fleischer, di cui questo Superman pare a tratti un adattamento occulto. Forse sono proprio questi riferimenti a spiegare meglio il passo sui generis del film, che rimane sempre sulla superficie, è volutamente tutto di pancia, cerca il colpo di teatro, la battuta ad effetto, il monologo da tagliare e rilanciare sui social. Ma è anche bene attento a portare a vivo la propria dimensione politica, che tra le righe non risparmia riferimenti alle maggiori tensioni contemporanee ma si guarda dal complicare troppo la materia, definendo appena può con precisione le parti in gioco in un modo che non sarebbe troppo strano definire manicheo, ma soprattutto disinnescando qualsiasi ambiguità nella narrazione, anche quelle più promettenti
Ne risulta un film dal ghigno beffardo ma gentile, come il punk-rock che Gunn elegge a nuova bussola morale del suo Uomo d'Acciaio, così ostinatamente fuori dal tempo (come è già stato detto) e dalle logiche del racconto contemporaneo, tanto da apparire alla stregua di un sogno caloroso, di un folle, spettacolare volo attraverso cui lo spettatore può evadere dall’irrazionalità del reale per rifugiarsi in un mondo in cui qualcuno, per una volta, fa la cosa giusta (forse è questa la meraviglia su cui il film di Gunn vuole tornare a mettere le mani?)

Ma è davvero solo questo? Prevedibile che l’operazione di Gunn possa essere letta in modi diversi; che la formula su cui si muove questo Superman, al di là di qualsiasi giudizio qualitativo, è anche, forse soprattutto, funzionale al suo pubblico, stanco perché sfiancato da complesse narrazioni multimediali e interconnesse, ma forse anche perché, con il tempo, il suo attention span, fiaccato dal confronto quotidiano con lo spazio digitale, si è indebolito. E allora ecco un cinecomic fatto a misura di doomscrolling, costruito su passaggi semplici, leggibile al di là di ogni distrazione. Si vedrà poi come evolverà il sistema, l’importante, ora come ora, è partire.
Forse quello di Gunn è il primo cinecomic dell’era del New Literalism: diretto, protetto da ogni fraintendimento, caratterizzato da poco spazio di manovra per l’interpretazione, forse il "suo" Superman è il cinecomic più contemporaneo possibile.

Autore: Alessio Baronci
Pubblicato il 09/08/2025
USA 2025
Regia: James Gunn
Durata: 129 minuti

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