Her Private Hell
Tra strutture fiabesche e ambienti neofuturisti, il nuovo lavoro di Refn mette apertamente in crisi il ruolo stesso del regista. Il danese mette in scena l'atto iconoclasta della sua stessa musa, smontando la gabbia iper-saturata del suo cinema per liberare l'immagine da ogni forma di controllo patriarcale e d'autore.
È sempre difficile parlare di una qualsiasi opera di Nicolas Winding Refn. Tutta la filmografia del regista danese è costellata da oggetti indefiniti e indefinibili, che soprattutto negli ultimi anni hanno instillato il concetto di fluidità – sia essa sessuale, con l’affermazione di figure androgine come in The Neon Demon, sia essa stilistica, attraverso l’ibridazione di linguaggi che ha caratterizzato Copenhagen Cowboy – all’interno di una poetica molto manovrabile e tale da lambire, senza però inoltrarcisi, manifestazioni anche manierate. Her Private Hell, ultima creatura di NWR, non è da meno, in quanto rappresenta il punto di arrivo teorico e una presa di posizione definitiva nei confronti del potere ipnotico delle immagini nell’era contemporanea.

Le strutture dell’inconscio archetipico – dal cavaliere senza nome in Drive alla divinità della vendetta in Only God Forgives – sono decisamente collaudate all’interno dell’opera del regista danese, ma dietro l’operazione dettata da Her Private Hell si nasconde una smaccata riflessione meta-cinematografica che mette in crisi il rapporto che l’immagine ha con i suoi due interlocutori principali: spettatore e regista. Fin dalle prime sequenze, avvolte da una foschia neofuturista densa come un velo alchemico, appare chiaro che la metropoli attraversata da Private K (Charles Melton) sia la ricostruzione di un set – dai chiari connotati fantascientifici retrò, segnale di una musealità esibita, che ritroviamo anche nelle pose plastiche dei movimenti corporei dei protagonisti - trasformato in laboratorio liturgico e prigione sensoriale. Lo spazio infernale evocato dal titolo del film e occupato da personaggi basati su modelli archetipici – dall’eroe/cercatore Private K all’antagonista/orco Leatherman, passando per il ruolo particolare della protagonista Sophie Thatcher, qui incarnante l’aiutante – rielabora la morfologia “proppiana” della fiaba trasformandola in una fantasmagoria moderna, dove i luoghi e i simboli folklorici trasformano la metropoli futuristica refniana, in un primo momento, in un figurato bosco antropologico e sensoriale e, successivamente, in una prigione ottica in cui lo sguardo dell'osservatore/pubblico sostituisce la legge morale, estremizzando ulteriormente i concetti tipici del regista danese.
Refn, dunque, concepisce Her Private Hell come uno spazio dove dare conto della condizione ontologica odierna dell’immagine, che si riscopre catturata. La condanna di Elle (Sophie Thatcher), icona e musa, è una condanna innanzitutto visuale, dove l’occhio dello spettatore/Private K la costringe a essere perennemente osservata, proiettata e reificata dallo sguardo altrui. Il danese, in un atto beffardamente suicidario, smonta dall'interno questa stessa architettura, portando la propria musa a distruggere il proprio autore – nel corso dell’atto finale, mediante l’utilizzo simbolico di un’ascia che è una fortissima allusione riconducibile a un atto radicale d’iconoclastia - spezzando la sceneggiatura patriarcale che la voleva eterna vittima o corpo da salvare. Il regista di Pusher, dunque, inscena la fine dell'onnipotenza dell'autore, e la sua stessa estetica iper-saturata a cui ci ha abituato nel corso degli anni, per la prima volta, appare allo spettatore come un’ossessione, non più uno strumento di controllo dell’immagine ma una gabbia da cui bisogna liberare quest’ultima. Solamente in questo modo l’immagine/Elle si può liberare definitivamente da ogni forma di controllo del regista-demone, rivendicando la propria autonomia narrativa in un atto di emancipazione dell'immagine dal suo stesso creatore.

Concettualizzando Leatherman come un demiurgo sconfitto dalla propria musa, Her Private Hell evidenzia il tessuto ironicamente auto-lesionista della sua nuova opera, mettendo in atto una matura auto-distruzione del ruolo del regista, la cui figura è sopraffatta dall’immagine/Elle, la quale compie un atto di violenza contro la sua stessa natura di feticcio, non distruggendo soltanto l'antagonista, ma "squarciando la tela" della resa estetica che Refn ha costruito attorno a lei. Il corpo di Sophie Thatcher, dunque, smette di essere superficie da guardare, differenziandosi dalla funzione statuaria di Jesse/Elle Fanning in The Neon Demon e trasformandosi, piuttosto, in una forza attiva che rifiuta la trasformazione in una reliquia.
Quella che sembra essere la risoluzione di un trauma edipico, dunque, si rivela piuttosto una sorta di consacrazione della libertà cinematografica al di sopra di qualsiasi cosa, un gesto che libera anche lo stesso Refn tramite una resa dei conti con il proprio feticismo visivo. L'estetica ipnotica, esaltata dalla colonna sonora operistica di Pino Donaggio – qui dai connotati ulteriormente rituali rispetto a The Neon Demon – aiuta la messa in scena della fine dell’onnipotenza dell’atto registico. Rispetto alla maggior parte dei prodotti occidentali, dunque, lo spettatore non viene messo in una posizione “consolatoria”, quanto in una di riflessione. Il regista lo invita, infatti, a riconoscere l'illusione della visione, senza dare giudizi ma ponendolo davanti a un dubbio filmico/esistenziale: il cinema sopravvivrà snaturandosi definitivamente, cedendo sé stesso – come nell’atto di cessione dei guanti da parte di Private K nel finale – oppure resterà pienamente dipendente dal potere ipnotico e feticista del cinema contemporaneo, crogiolandosi nella sua illusione?
Ai posteri l’ardua sentenza.