It Ends

di Alexander Ullom

L'ansia e l'incertezza per il futuro nelle mani dell'esordiente Ullom prendono la forma di un horror concettuale che rischia di crollare sotto il peso della sua metafora ma che dimostra di avere ancora qualcosa di interessante da dire

It Ends - recensione film Ullom

Difficile non pensare, davanti a un titolo come It Ends, con quel pronome neutro tanto evocativo quanto enigmatico, a uno dei film che, di fatto, hanno dato inizio all'horror renaissance di questi anni: It Follows. Questo non solo perché l'opera prima di Alexander Ullom, con il film di David Robert Mitchell, condivide l'idea di una forza oscura, inspiegabile e “inumana” che sconvolge vite e destini, ma soprattutto perché, con un'intuizione immediata e impattante, riesce a dar forma a un vero e proprio incubo generazionale. Sta qui il principale pregio e, se vogliamo, anche il più evidente difetto di It Ends. Nella sua sbandierata, sfacciata e leggibilissima metafora che guarda alla società capitalistica contemporanea con lo sguardo partecipe di chi si ritrova a subirne le ingiustizie quasi fossero un fatto naturale. Un approccio elementare che fa collassare qualsiasi narrazione stratificata in un racconto immediato dove l'orrore, quando c'è, è esclusivamente funzionale alla propria tesi.

Quando James, Day, Fisher e Tyler, giovani neolaureati pieni di sogni e progetti ma anche di paure e insicurezze, si rendono infatti conto che la strada che stanno percorrendo non ha uscita né, presumibilmente, fine, inizia un incubo claustrofobico destinato a farsi parabola esistenziale. La storia allucinata di una generazione condannata a convivere con un'incertezza per il futuro senza precedenti. In questa sorta di dimensione parallela, in questa backroom lineare e senza uscita, un luogo replicabile all'infinito che promette un “fuori” mai davvero dato, si ripropone così lo stesso smarrimento dell'horror di Kane Parsons. È ancora una volta contro se stessi e le proprie paure che i protagonisti devono infatti lottare, contro un loop infinito, una coazione a ripetere che sembra fagocitarne l'intera esistenza.

È qui, però, che Ullom si scosta dagli esempi recenti del filone dimostrando di avere qualcosa di originale da dire. Perché il vero dramma, in It Ends, non sono l'apatia, la rinuncia o la diserzione, ma le aspettative irreali e la certezza che, con la costanza e con l'impegno, tutto sarà dato. L'incubo, per Ullom, diventa quindi l'ossessione di andare sempre e comunque avanti, di imparare a (soprav)vivere in quell'abitacolo diventato prigione, convinti che alla fine della strada qualcosa ripagherà di tutti i propri sforzi e sacrifici, dando finalmente una risposta e un senso a ogni cosa. Una condizione da cui si può, forse, uscire solo imparando ad abitare la rassegnazione, solo accettando la propria mortalità e facendo tesoro di qualsiasi relazione umana, di qualsiasi interazione, anche la più stupida.

Una presa di posizione non scontata che il regista mette in scena attraverso gli atteggiamenti e le traiettorie dei suoi quattro protagonisti. Sono proprio loro e i loro diversi modi di reagire di fronte all'assurdità della situazione, di quel viaggio lungo una vita, il vero punto di interesse del film, quello scarto che lo rende, forse, qualcosa di più del solito horror concettuale. Partendo da premesse cosmiche e decisamente abusate, Ullom riesce così ad attualizzare un'immagine fortemente simbolica (la strada senza fine), rendendola perfettamente calzante con il suo tempo. Per farlo si serve di una regia efficace nel gestire la tensione e capace, con il suo bassissimo budget, di fare di necessità virtù, ma soprattutto abile nel dirigere i suoi attori, in grado di dar vita a personaggi mai banali e a dinamiche tutt'altro che risapute.

Il risultato è uno sguardo decisamente partecipe, così vicino ai suoi protagonisti da rischiare, però, di perdere in più occasioni la presa sul film. Come se anche la pellicola fosse condannata, come loro, a girare a vuoto, a perdersi in una struttura (inevitabilmente?) ridondante e ripetitiva. Eppure sta proprio in questa linearità e immediatezza non solo formale ma anche concettuale, l'idea stessa di horror del regista. La sua capacità di fotografare, con tratti essenziali ma illuminanti, le ansie e le paure decisamente contemporanee di chi, sulla carta almeno, dovrebbe avere ancora tutta la vita davanti.

Autore: Mattia Caruso
Pubblicato il 30/10/2026
USA 2025
Durata: 89 minuti

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