Resident Evil

di Zach Cregger

Il racconto dell’incubo di chi (non) sopravvive.

RESIDENT - EVIL - recensione film cregger

Negli ultimi tre film di Zach Cregger c'è un costante, sorprendente rifiuto delle strutture narrative convenzionali: lo stacco improvviso che in Barbarian ti sbatte dal buio di un labirinto sotterraneo – di torture e stanze segrete sotto il pavimento di un normale Airbnb – alla luce accecante di un'autostrada è lo stesso che ritroviamo in Weapons, dove la casa della strega diventa il fulcro claustrofobico e la sede di un epilogo terrificante per una vicenda in cui dei bambini vengono sradicati dalle proprie vite, manipolati e inghiottiti da un meccanismo più grande di loro. La volontà non conta più nulla. In Resident Evil viene applica la stessa spietata geometria domestica, per cui Bryan (Austin Abrams) cade in una simile trappola: entrato in un casolare isolato per sfuggire al freddo, si comporta con la surreale tranquillità di chi è a casa propria (si concede persino una tazza di latte e cereali) prima di scontrarsi con la realtà mostruosa di chi abita lì per davvero, adesso. Prima ancora del contagio e del collasso infernale di Raccoon City, l'orrore comincia tra le quattro mura.

Zach Cregger non guarda l'horror da spettatore: lo smonta, lo sporca e lo rimonta addosso a chi guarda. E con la sua versione di Resident Evil compie la mossa più spiazzante possibile. Prende un franchise gigantesco e decide che degli eroi armati fino ai denti non importa (più) niente a nessuno. Il punto di vista viene così strappato dalle copertine videoludiche e calato nei panni di un corriere qualunque che si ritrova intrappolato dentro un’apocalisse biologica senza avere la minima idea di come si impugni un’arma o di cosa sia un T-Virus. A tutti gli effetti, Bryan è un NPC, Non-Playable Character, un personaggio cioè secondario e non giocante che nei videogiochi ha un nome che non ricordi, e finisci per raccoglierne i resti. È l'uomo che lascia un messaggio vocale disperato prima che il buio lo inghiottisca, il nome su quel file di testo che trovi dimenticato su una scrivania mezza distrutta, quando ormai i veri protagonisti sono già passati oltre. Il film non segue la traiettoria di una fuga spettacolare, ma racconta la tenacia di chi cerca solo di fare il proprio lavoro, un’ultima consegna e poi il ritorno a casa dalla fidanzata, mentre il corpo decide di cedere un pezzo per volta.

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Tutto si muove al ritmo di un incubo carpenteriano, implacabile e spietato. Già nella prima metà, Cregger mette in chiaro le cose: Bryan viene morso quasi subito, ma non è solo quello a contagiarlo, è una lenta e continua esposizione al contagio stesso: tocca il sangue infetto, viene morso da una bambina, poi viene continuamente ricoperto da spruzzi di sangue. È come se il virus si accumulasse nel suo corpo da molteplici fonti, logorandolo dall’interno. Eppure, il vero terrore non arriva solo dagli infetti o dagli angoli bui dell'ospedale. Il regista scava in una zona molto più intima, nell’ansia sorda di Bryan per la notizia della gravidanza della sua ragazza, quel panico davanti a una vita che sta per cambiare. Non è vigliaccheria, lui vuole tornare da lei, vuole capire come essere padre; solo che non è pronto a farlo. E l'orrore del mondo esterno non fa che rispecchiare il caos che ha dentro. Le creature che incontra lungo la strada non sono mostri casuali, ma la materializzazione fisica delle sue paure più grandi. Dalla moglie senza testa che si fonde indissolubilmente con il marito nel casolare sperduto alla bambina che lo morde, il film dà forma al terrore di Bryan di perdere sé stesso, inghiottito dalle nuove responsabilità famigliari. Accettare quella consegna per Raccoon City era il solo modo per prendere tempo e cercare di pensare alla sua nuova realtà senza fare errori. La beffa è che sarà proprio questa catena di eventi a trascinarlo al punto di non ritorno.

Raccoon City brucia mentre le logiche del mondo continuano a sgretolarsi. Pensiamo alla scena già cult sul tetto, con gli zombie immobili ad aspettare qualcuno o qualcosa, non è chiaro, ma di certo non sono lì per caso, forse anzi proprio attratti da Bryan, dalla borsa che trasporta, o dal richiamo inconscio di quel virus che cerca di riunirli in un solo corpo. Oppure pensiamo agli scienziati dell'Umbrella nel parcheggio dell'ospedale: se ne stanno comodi davanti ai monitor ad alta definizione, vedono Bryan togliersi la maglietta, piangere, registrare un addio disperato per la sua Michelle (voce di Sara Paxton) mentre le vene nere del contagio sono evidenti sul petto... e se ne stanno buoni buoni a guardarlo, senza muovere un dito per aiutarlo o avvisarlo, lasciando che continui a soffrire da solo. È la loro perfetta, gelida incompetenza a fare rabbia. Ma Bryan continua a camminare; sale in cima all’ospedale con ancora poca esperienza di combattimento (anche se, forse, ci ha preso più la mano) e viene continuamente attaccato, bloccato, inseguito, con la fretta di chi deve portare a termine una consegna, eppure continua a muoversi come se stesse affrontando il tutto a difficoltà massima, con la barra della salute al minimo e nessun checkpoint di salvataggio alle spalle (la classica macchina da scrivere in una safe room, che nel franchise del gioco serve a salvare la partita, viene bellamente ignorata nel film da Bryan, che invece tira dritto). La sua ironia e le sue imprecazioni continue possono essere le nostre, perché davanti a quel caos faremmo esattamente così. Ci sentiamo come lui, che continua a proteggere quella borsa con la sua stessa vita perché, per quasi tutto il tempo, crede sinceramente che contenga un organo per salvare qualcuno. Non sa che in realtà sta trasportando l'ingrediente mancante per la cura. E quando arriva a destinazione, la crudeltà del finale ti colpisce dritto allo stomaco. Arriva dagli scienziati per sfinimento, aggrappandosi all'ingenua speranza che quello che ha trasportato possa salvarlo. Invece, perde lentamente il controllo del suo corpo, prega e quasi li implora di salvarlo, mentre le sue iridi perdono quell'umanità e quello sguardo curioso, sopraffatte dal rosso della mutazione. E diventa il mostro. Non perché lo volesse. Non perché fosse cattivo. Non ha fallito perché era debole, ma perché l'infezione è arrivata prima della cura.

La sua storia è quella di un uomo qualunque, che ha lottato disperatamente per rimanere umano, mentre la fine del mondo gli strappava via tutto. E solo negli ultimi minuti del film, ti accorgi che la sua è una delle vicende più tragiche e dolorose di tutta Raccoon City: di chi ci è andato vicinissimo, di chi quasi ce l'ha fatta a tornare a casa.

Autore: Rosa Pascale
Pubblicato il 05/10/2026
Germania, USA 2026
Regia: Zach Cregger
Durata: 95 minuti

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