La maison du vent

di Auguste Bernard Kouemo Yanghu

Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, il film di Kouemo Yanghu Auguste Bernard racconta le attese e la solitudine di un'anziana donna camerunense, esplorando con grazia e crudezza il rovescio della migrazione, mentre il nucleo degli affetti si fa sempre più sbiadito e remoto.

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Dopo 51 anni di assenza, il Camerun fa il suo ritorno alla Mostra del Cinema di Venezia con La Maison du Vent, il film di Kouemo Yanghu Auguste Bernard in concorso nella sezione Orizzonti, che si porta a casa, oltre al Premio Speciale della Giuria, un prestigioso Leone del Futuro. La storia è quella di Josette, una donna ottantenne che vive a Youndè, in Camerun, impegnata a seguire i lavori di costruzione di una casa che possa presto accogliere i figli partiti per l’Europa e per il mondo, così da offrir loro un’occasione per tornare, per rimettere insieme il nucleo degli affetti. È uno scenario e un contesto che l’autore conosce benissimo, perché la cittadina camerunense è il luogo dei suoi natali, e perché sua madre, che di nome fa proprio Josette, è la protagonista di quella attesa e di quella solitudine.

La casa del vento del titolo, però, sembra riferirsi a un altro luogo, insieme uno spazio del sogno e della memoria: una villa bianca e antica, descritta da un lungo colonnato e immersa nella natura, dove il vento smuove i tendaggi leggeri, mentre le figure di bambini la attraversano correndo e facendosi poi invisibili. Una donna riempie le valige dei pacchi che recano i nomi dei figli e i loro indirizzi in giro per il mondo, lontani dal Camerun, mentre dei rampicanti fanno pian piano breccia tra le fessure interne dei muri e ne invadono e disegnano le superfici. È naturalmente Josette che le dà forma, quando dorme e quando ricorda, e di più, quando immagina il futuro, preconizzando un tempo dell’irrealtà in cui i figli, e lei accanto a loro, possano essere avvolti dalla luce del sole e accarezzati dal vento.

Per sostanziare però le immagini di questo candore e di un morbido calore uterino, l’autore camerunense le pone in intermittenza accanto a quelle di una realtà più cruda, a tratti pure spietata. Josette è vittima del furto della propria carta d’identità, fatica a racimolare il denaro per portare avanti i lavori di costruzione della casa, assiste impotente alla copertura della salma di un uomo anziano, morto senza alcun figlio accanto, e si rabbuia immaginando lo stesso destino per sé, mentre il grande quadro di famiglia continua a inclinarsi sulla parete del soggiorno e la notte passa in rassegna la cucina per controllare che non ci siano fughe di gas dai fornelli. È la prospettiva ruvida di chi resta, il contraltare che il cinema e la vita tengono sempre fuoricampo, perché, lo sappiamo, per attrattiva e fascinazione non regge il confronto con l’esodo, con l’avventura dei figli che attraversano il mondo e lottano per ricollocarsi, trovare sé stessi. Ma è poi davvero così? L’immagine sbiadita di questa sorta di autoconservazione, del rovescio della migrazione, reca con sé forme di resistenza meno visibili e autoevidenti, specie quando la si consegna alla scrittura di personaggi anziani e confinati alla dimenticanza, come nel caso di Josette.

La madre del regista vive attraverso lo sguardo della protagonista, che strenuamente, negli occhi aperti a fessura dietro le lenti spesse degli occhiali, ricerca tracce di vita, mentre vede e sente il suo piccolo mondo piegarsi su di lei e definire i confini sempre più netti della sua solitudine. Il suo è un amore e un desiderio che ha riserbo, trattiene le delusioni, confina lontano il pianto, e accetta lucidamente di schiudersi, anche nella parte forse terminale del proprio percorso, alle occasioni di un nuovo incontro. Non è, naturalmente, un processo facile. E il film lo comunica e costruisce benissimo. Lungo tutto il perimetro della casa di Josette si erige un muro che la tiene sistematicamente fuori dall’altro, un campo visivo escludente che si apre soltanto nei momenti di necessità e durante le videochiamate intercontinentali coi figli.

A Sarah, giovane donna camerunense che vorrebbe sposare un uomo bianco francese senza l’approvazione della famiglia, è attribuito inconsapevolmente questo ruolo, il compito di schiudere lo sguardo di Josette, quando le si avvicinerà per chiederle di fingersi sua madre, così da restituire al compagno un quadro pacificato della sua famiglia. Per quanto la disattesa del desiderio di Josette sia continuamente proposta, definendo sempre più nettamente il limite della propria vista entro le mura domestiche, il personaggio di Sarah insiste portandovi all’interno i suoi turbamenti d’amore, le aspettative, persino dei bambini affinché possano approfittare degli spazi ampi del cortile. Porta, insomma, la possibilità di un’elezione della famiglia che nella perimetralità dello sguardo di Josette non era mai stata prevista. Anche quando la morte bussa alla porta, e i bambini immaginano di scappare in Europa dentro una fusoliera giocattolo della compagnia Air France, mentre chi vi fa ritorno lo fa dentro una bara, persino allora, in questi corpi segnati dal dolore, si insinua e prende piede la propensione all’inclusione, a un amore nuovo e comune, ampio e senza riserve. Partendo, magari, da un gesto: in un mondo in cui tra gli stati si erigono muri, si sceglie qui, in piccolo, di abbatterne uno, per respicere, tornare a guardarsi, farlo di nuovo, farlo meglio.

Autore: Andrea Giangaspero
Pubblicato il 24/09/2026
Camerun, Francia, Belgio, Benin, Arabia Saudita, Qatar
Durata: 102 minuti

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