La Casa - Il rogo del male
Nel raccogliere la continuità visiva del capitolo precedente, Sébastien Vanicek orchestra uno spietato scontro al chiuso dove il contagio demoniaco non fa che ingrandire e palesare le tossiche dinamiche familiari.
C'è un filo rosso – o meglio, un rimando oscuro – che lega direttamente La casa - Il rogo del male (Evil Dead Burn) di Sébastien Vanicek al precedente capitolo diretto da Lee Cronin. Il male non svanisce: resta in agguato nel lago, sommerso e paziente, come un’infezione pronta a colpire ancora. E la scelta della vittima non è mai casuale. Il demone riaffiora per reclamare il debito di un sangue specifico, quello di una famiglia legata a doppio filo a un'antica cerchia che per prima osò forgiare un coltello concepito per mondare e recidere la carne posseduta. Ma se la minaccia affonda le sue radici in un retaggio oscuro, l'incubo prende vita da una dimensione tragicamente terrena: gli abusi del marito Will (George Pullar), subiti dalla protagonista Alice (Souheila Yacoub) già nei primissimi minuti, veicolano il male e conducono la piaga dritta al cuore della casa.
Da questi presupposti Vanicek contribuisce alla reinvenzione della saga, trasformando la famosa iconografia di evil dead in una prigione claustrofobica pensata per ingrandire e rendere palesi le tossicità delle relazioni famigliari. La vera violenza, prima ancora di farsi sangue e carne lacerata, sta quindi nella rigidità di una famiglia soffocante che respinge chi non ne fa parte. La figura della madre, Susan (Tandi Wright), ne è il centro: una donna che ha sacrificato tutta la sua vita per i suoi famigliari e che pretende la stessa devozione da chiunque altro. Una retorica ossessiva de "la famiglia prima di tutto", ripetuta fino alla nausea, che arriva a coprire anche le note aggressioni del figlio ai danni di Alice, colpevolizzata al fine di poter meglio difendere le apparenze e la rispettabilità del loro nome.
Il film mostra la devianza di quest’attaccamento con diversi, piccoli dettagli, come la sequenza del funerale di Will, nella quale Susan impone ad Alice un paio di scarpe rigide e strette, costringendola a indossarle per rispettare il lutto. È il primo segnale di un’oppressione apparentemente senza via d’uscita: in questo microcosmo malato non c'è salvezza né per i legami di sangue né per chi è arrivato dopo, come Alice o Thya (Luciane Buchanan), la fidanzata di Joseph (Hunter Doohan), fratello minore di Will. Tutti sono ugualmente condannati a essere contagiati e distrutti. È un degrado morale che esplode nell’ironia spietata della stessa Thya: una volta trasformata in deadite, la ragazza brinda alla "famiglia perfetta" con un bicchiere di cera bollente, bevendolo in un gesto di sfregio e presa in giro. Ma è proprio sul ribaltamento delle regole del genere che il film regala una delle sue idee migliori. Quando scatta l'immancabile e virtuosistico movimento di macchina – dinamico marchio di fabbrica di ogni Evil Dead – a sottolineare l’imminente risveglio del male, Alice intuisce il pericolo e si rifiuta categoricamente di pronunciare l'ultima parola del testo. Un gesto che tenta di interrompere il richiamo dei demoni. Non riuscendoci, chiaramente.

Un altro elemento che differenzia questo capitolo della saga riguarda le dinamiche del contagio del male. Se, nella tradizione fondata da Raimi, la possessione si manifesta con un innesco feroce e immediato, in questo Evil Dead Burn il “virus demoniaco” agisce con un tempo di “incubazione” spiazzante. Il padre Edgar (Erroll Shand), infettato da Will durante l'estremo saluto, non si trasforma subito: la sua è una possessione lenta, che si manifesta prima sotto forma di tensione, nervosismo e violenza verbale. Stessa sorte toccherà poi a Susan. Il demone non sostituisce di colpo l'umano, ma ne tira fuori e ne esaspera i lati più cupi e brutali. E in questo processo, l'architettura stessa dell'abitazione diventa una trappola. Lo spazio interno, sigillato per proteggersi da un male creduto solo esterno, si trasforma in un forno chiuso che aumenta costantemente di temperatura, soffocando chi sta dentro. Non a caso lo scontro finale è una resa dei conti intima e terribile tra i due da cui tutto è partito, Alice e Will, con il marito ritornato dall'inferno per continuare a sfogare sulla moglie la sua furia, mentre tutto intorno prende fuoco.

Ma è nelle sue due sequenze post-credit che il film spiazza definitivamente chi guarda. La prima regala un momento di pura e macabra ironia, tipica di Raimi: la nonna Polly (Maude Davey), ridotta a strisciare senza gambe lungo la strada, viene soccorsa da una giovane passante a cui dice “le tue gambe andranno benissimo", una promessa agghiacciante che il male sta per rimettersi in cammino. Il vero colpo di scena si nasconde, però, negli ultimissimi minuti che premiano solo lo spettatore più paziente: un corto circuito spazio-temporale in cui riaffiora, senza spiegazioni razionali né preavvisi, la sagoma spietata di Ellie (Alyssa Sutherland), indimenticata deadite di Evil Dead Rise. Sono stati i resti delle sue ceneri o è bastato che la figlia della proprietaria delle pompe funebri la chiamasse ad alta voce per farla apparire? In perfetto stile raimiano — laddove la parola è da sempre evocativa, esattamente come Kunda —, il nome risuona come un incantesimo capace di piegare il tempo. Lo specchio torna a farsi superficie ambigua: prima riflette l'illusione della forma umana, poi rivela il demone alle spalle della bambina, colpita a morte con una ferocia che lascia interdetti: «Mammina è tornata». Uno shock che ricongiunge l'universo del Necronomicon alla sua natura più autentica, un incubo viscerale, sregolato e gloriosamente incoerente, dove l'orrore non si spiega, si subisce.