Obsession
Nel suo fortunatissimo esordio cinematografico, Curry Barker confeziona un horror perturbante su rapporti di coppia e desiderio di possesso che dialoga apertamente con il proprio tempo e le sue storture
È dai tempi del racconto La zampa di scimmia di W. W. Jacobs che letteratura e cinema tentano di metterci in guardia da ciò che desideriamo. Da quello che le nostre migliori (?) intenzioni potrebbero scatenare. Un monito che, passando per Pet Sematary – ma anche per titoli tra loro eterogenei come Wishmaster o The Box – , si è legato fortemente, negli anni, al nostro immaginario orrorifico, problematizzando le dinamiche stesse che regolano il nostro desiderio.
Cos'è, del resto, se non un desiderio fuori controllo quello che fa da motore all'intera vicenda di Obsession, l'horror di maggior successo (assieme a Backrooms) di questa annata cinematografica? Nei tentativi del timido e insicuro Baron detto Bear (Michael Johnston) di far propria (anche a costo di ricorrere a uno sciocco bastoncino della fortuna) la collega Nikki (Inde Navarrette) c'è infatti tutto il senso del film d'esordio di Curry Barker. La storia di un desiderio all'apparenza innocuo (qui non si vogliono resuscitare i morti ma, semplicemente, conquistare una ragazza), eppure proprio per questo più subdolo e problematico.
Ben prima dell'emergere dei comportamenti perturbanti e via via sempre più ossessivi e violenti di Nikki, preda inconsapevole di un incantesimo che la porta ad amare «più di ogni altra cosa al mondo» proprio Bear, Barker mette in scena un'altra ossessione, un orrore più strisciante e nascosto ma non per questo meno inquietante. È qui che sta l'intuizione più felice di Obsession: occultare dietro a un pretesto orrorifico abusato (il desiderio da esprimere, appunto) e a un sottogenere fuori tempo massimo – quello della tradizione misogina del corpo femminile “eccessivamente desiderante” – una riflessione tutta contemporanea sulle dinamiche di potere tra i sessi. Dietro all'apparente "innocenza" del protagonista, oltre la sua aria timida, fragile e disorientata, c'è infatti ancora una volta una fantasia tutta maschile di controllo, il sogno egoistico di sacrificare l'altro per il proprio interesse, per assecondare una brama assoluta e soffocante di possesso di cui quella di Nikki è solo lo specchio distorto e grossolano.
Siamo più dalle parti di La moglie perfetta e Companion che di Together. Perché qui l'altro non è pervenuto, un impedimento alla realizzazione dei propri sogni che va allontanato, segregato e imprigionato da un desiderio (maschile) che non ha bisogno di lui e che anzi lo vede come il principale degli ostacoli. Convinto, grazie a un privilegio duro a morire, che basti un gesto per appagare i propri bisogni, Bear si fa infatti protagonista assoluto non di una storia dove due individualità si incontrano e si fondono ma dove una ne fagocita irrimediabilmente l'altra.
Il rapporto di coppia diventa così il trionfo assoluto del narcisismo, il perpetrarsi di dinamiche tossiche nascoste a prima vista, celate tra le pieghe di una storia di ordinaria ossessione e follia che prende proprio il filone dove è la donna e il suo desiderio la fonte dell'orrore (da Il bacio della pantera a Carrie, passando per Attrazione fatale) e lo ribalta. Il risultato, al netto di qualche incertezza e di un finale indeciso su quale direzione prendere (come se l'autore, valutate diverse opzioni, avesse infine deciso di servirsi di tutte), è un film più acuto di quanto sarebbe potuto sembrare a prima vista, tanto violento e disturbante quanto attento a scandagliare dinamiche immarcescibili, capaci di cambiare volto pur rimanendo sempre le stesse. Generazione dopo generazione.