Hokum
Dopo il successo di "Oddity", Damian McCarthy torna, ancora una volta, ai temi e alle strutture ricorrenti del proprio cinema per dar vita a un horror soprannaturale pienamente in linea con la sua terrificante poetica.
Un edificio isolato, il Male come conseguenza di un'azione umana, la necessità di andare oltre i limiti dello sguardo per ristabilire, forse, un possibile ordine morale. Percorre temi, variabili e topoi ben precisi il cinema di Damian McCarthy. Un insieme di ossessioni evidente, a volte persino sfacciato, che però dice molto sulla compattezza tematica ed espressiva della sua (ancora) esigua filmografia. Dall'esordio con Caveat passando per il successo di Oddity fino ad arrivare a quest'ultimo Hokum – in sala dal 5 agosto – è un trittico a tutti gli effetti, infatti, l'opera del regista irlandese. Una vera e propria trilogia della solitudine e dell'isolamento, che parte dall'essenza del folk horror, da quella tensione (non priva di una certa ironia) fra il razionale e un soprannaturale fatto, quasi sempre, di leggende locali e di stregoneria, per poi ibridarla con l'archetipo per eccellenza della casa infestata, con tutto ciò che, oggi, questo significa. In tempi in cui gli spazi chiusi tornano a essere non solo preponderanti per il genere ma il luogo d'elezione per raccontare la solitudine e l'alienazione di chi li abita, sintomi di paure tutte contemporanee dove il fuori non è più dato ed è impossibile persino immaginarlo (Backrooms), il cinema apparentemente classico e convenzionale di McCarthy scopre ancora di avere qualcosa da dire.
È figlio di quella stessa alienazione e del trauma che l'ha partorita, del resto, l'Ohm Bauman di Adam Scott (quasi una versione più cinica e disperata del John Cusack di 1408). Uno scrittore tormentato da un passato terribile che, nel tentativo di elaborarlo, finisce proprio in uno di quei luoghi. Dopo la casa fatiscente di Caveat e la villa in ristrutturazione di Oddity è questa volta il Billberry Woods Hotel – albergo isolato tra i boschi irlandesi dove il protagonista si reca per disperdere le ceneri dei genitori che lì avevano passato la luna di miele – a farsi così teatro di un Male diverso eppure sempre uguale a se stesso. Una trappola senza vie di fuga (ancora una volta l'unità di luogo) dove la paura si annida nel buio, negli angoli poco illuminati, negli oggetti (apparentemente) inanimati che li popolano, nei cunicoli e nei sotterranei, crescendo fino a non lasciare scampo. È proprio nel rapporto tra visibile e non visibile, tra immagine e sua negazione che si costruisce l'orrore secondo McCarthy. Una tensione che fa dell'oscurità la sua costante, un meccanismo con cui creare una suspense capace di andare anche al di là dei semplici (ma comunque sempre presenti e ben gestiti) jump scares.
Come i protagonisti dei film precedenti, Ohm dovrà così imparare a vedere proprio di cosa è fatto quel buio, facendo luce all'interno di quell'invisibile e irrazionale che lo circonda e lo soverchia fino ad abitarlo. Mondo materiale e spirituale (con l'aiuto, a questo giro, di qualche sostanza psicotropa) finiscono così, ancora una volta, per collassare, restituendo l'immagine di un orrore tanto familiare quanto irriducibilmente estraneo. Tra stanze nascoste, ragazze scomparse e incubi distorti del passato, McCarthy mette così in scena un horror sulla carta tradizionale e derivativo (hokum, in ambito teatrale e nel vaudeville, indicava materiale trito e dozzinale) ma che, ragionando anche ironicamente su se stesso, va oltre le sue premesse e le strette maglie del genere per parlare, nuovamente, di peccato, senso di colpa e redenzione da una prospettiva obliqua, scomoda e decisamente personale.