Passenger
Travestito da road movie sovrannaturale, il film di André Øvredal è un incubo geometrico e claustrofobico che interroga i limiti dello spazio isolato, l’alienazione emotiva di coppia e la colpa morale di chi devia lo sguardo davanti al trauma altrui.
Maddie (Lou Llobell) è una ragazza che ha scelto la van life non per vocazione, ma per amore, poiché si adatta a fatica allo stile di vista del compagno Tyler (Jacob Scipio). Il precario guscio protettivo su cui i due intraprendono i loro viaggi viene violato da un trauma stradale a cui i due assistono senza riuscire, però, a prestare soccorso. La maledizione non ha bisogno di varchi: nel momento esatto in cui scelgono di fermarsi, si compie il contagio. Portano a bordo un “passeggero” invisibile e parassitario. Da quel momento, il furgone viene letteralmente marchiato, una contaminazione indelebile che resiste al tentativo di ogni tentativo di rimozione.
C’è una sequenza, nel cuore di Passenger, che sembra condensare la dolente e fragile poesia del nuovo horror di André Øvredal: nel buio profondo di un bosco isolato, i due fidanzati proiettano le immagini in bianco e nero di Vacanze romane su un telo montato tra gli alberi di fronte al furgone su cui viaggiano. Nel tentativo di “arredare” il vuoto della notte e di trasformare quella piazzola sperduta nell’illusione di una casa, Maddie e Tyler si aggrappano all’immaginario di un amore d’altri tempi. È un frammento quasi lirico, purissimo, che dice molto sulla reale natura del film, che prima ancora di essere la cronaca di una persecuzione demoniaca è lo studio ravvicinato di una distanza emotiva e di una libertà su ruote che sta per rivelarsi effimera. Questa è l’ultima volta che i due protagonisti abiteranno lo spazio con assoluta innocenza: la proiezione viene bruscamente interrotta, e proprio su quel telo che doveva ospitare la favola, spunta la sagoma inquietante dell’entità che perseguita la coppia. In una citazione visiva che evoca Freddy Krueger mentre tenta di trapassare la parete della camera dove dorme Nancy Thompson nel primo Nightmare, anche qui la minaccia viola fisicamente lo schermo. Finisce l’illusione romantica.

Il cinema di Øvredal ha sempre vissuto di una feconda dialettica tra spazio e sguardo. Se Scary Stories To Tell in the Dark sembrava averlo allontanato dalle sue corde più intime, è impossibile non leggere Passenger alla luce del suo The Autopsy of Jane Doe (2016), estremamente riuscito proprio per la sua estetica della sottrazione. Laddove Autopsy costruiva una tensione insostenibile e un tempo sospeso con pochissimi personaggi bloccati in un unico ambiente sotterraneo, Passenger prova a traslare la stessa claustrofobia all’interno di un furgone in movimento. Øvredal struttura quindi il film sul più classico dei topoi — lei che vede e intuisce il Male, lui che si ostina a non crederle finché l’evidenza non lo costringe a farlo — ma lo arricchisce di dettagli descrittivi dal grande impatto visivo. La sequenza fuori dalla palestra, con il furgone che si allontana improvvisamente e senza logica, lascia Maddie isolata e spiazza lo spettatore. Fin dalle prime inquadrature, capiamo che è Maddie la vera custode dello sguardo, l’unica capace di scorgere i segni del demone; è lei che torna ossessivamente sui filmati della dashcam per cercare un senso nell’invisibile. Ed è così che diventa il bersaglio.
Il limite maggiore di Passenger, invece, sta proprio nel tradimento di quella lezione sulla sottrazione che ha reso grande Autopsy. Se nella prima parte la tensione strisciante evoca il mood spirituale di un moderno The Conjuring, la scelta di mostrare troppo apertamente l’entità (interpretata da Joseph Lopez) finisce per depotenziare un demone che avrebbe tratto enorme giovamento dal non-visto. Anche la struttura narrativa risente di una certa prevedibilità, soprattutto perché l’intera e tesissima sequenza iniziale era già stata ampiamente svelata dai trailer in sala. Eppure, il film conserva una sua precisa dignità espressiva, supportata dal ricorso suggestivo all’iconografia sacra (con la medaglietta di San Cristoforo, patrono dei viaggiatori, usata contro il male) e dall’incontro con Diana Marsh (Melissa Leo), l’unica figura anziana a conoscere le regole di quel pericolo stradale.
Passenger è un horror che pulsa nei dettagli, nelle ombre deformi dei fari notturni, nella violazione degli spazi privati e nel ritratto di una protagonista che, per salvarsi, deve prima di tutto decidere dove fermarsi e trovare il coraggio di rinunciare a un viaggio su una strada non sua.