Undertone - Sottofondo
Operando in pura sottrazione, l'esordiente Tuason sfida la centralità dell'immagine con un horror genuinamente terrorizzante dove a fare la differenza è soprattutto la componente sonora.
«Non abbiate paura del buio, abbiate paura del silenzio» recita il motto di The Undertone, il podcast che Evangeline detta Evy (Nina Kiri) conduce assieme all'amico Justin (Adam DiMarco, sempre fuoricampo). Ed è proprio durante la registrazione - rigorosamente a distanza - di una delle puntate del programma, mentre i misteriosi audio di una coppia di sconosciuti si fanno strada nell'inconscio di Evy e nelle stanze della casa dove è tornata ad abitare per assistere la madre gravemente malata (Michèle Duquet), che diventa chiaro come quella frase si possa applicare benissimo anche al film di cui è protagonista assoluta. Perché quello di Undertone - Sottofondo, opera prima del canadese Ian Tuason distribuita da A24, è, sin dalle premesse, un cambio di prospettiva evidente e per certi versi radicale: un ribaltamento di quella stessa gerarchia dei sensi che dà forma all'orrore, chiamato qui a passare, prima ancora che per l'immagine, attraverso il suono e la sua assenza. Un silenzio assordante che si fa tutt'uno con l'attesa di quel "rantolo della morte" - e, quindi, della Fine - che regola la vita di Evy, oppressa da una solitudine soffocante da arginare a ogni costo, mentre tutti i personaggi secondari rimangono confinati nel voice over. Uno stato sospeso e claustrofobico in cui il Male trova terreno fertile proprio là dove la donna aveva cercato rifugio: tra le battute di un podcast e le parole di una filastrocca per bambini.

Sta tutta qui, in fondo, l'intuizione felice e genuinamente angosciante di questa sorta di Blow Out orrorifico. Nel saper coniugare il suo slittamento percettivo fatto di silenzi, rumori disturbanti e tracce audio invertite a una sensibilità ben radicata nel suo tempo e legata a doppio filo a certe tendenze dell'horror contemporaneo. Sono tante, infatti, le cose che Undertone non è ma a cui rimanda inevitabilmente: dal found footage alla Blair Witch Project (e le sue derive da desktop-movie) a realtà a esso in qualche modo correlate (Skinnamarink), passando per esempi solo apparentemente più convenzionali come il Sono la bella creatura che vive in questa casa di Oz Perkins. Nell'orrore che, a mano a mano, emerge dagli audio ascoltati da Evy e che infesta letteralmente la sua casa e la sua vita, c'è infatti il senso stesso di un ibrido percettivo in cui le immagini, anche le più suggestive e perturbanti, sembrano quasi un complemento all'aspetto uditivo, come se il loro sottrarsi, il loro essere parzialmente reticenti, fosse l'unico modo per contribuire a dare una forma a ciò che il sound design (e l'immaginazione dello spettatore) ha già evocato.
È così che prende vita un film fatto di attese e lenti crescendo, aspettative tradite e jump scares disinnescati, capace di costruire la tensione affidandosi prevalentemente alle parole, ai suoni e a un fuori campo estremamente evocativo. Il terrore della perdita, di avere a che fare con un Altro impossibile da comprendere davvero (la maternità, la malattia, la morte), si mischia così a una storia di possessione elementare (con tanto di riferimenti obbligati al folklore europeo) ma che Tuason sa rendere terrificante usando proprio la sottrazione, il senso di un orrore che, passando prima per l'orecchio e solo dopo per l'occhio, aumenta esponenzialmente la sua portata facendo propria l'arma più forte ed efficace a disposizione: l'immaginazione di chi guarda e ascolta.