Rambo: Last Blood

di Adrian Grunberg

Il ritorno di Rambo è il ritorno di un vecchio action, ma senza budget e senza guerra l'eroe di Sylvester Stallone appare più piccolo che mai.

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Rambo: Last Blood arriva in scia a Creed come prosecuzione di quel percorso elegiaco da anni portato avanti sulla filmografia di Sylvester Stallone. Un percorso che a modo suo ha segnato l'ultimo decennio dell'autore: a seguito del calo critico degli anni '90 e 2000, Sly ha scoperto forse per la prima volta il vissuto dietro l'individualismo trionfante di cui per trent'anni era stato poeta e portavoce. Come una nostalgica Gloria Swanson dell'action, a partire da Rocky Balboa Stallone (ri)cominciò a portare il proprio pubblico dietro il sipario, in una serie di film a cuore aperto capaci di ridurre a zero la già labile linea di separazione tra artista e personaggio.
Dall'autobiografia libera dei Rocky/Creed all'autoironia decostruzionista e post-tutto degli Expendables, il re del cinema escapista (che davvero escapista non è in fondo stato mai) si è riscoperto autore generazionale. Da parodia è tornato idolo, con tanto di agognata "legittimazione critica" da parte dello star system.
L'ultimo sangue, in tutto ciò, pare però un'oggetto fuori posto. Il cerchio di John Rambo, in fondo, era già stato chiuso nel 2008 dal film omonimo. Quello che il film del 2019 fa è piuttosto riaprirlo, con una rabbia insospettabile e la mano fuori controllo del low-budget più truce.

Al termine del film del 2008, la dannazione esistenziale del militarismo USA incarnato sembrava finalmente espiata. Il primo campione e prima vittima del sistema che rappresentava (più che di Rocky, cos'è in fondo Rambo se non la versione militare e americana dell'Ivan Drago del magnifico Creed II?) era dunque tornato a casa. Dopo una vita a rifuggire e corteggiare i fantasmi della guerra, in Vietnam, in Afghanistan e in Birmania, l'eroe tornò dove tutto era cominciato: nella vecchia e diroccata tenuta di campagna che da Skyfall in poi sembra essere diventata l'utero figurativo di tutti i vecchi eroi del Novecento in dismissione.
Dunque, cerchio chiuso. Quello che Last Blood fa appare come un controsenso: anziché mettere il punto, rilancia, con un corollario che più che di epilogo sa di reboot. Ed ecco che la figlia putativa di John, giovane latinoamericana cresciuta nella fattoria e ora adolescente, decide di partire per il Messico alla ricerca del padre fuggitivo. Tempo venti minuti in un generico oltrefrontiera che neanche Gotham City, finirà rapita, drogata e coinvolta in una tratta delle bianche gestita da un aspirante càrtel di brutti ceffi locali. E' il trigger: un Rambo settantenne emergerà dalla magione di ricordi e fucili e canzoni dei Doors (un macabro mausoleo del 1969 più vicino alla Casa dei Mille Corpi di Zombie o a quella di Hooper che alla base di un eroe), e romperà il suo esilio per spazzare via una nuova indisciplinata minaccia etnica.

Rambo: Last Blood arranca lentissimo, claudicante, con l'andamento atrofizzato del suo ottuagenario protagonista, attraverso un'ora di infinita premessa poliziesca, atta a fornire a Rambo un motivo valido per tornare in scena e giustificare così la fondamentale mezzora conclusiva. In vista di ciò, Sly-scrittore si appoggia al consueto corteo di archetipi e stereotipi offensivi, buoni come leva di sceneggiatura per scatenare il grottesco killing spree finale di un eroe ormai definitivamente mutatosi in creatura horror.
E' questa forse la chiave di lettura più forte di Last Blood, ed è un peccato che né Sly né il regista-marionetta Adrian Grunberg sembrino rendersene conto. Questo Rambo, cronologicamente e fisicamente lontano dall'inferno del suo mondo, oggi è un oscuro energumeno che affila machete in una catapecchia dell'Arizona: un immagine più vicina a Leatherface che ad un'ex icona dell'eroismo militare USA. Quando John vince la propria ritrosia e abbraccia "il cuore nero del mondo", è difficile credere che ciò avvenga con dolore e rimorso: il moscissimo film decolla quando decolla la violenza, ed esplode con un gusto per lo splatter che mal si coniuga con il travaglio interiore del protagonista. A maciullare i cattivi, Rambo sembra divertirsi un mondo. E di sicuro ci divertiamo noi: è forse questo il controsenso atavico iscritto nel DNA di questa saga e di questo eroe, un folle traumatizzato che racconta gli orrori della guerra mentre sfonda crani per il tripudio della sala. Ma Sly e compagni amano troppo John per affrontare una lettura del genere (capiamo qui quanto fu importante lo sguardo giovane e combattivo di Ryan Coogler in Creed) e continuano così a venerare ed esaltare un personaggio che ora più che mai assume i contorni del mostro.

Rispetto all'ovvio paragone di Rocky, il problema di Rambo: Last Blood è che il suo protagonista mal si presta a questa narrazione elegiaca. Da un punto di vista figurativo come cinematografico, Rambo non vive all'infuori della giungla, della guerriglia, delle esplosioni. Il veterano del Vietnam e di tutte le guerre USA non può reincarnarsi in una banale fantasia poliziesca: riportare Rambo ad un contesto "realistico" ne riduce la maschera a generico epigono di un Taken qualunque. Troppo tardi e troppo poco per un'icona di importanza storica incalcolabilmente superiore.
A differenza di quelle opere recenti dell'autore che sembravano espandere i propri universi verso nuove cerchie di pubblico, Last Blood si rivela dunque un film per fan. Il Rambo 2019 è un b-movie che guarda agli appassionati, i quali aspettano e si aspettano riferimenti precisi e inquadrature calcolate per il loro idolo. Lo sa anche Sly, ed è su questo feticismo (di un arco, di una cicatrice, di un eroe) che incentra il suo film. Quella di Last Blood è una piccola storia per un piccolo prodotto. Un ritorno fuori tempo e fuori dal tempo, riemerso dal sottosuolo per compiacere un vecchio pubblico, e scandalizzare il nuovo millennio.

Autore: Saverio Felici
Pubblicato il 21/09/2019

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