Vital

di Shin'ya Tsukamoto

Nel momento in cui si concentra sullo studio anatomico del corpo lo sguardo di Tsukamoto cambia forma, abbracciando totalmente il sogno, lo slancio immaginativo, l’immagine mentale ed emozionale.

Vital - recensione film tsukamoto

Come in un’emersione dal proprio cinema e dal proprio immaginario, Shin'ya Tsukamoto inaugura Vital con una perfetta scheggia tsukamotiana fatta di sovrimpressioni di vedute industriali, fluidi, torri fumanti. Salvo poi andare oltre, segnalando la natura onirica di quelle immagini. L’intento appare chiaro: estendere i propri orizzonti filmici in altre direzioni e allo stesso tempo rivendicare un inevitabile continuità con le opere precedenti.

Una continuità per così dire filosofica, interiorizzata dal protagonista, che sogna due volte quelle immagini – nella primissima scena e poco prima della parte finale – ma poi superata dalla traiettoria stessa del personaggio, che si muove lungo l’esplorazione radicale e sorprendente del corpo umano. Non un corpo qualsiasi ma quello della propria ragazza, morta in un incidente stradale nel quale egli ha perso la memoria. Dopo una lenta convalescenza, Hiroshi, questo il nome del protagonista, riprende gli studi di medicina e, per una crudele coincidenza, si ritrova a studiare il cadavere della propria compagna nel corso di anatomia. Naturalmente le lezioni seguono un andamento anti-accademico, indirizzandosi sempre più verso territori personali. Ad uno ad uno vengono meno i colleghi, spinti in tutti i modi dal protagonista ad abbandonare il tavolo operatorio. Alla fine restano in due: Hiroshi e la sua ossessiva compagna di corso, Ikumi, già donna che visse due volte, doppio della donna amata, che accompagnerà Hiroshi nel doloroso cammino verso l’accettazione della perdita.

Ecco allora che lo studio anatomico del corpo diventa indagine sulla soggettività, sulla radice unica e singolare dei propri ingranaggi, del proprio funzionamento meccanico, ma anche autopsia di un cadavere, di un evento luttuoso da ricostruire, e soprattutto processo di elaborazione del lutto, della perdita dell’amore. Una materia bruciante che nelle mani di Tsukamoto si trasforma in un melò notturno e raggelato dove le ferite della carne rappresentano tante porte di accesso verso un altrove indefinito, onirico. Mettendo all’obitorio il cadavere di un amore, Tsukamoto compie un'interessante operazione di rilettura del genere in chiave orrorifica. Del melò non resta che un corpo esangue da far rivivere addentrandosi nei suoi anfratti più profondi, fino a trovare il punto di congiunzione tra la carne e lo spirito: tanto più il protagonista si inoltra tra le viscere della fidanzata tanto più aumentano i sogni e le visioni. Scenari onirico/edenici, come una spiaggia o una foresta, dove reincontrarsi, spingendo un po’ più in là il momento dell’addio.

Ed è questo il più bel paradosso di un film piccolo e toccante come Vital: essere il film meno fisico, corporeo di tutta la carriera del suo autore. Proprio nel momento in cui si concentra sullo studio anatomico del corpo lo sguardo di Tsukamoto cambia forma, abbracciando totalmente il sogno, lo slancio immaginativo, l’immagine mentale ed emozionale. Visioni che azzerano le distanze dall’altro e restano custodite in un luogo che non esiste nei manuali di anatomia. Qualcosa che sfugge al destino dei corpi, che prosegue persino nel buio dello schermo, quando tutto sembra finito, conservando le propri voci interiori. Prima del divenire angeli di Abel Ferrara, incerti tra la morte e un’immagine da estrarre dal mazzo della propria vita. Qualcosa che abbia il profumo di un pomeriggio piovoso in compagnia dell’altro.

Autore: Giulio Casadei
Pubblicato il 23/10/2018
Giappone 2004
Durata: 86 minuti

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