Nightmare Detective

di Shin'ya Tsukamoto

Il punto di non ritorno nel cinema di Tsukamoto, primo lungometraggio in digitale dove la città collassa nell’incubo dell’inconscio e diventa terreno di caccia di uno sguardo che uccide.

Nightmare Detective - Recensione film tsukamoto

Giocando con le parole di Enrico Ghezzi, potremmo definire Nightmare Detective come una videocosa che uccide. Del resto il nono film di Shin'ya Tsukamoto nasce da uno sguardo che non appartiene al qui e ora del dato materiale e si svela da subito come una manifestazione dell’oltre, dell’abisso interiore, un’incarnazione di odio assoluto che vive nel dolore trasformandolo in furia cieca e nichilista.
Spesso nel cinema di Tsukamoto una determinata inquadratura diventa la cartina tornasole di una precisa visione del mondo, e questo vale soprattutto per certe soluzioni in soggettiva, improvvisi movimenti di macchina che restituiscono lo sguardo di un corpo squassato dall’infezione tecnologica, lanciato in una corsa frenetica. Non stupisce che Nightmare Detective sia quindi un progetto pensato da Tsukamoto alle origini del suo cinema, già ai tempi di Tetsuo, quando sono ancora freschissimi i fotogrammi elettrici del corpo mutato de Le avventure del ragazzo del palo elettrico, quelle soggettive sfrenate che divorano lo spazio sotto di loro e che diverranno uno dei marchi di fabbrica del regista giapponese.

Nightmare Detective, nel racconto della sua dimensione onirica e degli aspiranti suicidi che la popolano, costruisce il suo impianto visivo attorno alle soggettive ricorrenti di un impulso di morte, una videocosa appunto che (in un sublime lavoro di fuoricampo) assume forma confusa e cancerosa, sanguigna e metallica, come una metastasi impazzita e affilata che schizza nei corridoi dell’inconscio in cerca del filo ultimo da tagliare.
Quella incarnata da Zero, il killer della mente che fa da doppio al detective del titolo, è una volontà di morte che infetta e distrugge, una coscienza scissa dal suo corpo e segnata da un trauma infantile. Si opporrà a lui Kagenuma, un giovane depresso in grado di entrare negli incubi delle persone per scioglierne i nodi traumatici, anch’egli ferito da esperienze passate vissute nei primi anni di vita. È nel rapporto tra i due, gemellari e opposti come sempre sono le dualità alla base di questo cinema, che si finalizza il film più narrativo di Tsukamoto, un thriller/horror che prende di petto uno dei temi critici della società giapponese (il suicidio) declinandolo verso quella decostruzione del j-horror già ampiamente sondata da Kiyoshi Kurosawa.

In un’intervista allegata all’edizione italiana del dvd, Tsukamoto definisce Nightmare Detective come un’opera di passaggio, l’inizio di una serie investigativa dalle atmosfere oniriche nata sulla scia di Twin Peaks e pensata per fare da ponte tra due diversi momenti del suo percorso cinematografico. In particolare doveva essere il film che chiudeva con il rapporto tra l’uomo e la metropoli, prospettiva dalla quale Tsukamoto è sempre partito per mettere in scena l’alienazione dell’essere umano e il suo legame mortifero con la tecnologia. E in effetti quest’ossessione sembra raggiungere il suo apice proprio nel momento rappresentato da Nightmare Detective e da Haze (il mediometraggio che precede il film e che per molti versi ne prepara il terreno), un dittico in cui la riflessione sulla vita umana metropolitana e tardocapitalista esplode nel nuovo orizzonte di un’interiorità metafisica – la stessa che già dominava il precedente Vital, virato però nel melodramma dall’importanza dell’amore e dell’elaborazione del lutto. Qui l’immersione nell’inconscio cambia di segno, non siamo più negli spazi della memoria ma nel labirinto del trauma, vittime sotto attacco del nostro stesso senso di inadeguatezza e della nostra sofferenza. Interpretato non a caso dal regista stesso, Zero è una forza primordiale tra le più potenti messe in scena da Tsukamoto, un’emersione del sommerso a cui non potrà che seguire il cuore a cielo aperto di Kotoko e il suo oceano di dolore, trasceso soltanto da una danza catartica. Oltre queste sponde Tsukamoto, sempre mutante, sempre irrequieto, tornerà alla via del film di costume ma in direzioni ben lontane da Gemini, portando la lezione digitale appresa in Haze e Nightmare Detective a contatto diretto con il cinema di genere, bellico e chambara, nuova escursione nella violenza ma lontana, per ora, dall’orizzonte urbano. La città, sembra, è rimasta ancorata nell’incubo del Nightmare Detective.

Autore: Matteo Berardini
Pubblicato il 01/11/2018
Giappone
Durata: 106 minuti

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