Mr. Nelson, Did You Kill People?
Il nuovo capitolo della tetralogia antimilitarista di Tsukamoto è una demonizzazione infernale delle conseguenze traumatiche della guerra, dietro cui il maestro nasconde un grido d'allarme tanto poetico quanto lancinante.
«Allen, perché hai ucciso?». Il quesito posto come un mantra dal Dr. Daniels (Geoffrey Rush) ad Allen Nelson, reduce del Vietnam di cui seguiamo la traumatica (e traumatizzante) storia in Mr. Nelson, Why Did You Kill People?, svolge una duplice funzione nell’ultimo film di Shin'ya Tsukamoto: da una parte avverte lo spettatore della precaria condizione psichica in cui versa il protagonista, dall’altra fa da catalizzatore nel processo di problematizzazione delle sue cicatrici, troppo a lungo ricondotte e limitate alle brutali coazioni a cui la Guerra sottopone i soldati. «L'ho fatto perché dovevo» risponde ogni volta Allen al suo analista, o ancora, «Se non avessi ucciso, loro avrebbero ammazzato me». Per tutto il corso del film, almeno fino alla presa di coscienza definitiva riguardo l'entità del male che lo attanaglia, l'uomo appare infatti impossibilitato a comprendere le origini dei suoi dolori: come se i demoni che da anni gli tempestano la mente, impedendogli di respirare e di condurre una vita lontana dai richiami mortiferi del trauma, non potessero essere davvero disinnescati finché la loro origine continua a sottrarsi alla comprensione di chi ne subisce gli infernali effetti.
Presentato in Concorso alla 83ª edizione del Festival di Venezia, il lungometraggio di Tsukamoto – il primo girato interamente in lingua inglese e fuori dai confini del Giappone – sbatte in faccia la sua domanda di partenza tanto al fragile protagonista quanto a noi spettatori, in modo da far convergere ogni discorso, responso emotivo o reazione sui deplorevoli orrori della guerra, connotati – come è consono nel cinema di Tsukamoto – da inserti visivamente e fisicamente repellenti. Se nei precedenti film di quella che potremmo ormai definire come una “tetralogia dell’antimilitarismo” - ovvero Nobi (2014), Zan (2018), Hokage (2023) e questo Mr. Nelson, Why Did You Kill People? – il cineasta nipponico legava le sue micidiali (e poetiche) invettive pacifiste rispettivamente alla consunzione fisica del soldato, all'attrazione corporeo-sessuale verso gli strumenti di morte del samurai e allo sbandamento collettivo di corpi-vittime del dopoguerra, nel nuovo racconto la stigmatizzazione del conflitto bellico passa per la presentazione di un uomo-scheletro traumatizzato, schiavo di disagi ai quali dovrà faticosamente trovare una risposta. Un processo che, in un cinema viscerale e brutalmente materico come quello del grande regista giapponese, non può che confluire in una dolorosa odissea interiore. In vista di un'insperata catarsi.

In Mr. Nelson, Why Did You Kill People? Tsukamoto, perciò, ci rende testimoni di uno sporco, crudo e repulsivo scavo del Sé, un viaggio che l'eponimo protagonista deve intraprendere per ritrovare il suo lume della ragione, sepolto per gran parte della sua vita tra gli orrori del campo di battaglia. È in virtù di una simile indagine interiore che il cineasta nipponico dipinge le tappe fondamentali di questo percorso traumatico, alternando le sedute psicanalitiche del presente – tenute tra l'Allen adulto e il Dr. Daniels – alle atrocità belliche di cui si è macchiato l'ex marine ai tempi del suo servizio in Vietnam. A Tsukamoto, però, non interessa semplicemente condannare la guerra per ciò che “costringe” a compiere in suo nome: egli vuole demonizzare il conflitto e tutti coloro che vi prendono parte, mostrando in termini ributtanti le loro azioni e il contesto in cui tragicamente si consumano. Ogni sequenza di battaglia, ogni inquadratura di corpi trucidati e in decomposizione, alla pari delle scene domestiche ambientate tra le mura di casa di Allen o nello studio dello psichiatra, è pregna di una carica disorientante, tale da portare il protagonista a percepirsi in gabbia in qualsiasi spazio lui abiti, e lo spettatore a rimanere attaccato al corpo-in-crisi dell'uomo in tutti i momenti più traumatizzanti della sua vita, tanto quelli esperiti nel passato soffocante della giungla vietnamita quanto quelli altrettanto claustrofobici dettati dal presente.

Ma l'eredità culturale del film, l'impatto di cui si fanno caricano le riflessioni antimilitariste che attraversano le perturbanti immagini del racconto, va per forza di cose ricondotto alle necessità che stanno traghettando, ormai da 12 anni, il cineasta verso i territori dell'attivismo pacifista. In un 2012 segnato dal ritorno alla guida del paese di Shinzo Abe (dopo la breve, e fallimentare, parentesi dell'unico governo progressista della storia moderna del Giappone), dall’aumento delle spese per la difesa e dalla paventata revisione dell’articolo 9 della Costituzione nipponica (che sancisce, come voluto al tempo dal Generale MacArthur, la perenne rinuncia del paese alla guerra), ecco che Tsukamoto sente l'urgenza di lanciare un monito antimilitarista diretto anche al governo Takaichi e alla politica globale contemporanea, indagando a partire da Nobi la guerra in tutte le sue deprecabili sfaccettature, e arrivando con Mr. Nelson, Why Did You Kill People? a sublimare le sue riflessioni antimilitariste in un racconto che traduce in orrore ogni conseguenza dell'intervento militare, così da lanciare un grido d'allarme e un monito deflagrante nei confronti di coloro che perseguono, con leggerezza, le politiche di riarmo.
Un appello che, in tal senso, può indirettamente investire le strategie governative dell'attuale premier Takaichi (discepola, non a caso, di Abe) ma che può essere anche unanimemente accolto da un pubblico universale, data l'onnipresenza del tema bellico nello zeitgeist odierno globale. Forse è anche per questo che la lingua inglese scelta per il film, seppur non sia enfatica quanto quella giapponese – e quindi sia meno in linea con le sinfonie roboanti dei tappeti sonori tsukamotiani – diventa qui l'idioma ideale per veicolare le visioni critiche poste dal racconto.