Oase

di Jannis Lenz

Al suo primo lungo di finzione, il tedesco Jannis Lenz affronta di petto adolescenza, violenza ed emarginazione, ricordandoci come tutto sia una questione di sguardo (e di immagini).

Oase - recensione film Lenz

Negli ultimi anni il cinema europeo si è confrontato spesso con l'adolescenza, con il suo rapporto problematico con l'istituzione scolastica e, per estensione, con il sistema di cui questa è emanazione diretta. Non semplici storie di formazione ma racconti che, sovente, hanno toccato da vicino temi cruciali come la costruzione identitaria e il suo rapporto, sempre più complesso e problematico, con le immagini. Se nel recente candidato all'Oscar La sala professori (ma viene da pensare anche a un film più datato come Class Enemy) il punto era infatti proprio il pre-giudizio e il limite stesso delle immagini, anche quando apparentemente evidenti, la storia che arriva, ancora una volta, dalla Germania, e che Jannis Lenz mette in scena con Oase (Oasis) – in concorso a Venezia nella sezione Orizzonti – è un'intelligente e originale variazione sul tema.

Come nel film di İlker Çatak anche qui parte tutto da un video, quello di uno studente, Andi (Anton Petzold), che minaccia i compagni. Un'immagine chiara e incontrovertibile ma per forza di cose parziale, limitante, che nasconde altre immagini e una realtà più complessa di quella “oggettivamente” mostrata. La macchina del fango e del pregiudizio, però, ha già cominciato a girare e ad Andi non resta che accettare il ruolo di capro espiatorio, di ragazzo problematico e pericoloso. Almeno fino a quando con i nuovi amici Lukas (Florian Geißelmann) e Maya (Mathilda Smidt) non scopre un luogo – concreto e metaforico a un tempo – dove poter uscire dall'immagine che gli altri hanno creato per lui e scrivere a suo modo la propria identità. Sì, perché gli adolescenti protagonisti di Oase sono in tutto e per tutto dei corpi da (ri)scrivere, delle pagine bianche che i genitori, gli insegnanti e i compagni stessi hanno deciso di compilare al posto loro, assegnando a ciascuno ruoli e modelli ben definiti.

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Nei loro “giochi” dal carattere ritualistico nei boschi, lontano da un mondo che li soffoca e li opprime, i tre, riscrivendole, mettono così in discussione proprio le identità assegnategli. Lo fanno sottraendosi alle definizioni della società e riempiendo i loro corpi di lividi, morsi, carezze, fino a trovare nel dolore fisico una via di fuga, l'occasione per disinnescare certe pratiche (il bullismo) e scoprirsi "altro" da ciò che il sistema vorrebbe per loro. Guardandosi (anche attraverso una videocamera) a vicenda e vedendosi per la prima volta, Andi, Lukas e Maya finiscono in questo modo per riconoscersi, ridefinendo il proprio spazio nei confronti di chi sta fuori e che, pur guardandoli insistentemente (il padre/insegnante di Lukas), non li vede e non li capisce davvero.

Sfruttando il suo occhio da documentarista, Lenz mette così al centro di Oase proprio le immagini amatoriali girate nei boschi dai tre ragazzi, un atto di riappropriazione (della propria immagine e, quindi, della propria identità) vitale e in continuo divenire (le immagini prodotte dai ragazzi, a differenza dei video virali, non restano, poiché riscritte costantemente sugli stessi nastri DVI) che sembra quasi plasmare l'estetica stessa del film, il senso di un percorso di resistenza incidentato e sofferto.

Un'autenticità fuori dagli schemi, dai modelli e dai formati, che fa di quest'opera qualcosa di non così facilmente classificabile. Con un occhio ai modelli che lo hanno preceduto e un altro oltreoceano, in particolare al cinema di Gus Van Sant (da Paranoid Park a Elephant, evocato esplicitamente nel finale), il regista riesce infatti a essere tanto chirurgico e rigoroso nel dar forma al suo assunto quanto viscerale nel rappresentarne lati oscuri e opacità. Un film che, rifuggendo certi schematismi del filone, non trascura la complessità ma la abbraccia, dando visibilità a ciò che, spesso ignorato, chiede solo di essere visto.

Autore: Mattia Caruso
Pubblicato il 07/09/2026
Germania, Austria 2026
Regia: Jannis Lenz
Durata: 118 minuti

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