La Moula

di Jérôme Pierrat

Un esordio interessante seppur ingenuo, che parte da un cortocircuito tra realtà e finzione per ragionare del destino del mockumentary nell'epoca della post-verità, tra la macchina da presa come strumento di controllo della narrativa, potere delle immagini e cinema come insieme di strutture, prassi, abitudini, necessarie per salvare l'evento dal baratro

La Moula, Recensione Film Venezia

La prima immagine di La Moula, di passaggio nella sezione Orizzonti all'ultima Mostra del Cinema di Venezia è una didascalia che ci informa del destino di un giornalista scomparso durante la realizzazione di una pericolosa e complessa inchiesta sul campo. Di lui non c’è traccia ma la rete a cui l’indagine era destinata è riuscita a recuperare tutto il girato e quelle che lo spettatore sta vedendo scorrere sullo schermo sono le immagini relative al lavoro compiuto dal giornalista fino a quel momento. Come in The Blair Witch Project. Il giornalista in questo caso è Jérôme modesto cronista d’inchiesta che durante un periodo di magra professionale ha la possibilità di seguire e documentare con la massima libertà le azioni di una piccola ma agguerrita banda di malviventi impegnati in un’operazione di contrabbando di cocaina che potrebbe renderli ricchi in modo inimmaginabile. Ma il coinvolgimento da “embedded” del giornalista ha un prezzo e Jérôme  se ne renderà conto quando la banda di Charlie lo coinvolgerà sempre più nelle loro operazioni e gli chiederà aiuto per sorvegliare una squadra di poliziotti della narcotici.

Parte da un cortocircuito straordinario La Moula. Il regista Jérôme Pierrat interpreta infatti anche il ruolo del giornalista protagonista e questo film è di fatto il suo esordio nella finzione dopo una lunga carriera da giornalista d’inchiesta. In un’epoca pre internet pochissimi avrebbero messo in dubbio che quella de La Moula fosse una storia vera ma oggi bastano pochi marcatori (il cartello iniziale in primis, ma innumerevoli sono le inquadrature “impossibili” di cui è puntellato il film) per inserire il lavoro di Pierrat tra le fila del mockumentary. Forse La Moula paga a tratti l’ingenuità di un regista all’esordio, a tratti è evidentemente troppo scoperto, ma non sarebbe scontato pensare che a Pierrat tutti questi diversivi in realtà interessino poco. Si tratta di questioni che inficiano poco il senso di La Moula, che nel profondo è un progetto evidentemente già “post”. Dopo il cinema propriamente detto, ridotto a materiale costruttivo da cui pescare, sostenuto da suggestioni prese di peso tanto da Henry Pioggia di sangue quanto dal bel End Of Watch di David Ayer. Ma il gioco può andare anche oltre: l’approccio al mondo indagato, il passato di Pierrat, certe scelte di messa in scena (in apparenza) sporche, spurie ricordano quelle del giornalismo d’assalto televisivo ma anche certe abitudini dell’ormai abusatissimo immaginario true crime. Eppure qui evidentemente il meccanismo esplode e anzi forse proprio dal mockumentary stile Blair Witch Project viene l’annullamento della consecutio degli eventi.

Ora il fatto è in atto, è da indagare, da squadernare. Forse non è un caso se nella prima scena del film Jerome chieda al narcotrafficante con cui sta seguendo l’appostamento al porto di raccontargli in ogni dettaglio le fasi della logistica del traffico di narcotici, incurante della segretezza delle operazioni. E allora questo La Moula è innanzitutto un grande film sull’ossessione per la verità, sul desiderio di portare allo scoperto le cose a tutti i costi, forse il progetto ideale per quest’età Undisclosed, perfetto contraltare a un’infosfera che ogni giorno vorrebbe scoprire nomi e dati redatti degli Epstein Files.

Ma forse è anche un fatto di potere. Perché oggi vedere tutto, sapere tutto, riuscire a posizionarsi all’interno degli eventi, testimoniare, significa anche controllare lo status quo degli eventi e delle sue parti. Lo sanno bene i rapinatori, che, soprattutto nei primi momenti di conoscenza con Jerome si premurano di non farsi riprendere dallo sguardo elettronico del giornalista, come se temessero che la macchina da presa potesse rubar loro l’anima.

Ma ne è cosciente anche il protagonista, che dopo un imprevisto si premura di rivedere da solo il girato di ogni giornata per eliminare dalle immagini qualsiasi riferimento che potrebbe far saltare la sua posizione agli occhi dei malviventi esercitando un altro modo per controllare la narrativa generale.

La Moula-Recensione-Film-Venezia

La Moula affonda allora in questo grande paradosso che apre scenari davvero apocalittici: ci porta, certo, dentro l’evento ma solo per controllarne lo storytelling, renderlo un contesto già infettato dalla post verità malgrado sembri nascere dal distacco del cinema documentario.

L’occhio della macchina da presa non serve dunque a testimoniare ma a controllare lo status quo della narrazione. Lo sa bene il giovane De Niro, che guardando in macchina si finge quel gangster risoluto e violento che in apparenza sembra non essere (e sarà proprio il suo atteggiamento spregiudicato a convincere la rete a mandare in onda il lavoro di Pierrat).

Ma se ne rendono conto anche i gangster, che a volte sembrano diventare tali solo perché catturati dall’obiettivo della macchina da presa e dunque quasi forzati ad interpretare un ruolo lontano dalla loro sensibilità. E forse lo sa bene lo stesso sistema del racconto, lentamente invaso da sguardi, punti di vista, attraversamenti e cambi di prospettiva, riempito a tal punto di cimici e strumenti di sorveglianza da divenire una sorta di panopticon in cui gangster e poliziotti sono sempre in scena per qualche spettatore anche se non se ne rendono conto.

La rappresentazione dell’evento diventa allora un fatto accessorio. La cronaca è in pezzi, il progetto è sempre più fuori controllo e dopo aver assecondato l’ambiguità tra verità e invenzione nelle primissime sequenze non si preoccupa più di distinguere il vero dal falso.

Il cinema diventa semmai un fatto di strutture, prassi, categorie, generi, abitudini e cliché utili per contenere la crisi prima che il film cada nel baratro.

E così capita che i trafficanti osservano i movimenti della polizia con le microcamere nascoste come degli spettatori potrebbero guardare un film poliziesco mentre attorno a loro la registrazione del reale lascia spazio ad una continua smaccata emersione di un immaginario apertamente cinematografico, di una sintassi da thriller che giustifica i passaggi meno credibili del racconto, di veri e propri set pieces “di genere” dalla fuga in auto alla sparatoria finale. Cinema a tutti i costi, anche quando non c’è, anche quando viene percepito solo dal nostro sguardo, che riconduce le vicende della banda di Pierrat all’immaginario del cinema della mala marsigliese, che percepisce la divisione in tre anni dell’azione.

Per contenere il caos, incastrarlo in strutture note, forse anche in un passo molto, forse troppo, didascalico.

Eppure La Moula pare comunque un’opera paradossale, che non sfugge a quel caos che la minaccia, un film che racconta la voglia di libertà e di riscatto dei suoi antieroi ma che finisce comunque incastrato tra immagini neanche autentiche ma sempre più spurie, riprocessate, recuperate, dal camcorder di Blair Witch Project ai rapinatori incappucciati che lanciano proclami terroristi come nei video dell’ISIS.

Autore: Alessio Baronci
Pubblicato il 17/09/2026
Francia, 2026
Durata: 82 minuti

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