Everything, Everywhere, All At Once

di Daniel Kwan & Daniel Scheinert

Il film dei Daniels vorrebbe rivoluzionare il cinema pop ed ibridarlo con la sobrietà dell'indie ma è tutto un diversivo, in realtà il suo è un falso movimento, quello di due idee di cinema che rimasticano elementi già noti e non trovano mai la quadra tra loro

Everything Everywhere All At Once - recensione film Daniels

Arriva in sala in un momento centrale del cinema dei Russo Bros, Everything, Everywhere, All At Once, giusto qualche mese dopo che The Gray Man ha definitivamente mandato in corto il loro linguaggio.

Everything, Everywhere, All At Once, film solo prodotto dai Russo e diretto invece da un’altra coppia di registi, i Daniels (monicker di Daniel Kwan e Daniel Scheinert) pare davvero ragionare su questa crisi di segni, a partire da una paternità del materiale di partenza volutamente lasciata incerta. Perché lo spunto alla base del racconto, che vede la mite Evelyn, un’americana di origine cinese che conduce una vita fin troppo ordinaria, combattere una guerra tra universi paralleli contro un’entità che minaccia l’intera realtà, sembra radicarsi in certi cliché del Marvel Cinematic Universe ma in realtà appena possibile divaga in un racconto impregnato del non sense dei due registi di Swiss Army Men,

Se si tratta di un cinecomic, Everything, Everywhere, All At Once deve allora essere una sorta di variabile febbricitante del genere; se, invece è un blockbuster d’autore, ebbene sembra che, attraverso di esso si tenti di riattivare il potere taumaturgico dello sguardo creativo. La richiesta dei produttori ai Daniels pare chiara: riattraversate le linee del nostro cinema e aiutateci a capire a cosa tende, cosa c’è nel profondo del nostro modo di intendere le immagini, anche per capire da dove ripartire.

Il percorso dei Daniels è indubbiamente affascinante. Perché il loro è un action forsennato che prova a riscoprire il calore della creazione narrativa fine a sé stessa, giocosa, che non ha paura di spingersi oltre, di apparire assurda. È un blockbuster a bassa fedeltà, quello dei Daniels, un racconto epico che ha la struttura di un gioco tra bambini e che a tratti si lancia in exploit quasi Brechtiani, tra lo svelamento del set e l’aperta desacralizzazione di pratiche e manie di certo cinema pop.

Gli unici punti fermi sembrano essere proprio Evelyn e sua figlia Joy, che “pensano” come elementi di quel digitale che “informa” il blockbuster, evocando intere realtà come link, viaggiando tra universi come dati senza peso e “aggiornandosi” per acquisire più potere. Eppure il fascino dei due personaggi sta proprio nel loro essere costantemente fuori posto, grottesche entità di un’idea di cinema che il film pare costantemente depotenziare e mettere tra parentesi, soppesandone il non senso.

Perché, in effetti, lo dice la stessa Joy, in uno straordinario moto di autoconsapevolezza: “ho attraversato tutti gli universi e ho capito che la verità oggettiva non esiste, ho capito che nulla ha più senso”.

Se ora, tuttavia, dietro quel Multiverso, dispositivo narrativo centrale del cinema pop, non c’è più nulla, allora anche il sistema blockbuster vacilla pericolosamente sull’abisso.

Ma quella dei Daniels è davvero la distruzione di un paradigma? In realtà, tra i fotogrammi di Everything, Everywhere, All At Once, la forma mentis del blockbuster rimane ben ferma al di là di qualsiasi ironica bordata gli si lanci contro. Lo raccontano benissimo proprio le sequenze dei “salti” tra gli universi di Evelyne, in cui i Daniels giocano con i generi, i modelli (attingono, tra le molte occorrenze al wuxia, alla slapstick, all’onnipresente Matrix ma divagano persino nel cinema di Wong Kar-wai), ma si guardano bene dal metterli in discussione, dal ragionare davvero sulla loro natura di detriti. Tutto è, anzi, girato con cura, pensato per risultare narrativamente e visivamente avvincente. Ma così ogni discorso rimane in superficie, tutto si riduce a una fiacca rimasticatura di spazi noti, l’ironia non è più così dirompente, i riferimenti di base rimangono leggibilissimi e le attese di chi guarda vengono, in fin dei conti, rispettate. Un po’ troppo poco per delle premesse così ambiziose.

Everything Everywhere All At Once - recensione film Daniels_1

I Daniels rispondono dunque al quesito esistenziale dei Russo limitandosi a mostrare la caducità di certi dettagli del loro modo di rapportarsi con il racconto per immagini e sviluppando una sorta di terza via al cinema pop, in equilibrio tra il parossismo del blockbuster e la sobrietà dell’indie.

Rimane da capire, certo, se i Daniels siano gli autori più adatti per teorizzare questo percorso.

Perché se già i due finiscono evidentemente sedotti dalla dimensione più superficiale del cinema di massa, quella delle immagini effimere, che colpiscono lo spettatore ma non “parlano”, non ragionano sulla loro natura, anche il loro approccio nei confronti dell' “indipendente” è malfermo. Di quel modo di pensare il cinema, Everything, Everywhere, All At Once conserva evidentemente certi spazi, (la casa borghese, l'attività imprenditoriale, l’ufficio delle tasse) e certe linee narrative (la mancanza di prospettive, la crisi famigliare ed esistenziale) ma fatica a costruire su di essi una drammaturgia efficace ed originale.

L’unico elemento veramente di rottura del sistema è la stessa Evelyn, personaggio inedito ed efficacissimo proprio perché “duale” a partire dalla sua identità, sino-americana, combattente interdimensionale ma anche borghese depressa, bloccata in un matrimonio al capolinea e proprietaria di una lavanderia a gettoni vicina al fallimento. E tuttavia, paradossalmente uno spunto così di rottura agisce quasi per inerzia, si muove a fatica in un mondo che pare non volerla accettare davvero e, quando non salta tra gli universi, si ritrova in un contesto rigido, impersonale, stucchevole, in cui le svolte del racconto sono così prevedibili da costituire quasi una struttura archetipica di tutte le possibili incarnazioni del più convenzionale cinema “da Sundance”.

Ma se anche l’indie rimane uno spazio rassicurante, allora la rivoluzione dei Daniels non può che rimanere un proclama vuoto di due autori troppo impauriti, forse, dell’impatto del film sul pubblico per calcare davvero la mano e gettarsi nel vuoto. Al momento, ironia della sorte, il box office in patria dà loro ragione, Everything, Everywhere, All At Once si è rivelato un film popolarissimo e trasversale, ma il successo non nasconde l’inquietudine di un film che ragiona solo sulle superfici, nato al punto d’incontro tra un blockbuster che teme la sua natura disimpegnata ed un indie che vuole disperatamente apparire meno serioso. E allora tutto si risolve in un falso movimento, quello di due idee di cinema che, in realtà, non vogliono mai trovare una vera quadra, piuttosto puntano ad hackerare nuovi mercati, penetrare nuovi strati di pubblico senza riflettere davvero sull’immaginario di riferimento, come in una degenerazione di quel germe che già era in The Gray Man.

È un’affascinante, ambizioso fuoco di paglia, il film dei Daniels, che paradossalmente potrà sopravvivere solo se qualcun altro ripartirà da qui e si incaricherà di finire ciò che loro hanno (a malapena) iniziato.

Per ora, in effetti, la terza via dei Daniels è come Joy, un cinema appena nato ma che già sembra lanciare un disperato grido d’aiuto.

Autore: Alessio Baronci
Pubblicato il 30/08/2022

Articoli correlati

Ultimi della categoria