Rebecca

di Ben Wheatley

L’ultimo lungometraggio di Wheatley, molto fedele al romanzo a cui si ispira, è nell’insieme un prodotto modesto, che maschera dietro la buona regia una mancanza d’ambizione narrativa.

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Attratto da una struttura narrativa che definisce una «matrioska di diversi generi racchiusi gli uni negli altri», Ben Wheatley ci offre la propria rilettura di Rebecca, la più celebre opera della scrittrice inglese Daphne du Maurier. Fatta eccezione per l’epilogo e alcuni dettagli che tratteremo in seguito, Wheatley sceglie di rimanere fedele al romanzo, ristabilendo anche l’intenzionalità del crimine di Mr de Winter, contrariamente a quanto accade nella pluripremiata versione di Hitchcock in cui l’omicidio di Rebecca, al fine di rispettare il codice Hays, viene spostato dalla sfera del dolo a quella della colpa.

Non estraneo all’ibridazione di generi narrativi, il regista di Kill List opta in questa pellicola per un’estetica espressionista, esaltando, talvolta al limite della credibilità, la dimensione emotiva degli eventi narrati. Dall’atmosfera irriverentemente glamour delle scene ambientate a Monte Carlo ai climax di tensione delle parentesi oniriche, fino all’intensificazione quasi smodata del pathos nell’ultima scena drammatica in cui Ms. Danvers (interpretata da una magistrale Kristin Scott Thomas), dopo aver messo a fuoco la tenuta di Manderley, si getta in mare per ricongiungersi metaforicamente a Rebecca, Wheatley realizza un pastiche stilistico senza rinunciare alla coerenza narrativa di fondo.
Sebbene la storia firmata da Du Maurier non possa essere catalogata sotto un’unica etichetta, è tuttavia innegabile la preponderanza della componente gotica, che si concretizza non solo attraverso il ricorso a una certo numero di tòpoi del genere, ma soprattutto grazie all’utilizzo di una serie di codici volti a trattare tematiche tabù. Rebecca possiede una forte dimensione autobiografica, e le sue pagine sono impregnate di understatement e sottotesti. In particolare, vengono a più riprese suggeriti interessi più che amicali tra alcuni personaggi femminili, riflesso di quello che l’autrice definiva le proprie «Venetian tendencies». Il film non manca di evocare queste allusioni, ma non coglie l’occasione per ripensarle e ampliarne la portata.

In entrambi i casi, la defunta Ms. de Winter, inizialmente presentata con la maschera della moglie perfetta secondo i canoni degli anni ‘30, è in realtà una donna libera e, in quanto tale, sovversiva. La sua forte identità queer rappresenta una forma di male puro agli occhi di Mr. de Winter, che Rebecca riesce però a tenere in scacco. A lei si contrappone l’anonima protagonista, pronta a tutto pur di riuscire a incarnare ciò che lo sguardo maschile desidera. Non v’è dubbio su quale delle due figure prevalga: Manderley, che, come suggerisce il nome, incarna un bastione del potere patriarcale, trasmesso di padre in figlio generazione dopo generazione, finisce in pasto alle fiamme, e il nome di Rebecca permea come fumo tutti gli spazi narrativi, mentre la nuova Ms. de Winter si rifugia in una romance illusoria, costruita su un crimine atroce.
Se però Du Maurier riesce a trarci abilmente in inganno, spingendoci, anche attraverso l’uso della narrazione in prima persona, a identificarci con l’ingenua eroina e a parteggiare per la realizzazione del suo sogno romantico, Wheatley fatica a ottenere lo stesso effetto. La protagonista della pellicola oscilla tra la naïveté e l’intraprendenza, ma il suo ruolo attivo nel mascherare il crimine del marito la priva di fatto della connivenza del pubblico. La scena conclusiva, carica di erotismo, in cui il personaggio interpretato da Lily James fissa dritto in camera con l’intento di mettere lo spettatore di fronte alla propria complicità, prima che il nome di Rebecca, accompagnato dal rumore del mare, riconquisti lo schermo, fallisce così il suo intento epifanico.

Con Rebecca, Du Maurier si serve abilmente dell’apparato gotico per costruire un sottotesto politico che fa luce sull’ipocrisia morale di una società più propensa a condannare una moglie libertina che un marito uxoricida. Wheatley sembra però più interessato all’eterogeneità della narrazione e alle sue potenzialità estetiche, e non riesce a sviluppare ulteriormente le risorse offerte dalla trama. Anche a causa della mancanza di ambizione nel ripensare una storia fortemente ancorata alla realtà sociale degli anni 30, il film risulta nel complesso abbastanza tiepido. L’impressione conclusiva è di essere di fronte a un prodotto che si inserisce coerentemente all’interno dell’offerta Netflix, ma che non spicca di certo nella filmografia del regista britannico. Per quanto non privo di pregi, quest’ultimo adattamento rischia purtroppo di deludere chi ha già visitato Manderley in passato, e di non coinvolgere chi ne oltrepassa i cancelli per la prima volta.

Autore: Nicolò Comencini
Pubblicato il 19/11/2020
Uk 2020
Regia: Ben Wheatley
Durata: 121 minuti

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