Soldado

di Stefano Sollima

Al netto di una sceneggiatura meno ispirata, il sequel di “Sicario” è un film di genere estremamente solido, sorretto dallo sguardo muscolare di Sollima che si svela capace di lavorare sulla tradizione western come e più di molti registi americani.

Soldado - recensione film Sollima Sheridan

Ultime luci del tramonto, al confine tra gli Stati Uniti e il Messico. Alcuni uomini delle forze speciali americane camminano nel deserto fino a che non raggiungono un tunnel che porta dritto a Sud, oltre la frontiera. Mentre scendono, i loro corpi si dissolvono al livello del terreno, le silhouette spiccano sul cielo in fiamme e tremano per il calore residuo prima di essere assorbite dalla linea dell’orizzonte. È la frontiera contemporanea secondo Denis Villeneuve e Roger Deakins, un terreno di lupi privo di regole e morale figlio della militarizzazione del confine. È la guerra alle porte di casa, il caos esercitato come arma per disgregare, sovvertire, conquistare. Dividi et impera.

Nel 2015 Sicario metteva in scena in modo magistrale il venir meno di ogni regola nella lotta degli Stati Uniti al narcotraffico, una crisi valoriale che trovava nella frontiera dello sceneggiatore Taylor Sheridan il cardine della sua rappresentazione. Principale artefice di quello che potremmo definire come un momento neo-western, Sheridan inaugurava con Sicario una riscrittura del mito del confine, trasformato però da terreno di scontro tra wilderness e civilitazion a liquido punto di contatto in cui la violenza si diffonde per osmosi tra mondi non più così antitetici. La corruzione interiore dell’Ethan Edwards di Sentieri selvaggi elevata a meccanica di sistema. Al centro del discorso filmico imbastito da Villeneuve-Sheridan c’era però un cortocircuito di base, la presenza dell’agente Macer interpretata da Emily Blunt, un polo femmineo esterno a quell’orizzonte di sangue che generava nella sua distanza critica una triangolazione di sguardi tra i killer messicani, i militari e lei, che di quell’orrore era testimone inconsapevole e rifugio introspettivo per lo spettatore. Sicario – Day of The Soldado riparte dalla stessa frontiera ma radicalizza l’orizzonte della lotta, eliminando l’elemento esterno, virginale, dall’equazione e lasciando lo spettatore in balia di un mondo senza regole.

Il sicario Alejandro (Benicio del Toro) e l’agente speciale Matt Graver (Josh Brolin) sono i protagonisti assoluti della pellicola, una coppia virile di uomini al limite che arrivano allo spettatore senza intermediazioni che ne facilitino la ricezione. Sono essenze di quella violenza e di quel sangue, uomini che hanno barattato la loro umanità all’insegna del conflitto e dell’obiettivo da raggiungere. Ma l’elemento femminile, in questo film così asciutto e assieme testosteronico, spesso teso all’inverosimile come una trappola sul punto di scattare, ritorna nelle vesti della bambina messicana il cui rapimento genera tutta la vicenda. La ragazza si lega ad Alejandro come uno spettro del passato, la sua presenza è una frattura nella diga di odio costruita dall’uomo per arginare la sua umanità, e in quanto tale metterà in crisi anche il rapporto tra Matt e Alejandro, uomini soli al confine con l’amicizia che rischiano per questo di pagare il prezzo del nuovo mondo che stanno contribuendo a costruire.

Seppur conclusa la sua trilogia della frontiera (Sicario, Hell or High Water, Wind River), Taylor Sheridan non si allontana dai temi e luoghi del western, il più classico dei generi che dopo anni di vita sottotraccia sta tornando ad imporre le sue logiche nel cinema di genere americano (di recente ne ha parlato Leonardo Strano per The Equalizer 2). Ma se la serie tv Yellowstone è apparsa come un proseguimento forte e coerente di questo processo di riscrittura, Soldado è un secondo capitolo dalla sceneggiatura meno solida, che dopo aver messo in campo una premessa dal potenziale esplosivo (il traffico di essere umani al confine tra Stati Uniti e Messico come breccia per il dilagare del terrorismo) rinuncia a seguirne gli sviluppi per incentrarsi sui due protagonisti. L’ampia prospettiva geopolitica passa in secondo piano rispetto ai conflitti interni di Alejandro e Matt, contraddizioni traumatiche che con un violento zoom si impongono come nodi centrali del discorso, chiavi di lettura dell’intera situazione. Con la focalizzazione del racconto però Soldado perde respiro, minato da qualche escamotage di troppo e da una generale forzatura degli eventi, pensati evidentemente per fare da base ad un terzo capitolo del nuovo franchise.  

Nonostante una scrittura meno ispirata, probabilmente dovuta ad un’espansione narrativa non pensata ai tempi del Sicario originale, Soldado resta un film di genere estremamente solido, sorretto dallo sguardo muscolare del nostro Stefano Sollima che si svela capace di lavorare sulla tradizione western come e più di molti registi americani. Straniero in terra straniera, ma a conti fatti regista completo e maturo, Sollima dimostra di trovarsi perfettamente a suo agio nel calarsi dentro gli incubi criminali del terzo millennio, mettendo in campo uno sguardo così pienamente americano da risultare anacronistico al giorno d’oggi, in tempi in cui il genere ad ampio budget sembra appannaggio esclusivo di cinecomics e mega-produzioni.

Reduce dal successo seriale di Gomorra e dalla magniloquenza (a tratti eccessiva) di Suburra, Sollima evita di ripercorre le stesse strade e si getta anima e corpo in un cinema d’azione calibrato al millimetro, teso come la traiettoria di un proiettile per come riesce a costruire scene ad alto tasso di adrenalina sempre controllate, sempre contenute all’interno di rigide geometrie di sguardi e corpi in lento movimento. La lezione è quella del miglior cinema bellico applicato al western (o viceversa che dir si voglia) incarnato dall’ultima Bigelow e dal Villeneuve, ovviamente, di Sicario, riferimenti tensivi che Sollima fa propri senza cercare innovazioni a tutti a costi, favorendo piuttosto il ricorso solido e muscolare alla tradizione. Il risultato è un film fiacco sul fronte della scrittura ma dal respiro sicuro e appassionante per quanto riguarda non solo le scelte di regia, ma il modo in cui tramite esse si interviene sui corpi dei due protagonisti, sui tempi e spazi del racconto, di fatto scrivendo e plasmando il film più in profondità che con la scrittura stessa.

Autore: Matteo Berardini
Pubblicato il 23/10/2018

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