Riscrivere le immagini. Intervista al montatore Marco Spoletini

In occasione di Reference #aggiorniamo l’immaginario al Cineporto di Lecce, abbiamo scambiato due chiacchiere con il montatore ospite della rassegna

«Il montatore è il primo spettatore del film». A dirlo è Marco Spoletini, dopo un’altra giornata passata a lavorare sul fantasy di Matteo Garrone, Tale of Tales (Il racconto dei racconti), liberamente tratto da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile. Girato in varie parti d’Italia in lingua inglese, il film annovera nel cast Vincent Cassel, Salma Hayek, John C. Reilly, Toby Jones, assieme gli italiani Alba Rohrwacher e Massimo Ceccherini, mentre le musiche sono di Alexandre Desplat.

E, subito, aggiunge: «I registi migliori sono quelli che non hanno paura di condividere, di instaurare un rapporto intimo di dialogo, lasciandosi così permeare dal confronto con il montatore. Posso dire che questo con Garrone accade, ma anche con altri, come ad esempio Sebastiano Riso in Più buio di mezzanotte». Racconto di formazione, di un’adolescenza “diversa” nella Catania anni Ottanta, sarà il film della serata di chiusura, il 17 ottobre, di Reference #aggiorniamo l’immaginario al Cineporto di Lecce, con Spoletini e il regista che incontreranno il pubblico e le sue domande. «È stata una esperienza significativa, un vero e proprio lavoro di squadra: in fase di montaggio erano infatti presenti anche gli sceneggiatori, ed è una cosa che non succede spesso. Si può dire che alla fine abbiamo inventato una nuova struttura, un qualcosa che prima non c’era, che non era stato pensato. Il montaggio, in un certo senso, è una riscrittura di immagini. Certo, ci sono anche casi in cui con alcuni registi non riesce a delinearsi un’affinità, un‘intesa: come due carcerati in una cella che non si sopportano. Il montaggio fa sicuramente venire fuori tutte le asperità caratteriali, ma possono nascere anche amicizie che magari si esauriscono lì o che continuano anche fuori».

Romano, classe 1964, fra i montatori italiani più importanti degli ultimi vent’anni, accanto a registi come Garrone, appunto, sempre, sin dal suo primo cortometraggio, e, fra gli altri, Gianluca Maria Tavarelli, Daniele Vicari, Guido Chiesa, Vincenzo Terracciano, Riccardo Milani, Laura Muscardin, Renato De Maria, Stefano Incerti, Paolo Genovese, Pippo Delbono, Giovanni Piperno, Kim Rossi Stuart, Alice Rohrwacher, Francesco Bruni, Paolo Genovese, Gianni Di Gregorio (Buoni a nulla sarà al Festival di Roma e dal 23 ottobre in sala). «Se la domanda è qual è il cinema che sento più vicino a me, alle mie corde, penso a Garrone, per una serie di motivi, che vanno ovviamente anche oltre il lavoro. Mi sento vicino al suo rigore, perché al contempo diventa sempre una questione emotiva, profonda. Gomorra, finora, è stato la nostra opera migliore, proprio per il suo peso specifico, credo, ma un film come L’imbalsamatore per me è altrettanto importante, perché ancora resiste nel tempo ed è pieno di coincidenze nella lavorazione che lo rendono speciale: ho conosciuto il vero nano che ha ispirato la vicenda, Domenico Semeraro (lavorava, infatti, come segretario alla scuola di cinema “Roberto Rossellini” a Roma, che frequentavo, ma poi lo cacciarono), mentre il mio assistente al montaggio ha conosciuto Armando Lovaglio, l’assassino di Domenico. Un film molto intenso, con un Ernesto Mahieux straordinario. In realtà, sono uno spettatore onnivoro e porto anche questo aspetto nel mio percorso, dunque non c’è solo cinema d’autore, perché mi piace comunque mischiare le cose, quindi lavorare anche su commedie o su un cinema in qualche modo orientato in senso più commerciale. Anche lì entra in campo a un certo punto un’emotività, difficilmente resta solo un lavoro “di testa” quello che faccio. Poco tempo fa mi sono ritrovato a lavorare anche su Caserta Palace Dream, il corto girato da James McTeigue, il regista di V per Vendetta: ecco, mi sento meno legato a quel tipo di cinema, a quegli artifici».

E c’è stato anche il film più difficile, continua Spoletini, altra esperienza preziosa, ma in un certo senso molto forte, dura: «Anche libero va bene di Kim Rossi Stuart, un’opera molto delicata, dietro la quale, per certi tratti, si nascondeva la sua infanzia. Il primo montato era di 3 ore e mezza. “Per me è questo il film”, diceva Kim. Abbiamo dovuto lavorare molto, anche se in realtà non c’era niente lì dentro, in quelle immagini, che non andasse davvero, se non la durata, ma bisognava convincerlo a rinunciare a certe cose. Il film è stato poi portato a un’ora e cinquanta minuti. Un film molto bello».

Racconta ancora di apprezzare molto la struttura di film come 21 grammi e Babel di Iñárritu, mentre i Dardenne sarebbero forse i nomi su cui più punterebbe se avesse la possibilità di scegliere autori con cui non ha ancora lavorato. C’è, nel cinema di Spoletini, quello del reale («purtroppo con il tempo l’ho un po’ accantonato») e quello di fiction: «Non è vero che “la scuola” è il corto, per poi arrivare al lungometraggio. Lo è, piuttosto, il documentario, che è continua invenzione di accostamenti, tessuto narrativo a cui dare forma, mondo più sfuggente e imprevedibile rispetto a quello di finzione».

E, infine, c’è quello che è cambiato e ciò che è rimasto: «Faccio parte dell’ultima generazione che ha lavorato con la pellicola. I tempi del montaggio con le tecnologie digitali si sono ridotti molto, c’è più velocità ma al contempo il computer rischia di “sorpassarti”, di fare le cose al posto tuo, prima di te. Per quanto mi riguarda non è cambiato quello che è il mio approccio, ossia il ragionare molto, ed è quello che cerco di insegnare anche ai miei allievi alla scuola di cinema “Volonté”, a Roma: pensare, a lungo, a fondo, la costruzione delle immagini».

Autore: Leonardo Gregorio
Pubblicato il 17/10/2014

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