Bloody Tennis

di Nikias Chryssos

Attraverso il tennis Nikias Chryssos mette in scena, in modo sfacciato e letterale, il cannibalismo intrinseco nella nostra società. Il risultato è un body horror elementare ma che non fa sconti

Bloody tennis - recensione film chryssos

È una convenzione dura a morire quella che vorrebbe il tennis come una disciplina più “pulita”, elegante e meno viscerale di altri sport. Ad aprirci gli occhi, restituendo l'intrinseca brutalità e l'iper-competitività di questo mondo, ci pensa il regista greco-tedesco Nikias Chryssos (Der Bunker) che con Bloody Tennis – presentato fuori concorso a Locarno 2026 – costruisce un horror che parte proprio dallo sport professionistico per andare oltre, scavando dentro i meccanismi stessi dei rapporti interpersonali, del desiderio e della sopraffazione. Nel farlo proietta le dinamiche tipiche del film sportivo (dai training proibitivi ai tornei a eliminazione) dentro una confezione da slasher, guardando sfacciatamente a Suspiria e scoprendo che tra i due generi non c'è (troppa) differenza.

È proprio dal capolavoro di Dario Argento che prende infatti le mosse Bloody Tennis, calcandone quasi pedissequamente le premesse (l'arrivo della nuova allieva in un'accademia esclusiva, la direttrice inflessibile, il personale inquietante) e richiamandone le atmosfere (l'uso espressivo del colore, il senso di minaccia crescente) per poi andare in un'altra direzione. Perché quello di Chryssos è un cinema che usa il citazionismo e la confezione orrorifica come uno strumento, il mezzo migliore per dar forma a dinamiche perturbanti decisamente inscritte nella nostra contemporaneità. È così che, messa da parte qualsiasi deriva soprannaturale, il coming of age della giovane promessa Sophie (Sandra Guldberg Kampp) si contamina presto con una vicenda grottesca e viscerale fatta di sofferenza, ferite esposte, sangue e cannibalismo.

Come in un Challengers brutale, cinico e degenerato, la competitività del tennis professionistico (esattamente come il sistema che l'ha generato) finisce in questo modo per diventare una vera e propria guerra, una lotta senza esclusione di colpi dove l'avversario non è che una vittima sacrificale da demolire, annientare e divorare per alimentare la propria forza. "Mors tua vita mea" sembra gridare ogni fotogramma del film mentre i dettagli splatter e gore si accumulano e il suo rito oscuro di sopraffazione si compie. Un rito, quello di Bloody Tennis, a cui tutti decidono, consciamente o inconsciamente, di partecipare, dalla “Mater” di Elina Löwensohn alle allieve: ingranaggi di un sistema che rifugge la solidarietà e il gioco di squadra e premia la crudeltà, l'egoismo e l'annientamento del prossimo, divorando se stesso solo per poter rinascere più forte di prima.

È questa la “trasformazione” che ricercano le allieve dell'accademia, riflesso grossolano (ma perché il body horror, proprio come il tennis, dovrebbe essere raffinato?) e letterale di un mondo altrettanto sfacciato nel fare dell'egoismo e della prevaricazione la sua unica legge. È così che Bloody Tennis, in maniera limpida anche quando a un passo dal didascalico, tra immagini disturbanti e una ricercatezza formale volutamente esibita, diventa la storia di un'apocalisse annunciata, il viaggio di de-formazione di una nuova generazione di mostri pronti a mangiarsi il mondo intero.

Autore: Mattia Caruso
Pubblicato il 28/08/2026

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