Violence du corps de l’autre
Fulgido esempio di un cinema che prova a raccontare storie interfacciandosi direttamente con la materialità dell'immagine, Nobody's Violence di Denis Côté è una riflessione sullo sguardo del cinema e sulla violenza invisibile che esso esercita sui suoi corpi e sulle sue identità.
È un cinema metamorfico, ibrido e spiazzante, quello di Denis Côté. Il percorso autoriale del regista canadese si distingue infatti per una serie di film che partono da topoi, convenzioni e tematiche ben definite per poi sbandare, prendere svolte e deviazioni improvvise alla ricerca di metafore ardite, simboli ermetici e formalismi che spesso vivono a ridosso della vacuità.
Violence du corps de l’autre, presentato in Concorso alla settantanovesima edizione del Festival di Locarno – kermesse della quale Côté è un habitué – non fa eccezione.
Da film sull’eutanasia che prova a indagare la vita di chi dona morte, come sembra essere nel suo primo atto, l’opera diventa ben presto un noir ambiguo e ineffabile. Come i migliori film del genere, Violence du corps de l’autre diventa quindi una riflessione sullo sguardo, e sulla sua pretesa di controllo. Il film di Côté, tuttavia, ambisce a sondare le possibilità del linguaggio cinematografico di mettere in evidenza rapporti di potere senza ricorrere alle canoniche modalità con cui nel cinema il male gaze di stampo sorvegliante si esercita sul corpo femminile.
È difficile riconnettere i fili di un’opera che sembra fare di tutto per rarefarsi e far perdere le proprie tracce, a partire da un formato 16mm che dona all’immagine una granulosità e un disturbo tale da rendere numerose inquadrature quasi dei dipinti post-impressionisti. L'unica evidenza è che al centro del film vi è il corpo e il volto di Mira (Larissa Corriveau), anti femme-fatale che dona morte a persone affette da malattie incurabili o terminali.
Il suo sguardo, che campeggia glaciale e fisso nei numerosi primi piani del film, si interfaccia a diversi tipi di umanità. Da quella morente a cui offre una via di uscita, a quella libertina, hippie e alto-borghese dell'oscura organizzazione guidata dall’anziano Ludo (Philippe Rebbot) che le commissiona i lavori e che si riunisce in una ridente villa nel bosco.
È proprio l’atto di guardare e di assistere, apparentemente impassibile, alla dignità della morte e alla superficialità della vita che le scorre davanti, che causa in Mira – il cui nome è del resto un riferimento diretto all’atto di osservare – un lento mutamento che la porta a rinegoziare il proprio ruolo nel mondo e a interrogarsi attivamente sul senso dell'opera che va portando avanti.
Dopo un inizio che gioca con grande raffinatezza con il fuori campo e con il non-visibile, l'immagine e la narrazione di Violence du corps de l’autre si fanno sempre più logore e frammentarie quando Mira si trova a interagire con Ludo, l’anziano edonista che le affida il compito degli omicidi ma che, allo stesso tempo, la sorveglia.
La pellicola si corrompe nel mezzo delle scene, improvvisi jump-cut interrompono le non-azioni compiute dalla protagonista: l’immagine si sfalda all’inclinarsi di quell’equilibro instabile su cui si regge la vita di Mira, compiendo dei veri e propri "atti di violenza" sul corpo filmico. Più lo sguardo della protagonista diventa centrale nell’opera e il tessuto filmico si sfilaccia, più appare evidente come ciò sia espressione della volontà della donna di liberarsi dallo sguardo e dal controllo che – per cause non definite – Ludo e la sua organizzazione esercitano su di lei e acquisire una nuova identità, libera da vincoli.
Proprio qui emergono i principali punti di forza e le criticità dell’opera di Côté. Da una parte, il regista è estremamente abile nel costruire una tensione che scorre sottocutanea per tutta l’opera e nel riuscire a trovare le immagini, le soluzioni estetiche e i movimenti di camera giusti per delineare dei rapporti di forza e l’ambiguità della relazione fra Mira e Ludo, dall’altra, quando queste tematiche si riscontrano nei dialoghi e nell’avanzamento dell’intreccio esse ci appaiono quasi sempre fuori luogo o in qualche modo fuori focus rispetto al discorso che il film prova a portare avanti.
La sensazione, guardando Violence du corps de l’autre, è che l’intelligenza formale di Côté, la sua raffinatezza e la sua ambizione teorica, annaspino sin troppo nelle onde di un film che sembra chiedere troppo al proprio spettatore senza però fornirgli un’adeguata cornice narrativa che gli stimoli una riflessione su ciò che sta guardando.
Da questa scoordinata e stridente discrasia, tuttavia, emerge forse anche quell’elemento di fascino che pervade tutte le opere del regista canadese. Opere spesso ambiziose ma irrisolte, che provano a dare forme nuove a vecchie questioni che riguardano il cinema e il suo linguaggio come il rapporto fra vita e morte, visibile e invisibile, soggetto e oggetto dello sguardo. Opere che ci appaiono genuinamente queer, poiché connotate da una instabilità e da una scivolosità delle identità che si ripercuote attivamente nelle forme filmiche e narrative, ma che finiscono per essere troppo chiuse in se stesse.
Questa "violenza di nessuno", sugli altri corpi (citiamo letteralmente il titolo del film “Violence du corps de l’autre”) – che è in primo luogo la violenza dello sguardo del cinema sui corpi e sulle identità che porta in scena – quando emerge, ci sembra sin troppo esplicita, e quando scorre latente, ci sembra sin troppo implicita. L’opera di Côté rischia di cadere vittima della sua stessa dicotomia, trovandoci a metà strada: fra la piacevolezza di una visione stimolante e la frustrazione nei confronti di un intreccio che non si fa né appendice né motore del discorso teorico che il regista prova a portare avanti, ma che sembra anzi concorrere per affossarlo.