Un amico straordinario

di Marielle Heller

Nel film di Marielle Heller la storia di una pietra miliare della televisione americana nasconde in sé le suggestioni di strumento di analisi psicoanalitica per far pace col bambino che ogni adulto porta in sé

Fred Roger è praticamente sconosciuto in Italia, ma in America ha rappresentato per 30 anni una sorta di padre buono e gentile: era il vicino di casa premuroso del suo programma per bambini Mister Rogers’ Neighborhood (Il vicinato di Mister Roger) che spiegava ai piccoli e ai grandi come affrontare eventi caratteristici dell’infanzia ed imparare a gestire le proprie emozioni, perfino quelle più difficili come la paura, la rabbia e la tristezza. Negli anni Rogers raccontò con garbo e sensibilità temi spinosi come la morte, la guerra, il divorzio, convinto che il modo migliore per educare un bambino fosse parlarci assieme di tutto  delicatamente,  senza mai reprimere i sentimenti più dolorosi.

Nel 1998 il giornalista Tom Junod scrisse un famoso articolo su Rogers, pubblicato sulla rivista americana Equire col titolo Can you say…Hero?, ed è da qui che la regista Marielle Heller ne trae spunto per inventare in Un amico straordinario una storia di crescita personale basata in parte sul vero rapporto di amicizia instauratosi fra Junod e Rogers all’epoca del loro incontro, aggiungendovi poi vari elementi di finzioni utili a rendere l’idea della persona che era il presentatore.

Junod diviene cosi Lloyd Vogel, un neo padre ancora molto ferito e traumatizzato da una giovinezza infelice, incapace di perdonare il padre fuggito proprio in concomitanza con la lancinante agonia finale della madre malata; colmo di cinismo e sofferenza, è restio a intervistare Fred Rogers, che ai suoi occhi sembra nel migliore dei casi un individuo che gioca a fare il santo inanellando una banalità caramellosa dopo l’altra, e nel peggiore qualcuno che sicuramente nasconde una doppia vita ipocrita.

Eppure, per quanto incredibile, Rogers sembra proprio quello che appare, anzi: avvertendo in Lloyd una qualche ferita nascosta si affeziona a lui, lo sprona a rivelare i suoi tormenti e ne diviene confidente e amico senza mai dissimulare la propria vulnerabilità né le proprie imperfezioni.

Detta così, Un amico straordinario sembrerebbe la classica commedia zuccherosa con happy ending, dove gravi torti vengono perdonati, grandi verità vengono insegnate, e il sole torna a splendere per tutti. Ed è forse proprio per questo che Marielle Heller struttura tutta la storia di Lloyd all’interno del programma di Fred Rogers, con annessi sigla, burattini e modellini delle location in cui si muovono i personaggi: perché proprio come accadeva in Mister Rogers’Neighborhood una storia profondamente drammatica viene raccontata con toni pastellosi e delicati, facili a prima vista a esser presi poco sul serio, se non irrisi (non a caso Eddie Murphy fece del programma una grandiosa parodia per il Saturday Night Live apprezzata dallo stesso Rogers). Ora, in una società – specie quella che si rispecchia nei social network odierni – che fa del cinismo e dell’ironia le proprie armi di sopravvivenza, quanto è facile non credere, come Vogel, nella banale semplicità dell’atteggiamento di un uomo come Fred Rogers, che invitava i bambini a non far altro che parlare senza problemi del proprio dolore e dei propri terrori, ripetendo senza sosta che non c’era proprio niente di male nell’avere paura o nel sentirsi tristi?

Verrebbe da dire che però le cose non sono mai cosi facili né complesse; eppure il film di Heller riesce a coinvolgere proprio nella misura in cui trasmette questo senso duplice e complementare di semplicità e complessità, unito al binomio costante di bambino/adulto. Il famoso consiglio di Rogers su come relazionarsi ai più piccoli è riassumibile in una sola frase, You were once a child, too, “anche tu una volta sei stato un bambino”, il cui significato può anche essere esteso all’idea che in fondo tutti ci portiamo dentro l’infanzia che abbiamo vissuto, e continuiamo in parte ad essere quel bimbo/a del passato. Alcuni fra i temi posti in Mister Rogers‘ Neighborhood non si esauriscono al tempo della prima giovinezza, ma in quanto universali, contraddistinguono ogni percorso umano: che cosa si può perdonare? Cosa fare della propria tristezza? Come accettare la morte? Nel momento in cui lo spettatore, come il protagonista Lloyd, inizia a farsi quelle domande superando il facile riso dovuto alla scenografia colorata, ai modellini dei trenini e alle canzoncine briose, può scoprire nella storia del film un accento amaro, doloroso, che esige però uno sguardo fermo sulla disperazione delle persone, nient’altro che bambini un po’ cresciuti.

In questo ritorno psicanalitico all’infanzia Tom Hanks interpreta alla perfezione Rogers, riproducendone mimeticamente il tono lento e preciso nello scandire le parole (per esser certo che i suoi piccoli spettatori lo seguissero sempre nei sui discorsi) e soprattutto riportandone alla luce la sorprendente normalità, che eliminando ogni alibi altrui di santità, indica nel suo personaggio una persona che semplicemente voleva rendersi utile. Difficile crederlo, ma in questo mondo cinico e disfattista sono ancora possibili cose del genere: basta darsi da fare.

Autore: Veronica Vituzzi
Pubblicato il 06/03/2020
USA 2019
Durata: 109 Minuti

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