Possible Love
Il regista coreano demolisce le esigenze di chi strumentalizza le pene degli ultimi per sentirsi egoisticamente in pace con il proprio privilegio. E lo fa con una classe che solo i cineasti più grandi possono esibire.
Possible Love si apre sotto il segno di un dogma cristiano che manifesta, nel momento in cui lo ricolleghiamo alle traiettorie laiche del cinema di Lee Chang-dong, una contraddizione indubbiamente paradossale. Ancor prima che compaia una sola immagine di questa folgorante (e politicizzata) interpretazione degli amori (im)possibili dei subalterni, il grande regista coreano posiziona lo spettatore di fronte a uno schermo nero su cui compaiono in sovrimpressione delle parole incise nella coscienza collettiva di ognuno di noi, e che lasciano pochi dubbi all'immaginazione: «Non desiderare la roba d'altri». La citazione al Decimo Comandamento biblico – unico forte elemento di richiamo all’origine produttiva del film, nato come reinterpretazione di Decalogo 10 di Krzysztof Kieślowski in quanto parte di un progetto atto a sviluppare una sequenza di remake dalla serie capolavoro del regista polacco – porta quindi con sé un’immediata connotazione dissonante, anche perché i personaggi di cui il cineasta ci ha raccontato le tragiche storie nel corso degli ultimi 30 anni hanno quasi sempre inabissato i loro lancinanti conflitti in spazi vacui che urlavano, da ogni parte, l'assenza di Dio. Le urla inascoltate dell'ex soldato di Peppermint Candy sono meri echi che si disperdono nel vuoto in cui si è incuneata la brutale transizione del paese coreano dal militarismo alla democrazia, così come i pianti struggenti della donna-in-lutto di Secret Sunshine si disperdono nell'insensatezza di un'esistenza alla quale non è possibile offrire una spiegazione significante. A rendere possibile il dialogo con la matrice biblica di questo nuovo film, presentato in Concorso alla 83ª edizione del Festival di Venezia, è il fatto che Lee decida di dischiudere i percorsi drammaturgici di tutti i personaggi all'insegna di una de-cristianizzazione di tale principio, reiventato e violato in termini secolari cosicché una sua reinterpretazione laica lo spogli della matrice cattolica di derivazione kieślowskiana e lo renda più coerente con le traiettorie poetiche e politiche tracciate in precedenza dal cinema di Lee.
A macchiarsi dell'azione “sacrilega” in Possible Love è Ye-ji (Cho Yeo-jeong), una documentarista immersa nella culla di privilegi intoccabili, desiderosa di realizzare un reportage sulla quotidianità di una famiglia operaia alle prese con le conseguenze di un colossale ridimensionamento aziendale che ha portato al licenziamento del 40% della forza lavoro, compreso l’ormai afasico e traumatizzo Ho-seok (Sul Kyung-gu), vittima inoltre di una sanguinaria repressione portata avanti dalle autorità per sedare la protesta messa in atto dai dipendenti dell'azienda. A firmare la delibera per il documentario è stata la moglie Mi-ok (Jeon Do-yeon), una donna anche lei impiegata in una piccola fabbrica di maschere, disposta a rivelare la condizione in cui versa il proprio nucleo familiare pur di restituire risonanza alla voce (silenziata) del marito e giungere così a un insperato senso di giustizia, “garantito” solo da un individuo di classe, ceto e status contrario: appunto la facoltosa Ye-ji, sposata – tra l'altro – con il rampollo di una delle più importanti famiglie dell'aristocrazia coreana.

L'appropriazione del bene altrui cui fa riferimento la citazione al decalogo riguarda, in questo senso, la storia di una famiglia in crisi, filtrata interamente dallo sguardo privilegiato di una donna che capitalizza le sfortune degli ultimi per sentirsi egoisticamente in pace con il proprio privilegio. Ecco allora che Lee struttura l’intero film attorno alle interazioni di queste due coppie antinomiche, che rifletteranno l'uno nell'altra le condizioni inverse in cui sono quotidianamente calate. Ma a suggellare la profondità delle riflessioni messe in campo dal cineasta in Possible Love non è solo la deflagrante naturalezza con cui il benessere e le ricchezze di una famiglia fungono da cassa di risonanza delle mancanze e dei conseguenti disagi dell'altra: sono le divergenze interne al singolo rapporto di coppia, in termini tanto caratteriali quanto esistenziali, che permettono alle invettive polemiche del racconto di serpeggiare invisibilmente tra le immagini della narrazione, energizzandola di una carica esplosiva che comunica direttamente all'intelletto o alla coscienza dello spettatore, e mai alla mera pancia di chi guarda: vale a dire cioè a quel livello profondo del pensiero che solo i grandi registi sanno raggiungere con una facilità così apparentemente impressionante.
Mi-ok, infatti (in totale opposizione al personaggio a cui Jeon Do-yeon prestava il volto in Secret Sunshine), è una donna dalla vitalità travolgente, incapace di abbandonare un senso di speranza che alberga inevitabilmente dentro ogni sua cellula, malgrado le difficoltà in cui versa la sua relazione coniugale: mentre il marito – anche lui in contraddizione con le esplosioni di rabbia del soldato di Peppermint Candy e dell'irruente disabile di Oasis, interpretati dallo stesso Sul Kyung-gu – è un uomo in preda a una lenta ed inesorabile implosione, impossibilitato a verbalizzare un malessere che da personale diventerà brutalmente collettivo. È proprio in questi spazi di (dis)comunicazione coniugale, nelle divergenze con cui i due esponenti del proletariato si interfacciano con le loro nemesi alto-borghesi, che Lee dissemina da un lato la subalternità degli ultimi nei confronti di coloro che li riducono a meri strumenti di autocompiacimento, e dall'altro l'innata fascinazione che il privilegio fa sorgere in chi non ha il diritto di arrogarsene. Nei filamenti di queste divergenze vanno individuate perciò le “appropriazioni/frodi” di cui si macchiano Ye-ji e la sua camera, assurta qui a dispositivo sia di rivelazione dei drammi di classe dell'operaio, sia di profanazione delle esistenze dei proletari e del possibile amore che li lega.

È solo nel momento in cui Ho-seok, davanti alla camera della documentarista, si lascia andare al racconto del licenziamento e della conseguente repressione a cui è stato diabolicamente assoggettato dalle autorità, che l'uomo arriva a verbalizzare le sue cicatrici: ed è solamente in presenza di questo dispositivo di ripresa che Lee ci rende testimoni di un dilaniante processo di politicizzazione dello sguardo, che mette alla berlina le esecrabili violenze perpetrate dal governo coreano ai danni di chi voleva semplicemente esprimere un dissenso (il richiamo alla sanguinaria protesta del 2009 è esplicito) nonché la vergogna e l'umiliazione che tali azioni disseminano tra i membri della classe lavoratrice, costretti così a riversare risentimento verso i loro pari e non in direzione di chi in realtà ne ha schiacciato le vite. In un contesto simile viene allora da chiedersi se esista ancora una possibilità d'amore, e la risposta potrebbe sembrare un paradosso: si, esiste. Ma se si vuole preservare tale sogno, specialmente davanti agli egoismi di chi dalle ingiustizie dei subalterni trae profitto, è necessario prima rivendicare il diritto di viverlo personalmente. Al di là dei bisogni di coloro che cercano di “appropriarsi” dei sentimenti o delle storie altrui.