Torino Shadow

di Jia Zhangke

Con Torino Shadow, Jia Zhang-ke abbandona ogni monumentalità cinefila per costruire un film-fantasma sulla persistenza delle immagini e sulla malinconia del cinema contemporaneo, trasformando Torino in una città-archivio dov'è ancora possibile una forma di resistenza contro la sparizione dell'atto cinematografico e di ogni emotività creata da esso.

Torino Shadow, Jia Zhang-ke recensione film

C’è qualcosa di profondamente spettrale in Torino Shadow. Non tanto perché il nuovo cortometraggio di Jia Zhang-ke parli apertamente di fantasmi e perché la Torino “protagonista” sia ripresa in un modo funereo, quanto perché sembra costruito interamente attorno alla persistenza di ciò che non riesce più a trovare un luogo stabile nel presente: i corpi lontani, le immagini archiviate, le città trasformate dal tempo, il cinema stesso. Realizzato all’interno del progetto “Torino Encounters” promosso dal Museo Nazionale del Cinema, il film segue Zhao Tao che raggiunge Torino per incontrare il marito e che si smarrisce in un percorso di riscoperta personale e cinefila.

Eppure, ridurre Torino Shadow a un semplice omaggio meta-cinematografico significherebbe ignorare la natura profondamente malinconica dell’operazione. Jia non utilizza Torino come cartolina culturale, né la Mole Antonelliana o il Museo del Cinema come meri simboli celebrativi. Al contrario, li svuota progressivamente di monumentalità, trasformandoli in spazi attraversati da una memoria instabile, quasi volatile. Torino diventa così una città apocalittica, sospesa tra la materialità delle sue architetture e l’immaterialità delle immagini che custodisce. Una città che sembra esistere soltanto nel momento stesso in cui viene osservata.

Da questo punto di vista, il film si inserisce perfettamente nella traiettoria dell’ultimo Jia Zhang-ke, quella inaugurata da Ash Is Purest White e radicalizzata da Caught by the Tides, ovvero di un cinema sempre più interessato alla sopravvivenza delle immagini e alla loro capacità di trattenere il tempo. Se nei lavori precedenti il regista interrogava la trasformazione della Cina contemporanea attraverso i mutamenti del paesaggio urbano e umano, qui l’oggetto dell’indagine sembra essere il cinema stesso come archivio emotivo. Non è casuale che il film si sviluppi attorno a una donna straniera che vaga in una città sconosciuta. Il movimento del personaggio coincide con quello dello spettatore, entrambi sono alla ricerca di un orientamento impossibile dentro un mondo ormai composto quasi esclusivamente da tracce.

Zhao Tao.jpg

La presenza di Zhao Tao, girovaga dall’umorismo particolare che richiama l’eterotopia dei luoghi della filmografia di Jia Zhang-ke – come in 24 City, in cui le rappresentazioni figurate della Cina si combinano con la memoria storica prefigurando un Paese trasformato completamente in un non-luogo - accentua ulteriormente questa dimensione spettrale. Da anni volto privilegiato del cinema di Jia, l’attrice non appare più soltanto come personaggio, ma come corpo-carriera, corpo-memoria, superficie su cui il tempo del cinema si deposita. Ogni suo gesto sembra portare con sé i fantasmi dei film precedenti, come se Torino Shadow funzionasse anche da riflessione implicita sull’invecchiamento delle immagini e sulla persistenza affettiva del volto cinematografico. Jia filma Zhao Tao con una delicatezza quasi dolorosa, lasciando che il suo corpo si perda negli spazi torinesi, nelle sale del museo, nei corridoi, nelle superfici vetrate che riflettono continuamente figure e luci.

Ma ciò che colpisce maggiormente è il modo in cui il regista mette in relazione il cinema e la distanza geografica. Nel film, la separazione tra Cina e Italia non viene mai trattata come semplice dato narrativo, ma è piuttosto la forma di una distanza ontologica, come se ogni immagine fosse già inevitabilmente lontana da ciò che rappresenta. È qui che Torino Shadow trova il suo nucleo più struggente, dove il cinema non viene celebrato come strumento capace di unire definitivamente gli individui, bensì come dispositivo che registra la loro reciproca lontananza. Le immagini diventano allora luoghi di passaggio, spazi intermedi in cui le persone tentano disperatamente di riconoscersi.

Zhao Tao 2.jpg

Formalmente, Jia prosegue il proprio lavoro sulla sospensione temporale. I movimenti di macchina sono lenti, quasi esitanti; il montaggio evita qualsiasi accelerazione drammatica; i dialoghi sembrano emergere dal silenzio per poi dissolversi immediatamente. Tutto contribuisce a costruire una temporalità rarefatta, in cui il film appare meno interessato al racconto che alla durata dell’attraversamento. Anche Torino è filmata dalla macchina da presa come superficie da percorrere lentamente, lasciando affiorare dettagli, rumori, ombre.

E proprio l’ombra evocata dal titolo diventa la chiave dell’intera operazione. L’ombra è ciò che resta quando il corpo si allontana; è una presenza senza consistenza materiale, ma anche una traccia irriducibile. Torino Shadow sembra suggerire che il cinema contemporaneo possa sopravvivere soltanto in questa forma spettrale e apocalittica, come residuo malinconico – come nel reenactment morettiano di Caro Diario - di qualcosa che continua a sfuggire.

Autore: Antonio Orrico
Pubblicato il 21/05/2026
Regia: Jia Zhangke

Articoli correlati

Ultimi della categoria