Musk
In uno dei suoi migliori lavori, Gibney ritrae il padre di SpaceX come una figura iconograficamente non categorizzabile, che tratta la realtà alla stregua di una simulazione. Ne deriva un'opera mastodontica, che riscrive (o sublima?) i codici del divismo muskiano.
È utile, se non addirittura possibile, raccontare per immagini l'ascesa dell'uomo più iper-esposto sul pianeta, di colui che ha plasmato e ri-plasmato nel tempo la sua stessa iconografia-in-divenire, costruendo di volta in volta discorsi virtuali su un realtà che, ai suoi occhi, appare sempre più come una grande e ludica simulazione? Di certo il cineasta newyorkese Alex Gibney si sarà posto innumerevoli volte un simile quesito sin dal momento in cui gli è stata offerta la possibilità, nel 2019, di realizzare un documentario su Elon Musk: su un individuo-guru, cioè, che proprio negli anni intercorsi tra l'inizio e la fine del progetto in questione è stato capace di ricodificare ripetutamente la propria immagine “divistica” nonché il suo nevralgico e controverso posizionamento nello scacchiere politico internazionale. E una risposta, Gibney, l'ha individuata (guarda caso) negli stessi linguaggi – equiparati, nelle mani del magnate, a strumenti/armi di propaganda – con cui l’inventore sudafricano sta manipolando l'opinione pubblica e grazie ai quali veicola le sue imprevedibili strategie illusionistiche: vale a dire il virtuale e la simulazione.
Presentato Fuori Concorso all'83ª edizione del Festival di Venezia, il colossale documentario messo in piedi da Gibney – ovvero un lavoro durato 7 anni durante i quali il filmmaker ha accumulato una mole di materiale infinita e quasi impossibile da governare – si presenta sin da subito come un compendio esaustivo delle informazioni che abbiamo immagazzinato su Musk nel corso delle ultime tre decadi, raccontato con un solo fine: ritrarre il fondatore di SpaceX e Tesla (ma lo è stato davvero?) come il più grande ed abile truffatore della Storia, straordinario e ambiguo millantatore che acquista credibilità, denaro e potere vendendo semplicemente alla gente dei sogni. Che si traducono poi in deliberate illusioni. Non sorprende, allora, che il cineasta statunitense, in assenza della collaborazione con il suo interlocutore primario, ricrei una versione simulata del proprietario di Twitter/X, alternandone le battute/illazioni alle immagini di archivio (quindi prive di “menzogne”) sull'ascesa di Musk da squattrinato inventore con il sogno di dominare la Silicon Valley a guru di nuovi mondi: quello virtuale – ormai il suo principale terreno da caccia – e quello politico. Entrambi ricalibrati sotto il segno di un gigantismo iconografico che colonizza gli spazi che occupa, nonostante la – o forse, in virtù della – vacuità che lascia intravedere al suo interno.
Tutti gli interlocutori che intervengono nel corso della narrazione, dai professionisti con cui Musk ha collaborato nelle varie aziende che è arrivato a “vampirizzare” alla schiera di amanti/levatrici incaricate unicamente del compito di creare una legione muskiana anti-depopolazione, sanciscono una sola verità: cioè che la pericolosità di Musk, la facilità con cui si è infiltrato, conquistandoli dall'interno, negli spazi primari della comunicazione digitale o del potere governativo, risiede nelle sue arti da imbonitore, enfatizzate ulteriormente dall'assenza di alcuna legittimazione popolare; una libertà che gli permette di configurare sé stesso come il restauratore dei pilasti su cui si reggono le strutture sociopolitiche mondiali – e quindi difensore della libertà di espressione (Twitter/X), fautore dell'ecosostenibilità planetaria (Tesla), traghettatore del genere umano verso la sua naturale evoluzione spaziale (SpaceX) – consentendogli così di capitalizzare sulle fantasticazioni degli individui e, in particolare, del suo esercito di fanatici. Pronti a entrare in azione non appena il loro guru sente il bisogno di aizzarli contro chi gli fa propaganda contraria, o ogni qualvolta necessita di validare un progetto, un opinione o semplicemente una relazione che andrà a tessere al fine di incrementare la dipendenza dei popoli (o anche dei governi) dai suoi servizi.

Per quattro ore Gibney dipinge così il ritratto di un uomo sfuggente, che tratta la realtà come se fosse una simulazione – emblematica è la sequenza del trucco con cui alla presentazione della Tesla illude gli astanti su un più che improbabile cambio di batteria fulmineo – senza però avere il reale controllo delle conseguenze a cui essa porta: proprio come se ci trovassimo in un videogioco RPG, dove è necessario compiere delle azioni per dare un significato al mondo circostante, di cui però non si possono prevedere o conoscere tutte le ramificazioni. Ed è in tal senso che vanno spiegati gli inserti videoludici, contaminati con l'AI, che il documentarista statunitense dissemina lungo il racconto-fiume di questo affascinante e pericoloso mistificatore. Le cui decisioni manifestano un'arbitrarietà immanente che, malgrado i suoi alti indici di imprevedibilità, finisce per confluire in fenomeni che accrescono ulteriormente il patrimonio (e quindi la presa di Musk sui popoli/pubblici), il successo e l'onnipresenza mediatica del personaggio. Alimentando così un circolo infinito di immagini partenogenetiche, che rimbalzano e si riproducono ovunque, fino a restituire l'ennesima, nuova sfumatura al divismo muskiano.
Essendo stato in lavorazione per diversi anni, nel corso dei quali il mondo stesso ha mutato praticamente qualsiasi sua coordinata sociopolitica, Musk funge anche da sintesi e diario delle trasformazioni di cui è stato oggetto lo spettro idealistico/morale del padre di SpaceX nel periodo post Covid-19. Dalle tensioni con l'amministrazione Biden di inizio decade alla traduzione della sua immagine in faro libertario dell'estrema destra a livello mondiale (anche più di Trump), Musk viene configurato da Gibney come un'icona permeabile, che cambia segno e natura a seconda delle opportunità che gli si presentano e in risposta alle conseguenze che le sue scelte generano sull'assetto economico-politico della contemporaneità. Un sistema che può anche presentare delle articolazioni a lui contrarie (e le immagini d'archivio stanno proprio lì a smentire le sue manipolazioni collettive) che lui però assorbe e rielabora, traviandone il senso, in un costante processo di propaganda di sé. È proprio questa opposizione che Gibney cerca di evocare nell'affastellamento continuo di istantanee filmiche che attraversano il documentario, e ci riesce mettendo in comunicazione la rappresentazione esterna e “autentica” delle gesta muskiane (ovvero le riprese interlocutorie dei suoi ex collaboratori) con le parole e le azioni mistificatrici del magnate, affidate rispettivamente alle simulazioni fisiche dell'uomo (generate con l'AI) e alle sequenze virtuali di stampo videoludico. Che una volta stagliate sullo sfondo della realtà, danno vita ad un mosaico linguistico stordente e impossibile da categorizzare. Proprio come la soggettività di Musk.